
È una semplificazione che non riguarda solo il linguaggio del diritto, ma la sua stessa possibilità di funzionare. Senza un soggetto definito, stabile, imputabile, l’intero impianto della responsabilità giuridica si dissolve in una complessità difficile da gestire. E tuttavia proprio questa necessità produce un effetto collaterale, poiché ciò che viene escluso dalla costruzione giuridica dell’individuo continua a operare nella realtà sociale, influenzando in profondità le traiettorie delle azioni.
Mentre ero in treno per raggiungere Bertinoro leggevo “Temi di filosofia del diritto” di “Francesco M. De Sanctis”, pubblicato da “Bulzoni Editore”, e mi sono soffermato proprio sul capitolo “Diritto e Stato: illusioni e delusioni dell’individualismo”, sull’idea che l’individualismo giuridico non sia soltanto una dottrina che esalta la centralità del soggetto, ma anche una forma di organizzazione del reale, che rende possibile il diritto proprio attraverso una riduzione dell’individuo a unità imputabile. Questo passaggio svela il problema di fondo che unisce e mette in difficoltà il diritto e la criminologia. L’individualismo moderno, per dare libertà all’uomo legandolo solo alla sua volontà, ha finito per isolarlo dalla sua vita reale e dal suo contesto, trasformando una storia umana complessa in uno schema rigido utile solo per le aule di tribunale. Come criminologo e studioso dei fattori criminogeni, vedo la distanza profonda tra le spinte della strada, le difficoltà concrete che condizionano la vita di una persona, e l’idea teorica di un soggetto sempre libero e padrone di sé, che decide nel vuoto. Sperimento ogni giorno l’insufficienza di una colpa stabilita sulla carta che ignora le radici profonde del disagio e le cause ambientali e sociali, perché punire un fatto senza capire come ci si è arrivati significa rinunciare a comprendere il problema, riducendo la giustizia a un semplice calcolo burocratico. Lì emerge con chiarezza una tensione che attraversa tutta la modernità giuridica, caratterizzata da un lato dalla necessità di un soggetto responsabile, dall’altro dalla consapevolezza implicita che questo soggetto non esaurisce mai la complessità da cui proviene.
È in questo scarto che scelgo di fermarmi e di porre il mio sguardo. Perché se si osservano i fenomeni devianti andando oltre la superficie del reato, l’azione perde la sua apparente immediatezza. Non riesco più a vederla come l’espressione isolata di una volontà, ma come il punto di arrivo di una serie di condizioni che la precedono e la orientano, senza essere visibili nel momento in cui si produce il fatto. E allora la mia domanda si sposta, non soltanto su chi agisce, ma in quale spazio di possibilità quell’agire diventa pensabile, e soprattutto, quale parte di questo spazio il diritto deve necessariamente oscurare per mantenere la propria coerenza interna. Di fronte a questa riduzione della realtà, una domanda interroga la mia professione, se per salvare la certezza della norma siamo costretti a cancellare la complessità della storia umana, stiamo davvero punendo una colpa o stiamo solo isolando un uomo?
di Francesco Iacovelli