Jimi Hendrix: la chitarra infuocata del rock

Di Monica Atzei

James Marshall “Jimi” Hendrix, è nato a Seattle il 27 novembre 1942 ed è scomparso a Londra il 18 settembre 1970. Chitarrista e cantautore statunitense, uno dei principali innovatori nell’ utilizzo della chitarra elettrica, forse il più grande chitarrista di sempre e innovatore nel rock. Durante la sua breve carriera è stato un precursore per le future evoluzioni della musica rock attraverso un’inedita fusione di blues, rhythm and blues/soul, hard rock e psichedelia. Da ricordare la sua esibizione al Festival di Woodstock nel 1969 e in Italia nel 1968 a Milano, Roma e Bologna.

Il suo primo strumento fu una chitarra regalatagli dal padre dopo la morte della madre (Jimi aveva 15 anni): lui era mancino e imparò a suonare la chitarra rovesciandola per venire incontro alle sue esigenze. Le sue prime esibizioni avvennero con delle band di rhythm & blues e nel 1959 suonò per la prima volta live.

A ventuno anni iniziò un’intensa attività da session-man: suonò per Wilson Pickett, Ike & Tina Turner, King Curtis, gli Isley Brothers. Fece parte della band di Little Richard.

Fa parte del tristemente noto “Club 27” insieme a Brian Jones, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain, Amy Winehouse.

 18 Settembre 1970

 Alle undici e tre quarti circa del 18 Settembre 1970, il corpo di Jimi Hendrix giunge senza vita al pronto soccorso dell’ ospedale St Mary Abbot’s di Kensington e viene identificato dal road manager Gerry Stickells.

Il medico legale dottor Seifert ne dichiara ufficialmente la morte.

Il coroner di West London, dottor Gavin Thurston, conferma il primo referto: il chitarrista è morto per soffocamento dopo aver ingurgitato il proprio vomito sembra a causa di un’ intossicazione da barbiturici.

In quel periodo, il chitarrista, si accompagna a Monika Dannemann, ex pattinatrice della Germania Est e sta nell’ appartamento di lei presso il Samarkand Hotel di Notting Hill.

  

24 ore prima

 

Nel pomeriggio del 17 Settembre, la Dannemann scatta delle foto a Hendrix (saranno le ultime) lui è sorridente e imbraccia una Stratocaster nera. “Jimi le voleva utilizzare per la cover del nuovo album”, racconta Monika.

Dopo aver scattato le foto Jimi e Monika escono, passano in banca a prelevare dei soldi e vanno al mercatino di Kensington: Jimi ordina un paio di scarpe, compra un giacchino di pelle, delle camicie e dei pantaloni.

Sembra che, a Kensington, Hendrix abbia incontrato Kathy Etchingham, sua ex ragazza e che l’ abbia invitata per le ore venti, al Cumberland Hotel perché di fatto Hendrix alloggiava lì e si era solo spostato da Monika. “Gli ho detto che non potevo”, ricorda la Etchingham, “e me ne sto pentendo ancora adesso”.

Hendrix e la Dannemann comunque si dirigono verso il Cumberland Hotel, ma nel traffico, all’ altezza di Marble Arch, vengono affiancati da una Ford Mustang bianca guidata da Phillip Harvey, figlio di un Lord del Parlamento inglese: è con due amiche e invita la coppia a prendere un tè.

Accettano, ma prima passano al Cumberland a ritirare dei messaggi e verso le cinque e mezzo si recano da Harvey: fumano hashish, ascoltano musica, bevono tè e del vino rosso. “Jimi”, ricorda Phillip Harvey, “quel giorno era di buon umore, disponibile e carino. Ci ha raccontato diversi progetti che aveva in mente. Ha anche suonato la mia chitarra”.

Intorno alle ventidue e quaranta Jimi e Monika vanno via.

Da quel momento le versioni sulla serata sono discordanti, sicuramente Jimi si è recato al party di Peter Cameron, dove c’ erano anche Devon Wilson e Angie Burdon, moglie di Eric il leader degli Animals, amico di Hendrix. Sembra che qui, Jimi, abbia assunto una certa quantità di Durophet, amfetamina conosciuta anche come Black Bomber, nome dato alle capsule da 20 mg che erano interamente nere e le cui tracce, verranno riscontrate nell’ esame tossicologico effettuato sul cadavere del chitarrista.

Dopo il party, Hendrix, rientrò da Monika, la donna negli anni rilascerà testimonianze contraddittorie: ad esempio, ha sempre sostenuto che Jimi avesse preso dei tranquillanti per dormire e che aveva assunto il medicinale tedesco Vesparax molto forte. Il mix di alcol, anfetamine e barbiturici sembra abbia prodotto uno stato di coma dal quale Hendrix non si è più risvegliato e intorno alle dieci e mezzo (ma altre volte la ragazza ha detto come orario le undici) lei lo ha trovato svenuto in una pozza di vomito: telefona subito a Burdon che le dice di chiamare un’ambulanza.

Due mesi dopo arriva in vetta alla classifica inglese dei singoli con “Voodoo Child”.

Caesar Glebbeek, tra i maggiori biografi di Hendrix, riferisce che uno dei due paramedici accorsi era razzista e vedendo una persona di colore in quello stato, non abbia fatto tutto quello che si sarebbe dovuto fare.

 

Le indagini

 

Nonostante accurate indagini e diverse ricerche sull’ argomento, restano ancora diversi punti da chiarire sulle ultime ore di Jimi e sulle circostanze che lo hanno portato alla morte.

Confuse e contraddittorie, ad esempio, sono sempre state le testimonianze di Monika Dannemann, ex pattinatrice dell’ allora Germania Est e persona vicina nelle ultime ore di vita dell’ artista..

Medici e paramedici sottovalutarono la situazione ignorando anche l’ identità del paziente. Il giornalista Enzo Gentile riferisce poi: “Per 50 anni è stato venduto come un morto per droga, ma l’ autopsia ha messo in evidenza che non c’erano segni di aghi o altro: il decesso fu riconducibile a un eccesso di barbiturici e a un bicchiere di vino rosso, che provocarono il conato di vomito che l’ ha strozzato… è come se fosse stato ucciso due volte: da lla sfortuna e da una macchina fatta di media, pregiudizi, manager, gruppi e discografici che gli hanno succhiato ogni energia. A un certo punto era solo: avrebbe potuto combattere quella battaglia, ma la sfortuna lo ha battuto. Non aveva più le forze”.

 

I funerali- 1 Ottobre 1970

 

La bara di Jimi Hendrix venne portata nella chiesa battista di Rainer Avenue a Seattle sua città di nascita e i funerali si svolsero in maniera privata accompagnati dai brani gospel cantati da Petronella Wright. La famiglia scelse che Jimi fosse sepolto nella città in cui era nato.

Finita la messa, il feretro venne trasportato al cimitero di Greenwood, a Renton, un quartiere periferico di Seattle; oltre alla famiglia, vi erano anche il bassista Noel Redding e il batterista Mitch Mitchell della sua band Experience, il manager Michael Heffery, il fonico Eddie Kramer, il producer Alan Douglas e i musicisti Johnny Winter e John Hammond.

Presente anche il grande Miles Davis.

Dopo il funerale, si svolse un tributo musicale nel locale Food Circus, con una session che vide sullo stesso palco Noel Redding, Buddy Miles, Johm Hammond e Johnny Winter.

  

Il dopo

 

Monika Dannemann ha vissuto sino al 1996 con dei sensi di colpa e come ultima persona ad aver visto Jimi, ha dipinto dei quadri fino alla sua morte sempre incentrati su Hendrix.

Nel suo libro, “The Inner Life of Jimi Hendrix” e nelle interviste rilasciate, ha sempre accusato Kathy Etchingham, che la riteneva colpevole della morte di Hendrix, di essere una bugiarda. Dopo aver speso tanti soldi in avvocati, ha perso anche l’ ultima causa, alcuni giorni dopo, il 5 aprile 1996, si è suicidata con il gas di scarico della sua auto.

Altro enigma è quello sul patrimonio di Hendrix perché, subito dopo la sua morte, ci sono stati dei problemi a livello legale e delle operazioni di speculazione. Intorno alla sua morte si hanno ora degli elementi diversi, naturalmente da valutare, ma il fratello di Jimi nella prefazione del libro “Gli ultimi giorni di Jimi Hendrix” di Enzo Gentile e Roberto Crema, scrive: “Quando la mattina del 18 settembre 1970 mio padre mi comunicò per telefono la notizia della morte di Jimi, fu il momento più terribile della mia vita. Ero incredulo, ricordo che restai seduto per ore sul bordo del letto fissando il muro mentre rievocavo gli anni che io e Buster (il nome con cui Jimi si faceva chiamare da bambino) avevamo trascorso insieme, le ore belle e quelle meno belle. Quando ero piccolo era lui che si prendeva cura di me in tutto, tanto che credevo fosse lui mio padre. Era più che un fratello maggiore, molto di più […]. Mio fratello nel fare musica sembrava essere toccato dalla grazia, come fosse stato scelto da un potere superiore: era predestinato a diventare una star. Aveva qualcosa di speciale che lo contraddistingueva da chiunque altro, Jimi era in anticipo sui tempi e lo è ancora. Ricordare i bei momenti con Jimi mi riporta il sorriso, ma quando riaffiorano quelli più difficili mi si spezza il cuore. La mente torna a quel settembre e, per quanto ci provi, non riesco a trattenere le lacrime. Al funerale di Jimi c’erano amici e musicisti: Noel Redding, Mitch Mitchell, Buddy Miles, Johnny Winter, Miles Davis e molti altri, oltre tutti i nostri parenti. Ricordo anche la presenza del sindaco di Seattle. Jimi indossava un abito di broccato di seta verde e aveva l’aria tranquilla e pacifica, quasi come se stesse dormendo o semplicemente pensando con gli occhi chiusi al suo prossimo progetto musicale, è così che mi piace immaginarlo a distanza di cinquant’ anni […]. Dal momento in cui il corpo di Jimi fu calato sottoterra, in quel pomeriggio uggioso, si scatenò una durissima battaglia legale. Tutto quello che possedeva Jimi, dopo la sua morte, sarebbe andato a papà, ma presto si scoprì che era rimasto ben poco da rivendicare: del patrimonio di mio fratello io non mi sono mai potuto occupare. Non ho un’idea precisa nemmeno di cosa accadde quella fatidica notte nella stanza d’albergo di Londra, nessuno lo sa e nessuno probabilmente lo saprà mai davvero. Nello stomaco trovarono tracce di sonniferi, un po’ di vino e un panino. Poi ci dissero che era stata un’overdose di tranquillanti. Tutto qui. Ho sentito tante storie e molte erano in contraddizione tra loro: tanta, troppa gente voleva dire la sua. Si saprà mai la verità? Riuscirà un giorno a emergere tra le tante voci di corridoio, tra speculazioni e invenzioni in malafede? Mio fratello lo meriterebbe. Nel tempo mi sono sempre più convinto che Jimi sia stato ucciso. Non credo molto ai complotti, non penso che Mike Jeffery lo abbia fatto uccidere, almeno non prima di aver sistemato le questioni di mio fratello e accaparrarsi un’altra fetta di denaro e magari un’altra polizza sulla vita”.

 

Un ricordo

Pat Metheny ha detto: “Jimi Hendrix ha reinventato la chitarra elettrica, ha saputo trasportare il blues in una condizione moderna, un una accezione di novità come mai era capitato prima. Nella musica di Hendrix c’è la storia futura, ha una prospettiva sempre valida: uno come lui ha dato più in questi anni che nei tre in cui è stato nella breccia. Allora non tutti si erano accorti del suo valore”.