Di Roberto Puleo
Oltre 55.000 cittadini latinoamericani regolarmente residenti nell’area metropolitana milanese, prevalentemente provenienti da Perù, Ecuador, El Salvador e Repubblica Dominicana. Accanto a questa realtà di integrazione e lavoro, le stime investigative segnalano la presenza di centinaia di giovani affiliati o gravitanti attorno alle cosiddette bande latine, gruppi criminali giovanili che negli anni hanno rappresentato una delle principali criticità sotto il profilo della sicurezza urbana.
Secondo le ricostruzioni investigative, l’età degli appartenenti varia generalmente tra i 20 e i 36 anni, con una significativa presenza di giovani di seconda generazione. Milano ha conosciuto il periodo di maggiore tensione tra il 2006 e il 2015, quando episodi di violenza, regolamenti di conti, aggressioni e scontri tra gruppi rivali portarono alla ribalta il fenomeno delle gang latinoamericane, trasformando alcune aree della città in veri e propri teatri di conflitto criminale.
È in questo contesto che si inserisce anche il recente omicidio avvenuto la sera del 26 maggio presso la stazione Certosa, dove ha perso la vita il ventiduenne Gianluca Ibarra Silvera, originario dell’Ecuador, ucciso a coltellate nei pressi dei binari ferroviari. Un episodio che ha riportato l’attenzione pubblica sulla presenza e sulla pericolosità di queste organizzazioni.
Le bande più note, come la Mala Salvatrucha (MS-13), i Latin Kings e altri gruppi di matrice latino-americana, hanno costruito nel tempo una propria identità caratterizzata da simboli, tatuaggi, rituali di affiliazione e rigide regole interne. Molti dei loro membri sono giovani cresciuti in contesti di marginalità sociale e familiare, spesso segnati da esperienze di violenza già nei Paesi d’origine o nei quartieri periferici delle grandi città europee.
Uno degli episodi più drammatici risale al giugno 2015. Carlo Di Napoli, capotreno di Trenord, stava effettuando un normale controllo dei titoli di viaggio presso la stazione di Villapizzone quando si imbatté in un gruppo di giovani in evidente stato di alterazione. Alla richiesta di esibire il biglietto seguì una discussione che degenerò rapidamente. Un diciannovenne originario di El Salvador, Emilio Rosa Martinez, estrasse un machete e colpì violentemente il ferroviere, provocandogli gravissime lesioni e quasi amputandogli un braccio. Nell’aggressione rimase ferito anche un collega, colpito alla testa e ricoverato con un trauma cranico.
Un anno dopo, un’altra tragedia sconvolse Milano. Albert Prempeh, diciottenne di origine albanese, venne accoltellato durante una lite scoppiata su un tram nei pressi di Porta Lodovica mentre cercava di difendere un amico. Morì dopo giorni di agonia in ospedale. Anche quell’episodio venne ricondotto alla violenza riconducibile a membri di una banda latino-americana.
Nei più recenti rapporti delle forze dell’ordine il fenomeno viene descritto come una problematica che va oltre la semplice delinquenza giovanile. Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia hanno evidenziato come alcune di queste organizzazioni presentino strutture gerarchiche assimilabili a modelli paramilitari, con rigidi codici disciplinari, sistemi di punizione interna e, in alcuni casi, collegamenti con realtà criminali operanti nel continente sudamericano.
Un elemento relativamente nuovo è rappresentato dalla crescente presenza femminile. Le cosiddette “Queens” non svolgono più soltanto ruoli marginali, ma possono raggiungere posizioni di vertice e assumere responsabilità organizzative all’interno delle strutture criminali.
L’analisi criminologica e psicologica del fenomeno
Dal punto di vista criminologico e psicologico, le bande latine rappresentano un esempio emblematico di identità collettiva costruita attorno alla violenza e all’appartenenza.
Molti di questi gruppi sono composti da giovani cresciuti in contesti caratterizzati da conflittualità, esclusione sociale e modelli relazionali aggressivi. La violenza viene interiorizzata come strumento di affermazione personale e di riconoscimento all’interno del gruppo. Una volta acquisiti questi modelli comportamentali, essi tendono a essere riprodotti anche nei nuovi contesti sociali e geografici.
La psicologia sociale descrive tali dinamiche attraverso il concetto di forte coesione interna (ingroppo), che porta gli affiliati a sviluppare un marcato senso di appartenenza e di protezione reciproca. Parallelamente, si rafforza la contrapposizione verso l’esterno, percepito come ostile o minaccioso. Da qui derivano molte delle condotte aggressive finalizzate al controllo del territorio e alla dimostrazione di forza.
In numerosi episodi, inoltre, l’azione criminale è favorita dall’abuso di alcol e sostanze stupefacenti, elementi che amplificano impulsività e aggressività. La violenza assume così una funzione simbolica: serve a consolidare il prestigio individuale e collettivo e a intimidire gruppi rivali o potenziali oppositori.
Il fenomeno continua inoltre ad esercitare una forte capacità attrattiva su adolescenti e giovani adulti che vivono condizioni di fragilità sociale, familiare o identitaria. La banda offre appartenenza, protezione, riconoscimento e uno status apparentemente prestigioso. Si tratta tuttavia di una risposta illusoria ai bisogni di identità e sicurezza, che finisce per alimentare percorsi di marginalità e criminalizzazione.
Molti affiliati sviluppano infatti la convinzione di vivere in un ambiente ostile e discriminatorio, percependosi come costantemente minacciati o rifiutati. Tale convinzione contribuisce a giustificare, ai loro occhi, il ricorso alla violenza come forma di autodifesa o di rivalsa sociale. In realtà, questi meccanismi rafforzano ulteriormente l’isolamento dal contesto sociale e alimentano una spirale che rende sempre più difficile qualsiasi percorso di integrazione e reinserimento.
Le bande latine rappresentano quindi non soltanto una questione di ordine pubblico, ma anche una sfida sociale, educativa e culturale. Comprenderne le dinamiche è il primo passo per contrastarne efficacemente la diffusione, intervenendo sia sul piano repressivo sia su quello preventivo, attraverso percorsi di inclusione, sostegno alle famiglie e recupero delle situazioni di disagio giovanile.