Ma la nostra società è davvero così anestetizzata dalla normalizzazione della violenza?

di Francesco Iacovelli

È una domanda che ritorna ogni volta che una donna viene aggredita, perseguitata o uccisa. Una domanda che forse oggi non cerca più soltanto una risposta, ma richiede una presa di coscienza collettiva.

Questo non vuole essere soltanto uno studio né una tradizionale analisi criminologica. È una riflessione nata dall’osservazione di un fenomeno che continua a ripetersi con dinamiche inquietantemente simili: ogni caso di violenza sulle donne diventa una storia a sé, un episodio che entra nella cronaca, nelle statistiche e nel dibattito pubblico, ma raramente riesce a trasformarsi in una vera occasione di crescita sociale. Ogni tragedia dovrebbe diventare scuola, dovrebbe aiutarci a correggere il tiro, a costruire nuovi strumenti educativi, a formare le famiglie e a sviluppare una cultura della prevenzione prima ancora che quella dell’intervento.

Eppure continuiamo a vivere un meccanismo ormai conosciuto. Un caso di violenza diventa improvvisamente centrale: riempie le prime pagine, occupa gli spazi televisivi, invade i social network, genera indignazione, commenti e promesse. Poi il tempo passa, arriva una nuova notizia e i riflettori si spengono.

Ma quando i riflettori si spengono, il dolore resta.

Resta nelle famiglie distrutte, nelle donne che sopravvivono alla violenza e devono convivere con ferite profonde, nei figli che cresceranno portando dentro di sé conseguenze spesso invisibili. Per il resto della società, invece, quella vicenda diventa rapidamente un ricordo, una parentesi emotiva consumata nel tempo di una discussione televisiva o di qualche pubblicazione sui social.

Ed è forse questo l’aspetto più inquietante: abbiamo imparato a raccontare la violenza, ma non ancora a trasformarla in consapevolezza. Ogni caso viene trattato come un episodio isolato, quando invece dovrebbe rappresentare il sintomo di una fragilità sociale più ampia. Ci indigniamo per le conseguenze, ma troppo spesso non affrontiamo le condizioni culturali che permettono alla violenza di crescere.

Forse perché ci sentiamo impotenti. Forse perché non sappiamo come intervenire. Ma forse anche perché siamo diventati una società anestetizzata dall’apparenza.

I social network, la televisione e una cultura sempre più orientata alla rappresentazione di sé hanno costruito un modello di vita nel quale tutto deve apparire perfetto: le relazioni, le famiglie, gli amori. La fragilità, il dolore e la paura vengono nascosti perché non appartengono all’immagine di perfezione che siamo abituati a mostrare agli altri.

Ed è proprio in questo spazio che la violenza trova spesso terreno fertile.

Accade così che una giovane donna viva accanto a un uomo narcisista, manipolatore e ipercontrollante, un uomo che progressivamente la isola, la umilia, la priva della propria identità. Eppure lei continua a sorridere nelle fotografie pubblicate sui social, continua a mostrare un’immagine di felicità mentre dentro quella relazione forse sta lentamente perdendo sé stessa.

Accade che più lui la soffoca, più lei cerchi la sua approvazione; più lui la ferisce, più lei provi a recuperare quell’amore che forse non è mai stato realmente tale. È il paradosso della violenza psicologica: non distrugge soltanto la libertà della vittima, ma altera la percezione che essa ha di sé stessa, fino a convincerla che forse il problema sia lei, che forse non sia stata abbastanza, che forse avrebbe dovuto essere diversa.

Anche davanti alla violenza più evidente, anche quando il pericolo diventa concreto, può rimanere dentro la vittima quella convinzione devastante di dover ancora dimostrare qualcosa.

Ma il silenzio non appartiene soltanto alle vittime.

Appartiene anche alle famiglie che vedono e scelgono di non vedere, che comprendono ma preferiscono nascondere, spesso per paura del giudizio degli altri. La vergogna diventa più forte della richiesta di aiuto e proprio quel silenzio finisce per diventare uno spazio nel quale la violenza può continuare a crescere.

E allora sì, forse questa società è malata. È una società che ha confuso l’essere con l’apparire, che ha trasformato la vita in una continua esposizione di sé, dove spesso conta più l’immagine costruita agli occhi degli altri della realtà vissuta dentro le proprie mura.

Una società nella quale anche una richiesta di aiuto può trasformarsi in una semplice frase pubblicata sui social: “chi non ti cerca non ti merita”, “se non ti chiama non ti ama”. Parole condivise migliaia di volte, mentre dietro quelle parole una persona continua magari a elemosinare un messaggio, una carezza, un gesto di attenzione da chi continua a ferirla.

Per questo non possiamo limitarci a chiedere pene più severe o interventi più duri quando il danno è ormai compiuto. La giustizia deve certamente fare il proprio corso, ma la vera sfida rimane quella della prevenzione. Bisogna lavorare sulla cultura, sulle famiglie, sull’educazione sentimentale, sulla capacità di riconoscere quei segnali che spesso precedono la violenza vera e propria.

Perché il femminicidio non nasce nel momento dell’omicidio. Nasce molto prima: nel primo controllo scambiato per amore, nella prima umiliazione giustificata come rabbia, nella prima rinuncia alla propria libertà, nel primo silenzio accettato.

E allora forse la domanda iniziale deve trasformarsi in un’altra domanda: quanto siamo disposti, personalmente, a fare per cambiare questa realtà?

Perché aspettare che sia la società a cambiare significa spesso aspettare qualcun altro. E forse è proprio questo il problema: abbiamo delegato troppo, abbiamo chiesto agli altri di intervenire, alle istituzioni di risolvere, alla scuola di educare, ai media di raccontare.

Ma ogni cambiamento collettivo nasce prima da una scelta individuale.

Allora comincio io.

Io non ci sto più.

Non ci sto a una società che si indigna per qualche ora e poi dimentica. Non ci sto a una cultura che confonde il possesso con l’amore, il controllo con la protezione, il silenzio con la pace.

Il cambiamento non arriverà soltanto dalle leggi o dalle istituzioni. Arriverà quando ognuno di noi deciderà di assumersi una parte di responsabilità, quando smetteremo di considerare la violenza un problema degli altri e inizieremo a riconoscerla come una ferita che riguarda tutti.

Forse non possiamo cambiare il mondo intero, ma possiamo iniziare da noi stessi.

E forse è proprio da lì che ogni vera rivoluzione comincia.