di Stefano Tota*
Il fenomeno dei cosiddetti “Maranza” rappresenta oggi uno degli aspetti più visibili e discussi del disagio giovanile nelle aree urbane italiane. Il termine, diffusosi negli ultimi anni attraverso i social media e il linguaggio giornalistico, viene comunemente utilizzato per indicare gruppi di giovani – spesso, ma non esclusivamente, di seconda generazione – caratterizzati da uno stile estetico vistoso, atteggiamenti provocatori e comportamenti talvolta associati a forme di microcriminalità urbana. Dal punto di vista etimologico, “Maranza” sembra derivare da una rielaborazione di espressioni dialettali dell’Italia settentrionale, in particolare dell’area milanese, dove veniva impiegato in senso dispregiativo per descrivere individui considerati rozzi o appariscenti. Con il tempo, il termine ha assunto una connotazione più specifica, fino a identificare una vera e propria subcultura giovanile riconoscibile per codici estetici, linguistici e comportamentali.
Nel corso dello studio delle diverse forme di criminalità e devianza urbana, ho maturato una riflessione personale che mi ha portato a interpretare questo fenomeno non soltanto come espressione di disagio giovanile, ma anche come elemento inserito in un quadro più ampio e complesso. Da un lato, infatti, i “Maranza” non costituiscono un’organizzazione strutturata, né possono essere assimilati direttamente alla criminalità organizzata. Si tratta di gruppi fluidi, poco gerarchizzati, fortemente esposti nello spazio pubblico e per questo facilmente individuabili e perseguibili.
Dall’altro lato, proprio questa loro elevata visibilità li rende un oggetto privilegiato dell’attenzione mediatica, politica e istituzionale.
A partire da questa osservazione, ho sviluppato l’ipotesi secondo cui il fenomeno dei Maranza possa essere interpretato, almeno in parte, come una forma di “distrazione sociale” rispetto a dinamiche criminali ben più strutturate e incisive. L’attenzione costante rivolta a episodi di microcriminalità, degrado urbano e conflittualità giovanile tende infatti a orientare la percezione collettiva del rischio verso ciò che è immediatamente visibile, contribuendo a porre in secondo piano altre forme di illegalità meno appariscenti ma di maggiore impatto.
In questo senso, il fenomeno può essere letto come una sorta di “rumore di fondo” che incide non solo sul piano simbolico, ma anche su quello operativo. Le forze dell’ordine sono quotidianamente impegnate nella gestione di situazioni legate alla presenza di gruppi giovanili problematici: controlli sul territorio, interventi per risse, prevenzione di furti e atti vandalici. Si tratta di attività necessarie per garantire la sicurezza urbana, ma che richiedono un impiego significativo di risorse umane e materiali. La mia riflessione si concentra proprio su questo aspetto: tale impegno costante rischia di limitare la capacità di dedicare tempo, attenzione e strumenti investigativi al contrasto di fenomeni criminali più complessi.
Le organizzazioni mafiose, infatti, operano secondo logiche profondamente diverse rispetto alla devianza giovanile visibile. Il loro obiettivo non è attirare l’attenzione, bensì mantenere un basso profilo per consolidare il controllo economico del territorio attraverso attività come il riciclaggio di denaro, l’infiltrazione negli appalti pubblici, l’usura e la gestione di traffici illeciti su larga scala. Queste forme di criminalità richiedono indagini articolate, tempi lunghi e competenze specialistiche, risultando quindi meno compatibili con un contesto operativo fortemente assorbito dalla gestione dell’emergenza quotidiana.
Sulla base di queste considerazioni, ritengo plausibile ipotizzare che il fenomeno dei Maranza possa risultare, almeno indirettamente, funzionale agli interessi delle mafie. Non si tratta, a mio avviso, di un rapporto strutturato o di una strategia esplicita, quanto piuttosto di una dinamica sistemica: in un contesto in cui l’attenzione è polarizzata sulla devianza visibile, le attività criminali più sofisticate possono beneficiare di una minore pressione investigativa e di un controllo meno incisivo.
Inoltre, non escludo che, in alcune circostanze specifiche, tali contesti possano essere sfruttati anche in modo più diretto. Ambienti caratterizzati da marginalità sociale, scarse opportunità e forte ricerca di riconoscimento possono costituire un potenziale bacino di reclutamento per attività illegali di basso livello. In questi casi, alcuni giovani possono essere coinvolti in ruoli marginali o esecutivi, senza che ciò implichi necessariamente un’integrazione stabile nelle strutture della criminalità organizzata.
La mia analisi porta dunque a considerare il fenomeno dei Maranza come un elemento che, pur essendo autonomo nelle sue origini e manifestazioni, interagisce con l’ecosistema criminale nel suo complesso. La sua rilevanza non risiede soltanto nei comportamenti che genera, ma anche negli effetti che produce in termini di percezione sociale, priorità istituzionali e distribuzione delle risorse.
In conclusione, l’idea che i Maranza possano rappresentare una distrazione rispetto ai grandi affari delle mafie nasce da un’osservazione maturata nello studio delle diverse forme di criminalità. Essa non intende proporre una lettura complottistica del fenomeno, bensì offrire uno spunto critico per riflettere sulla necessità di un approccio equilibrato e multilivello alla sicurezza. A mio avviso, la sfida principale consiste nel non lasciarsi guidare esclusivamente dalla visibilità dei fenomeni, ma nel mantenere la capacità di analizzare e contrastare anche quelle dinamiche meno evidenti che, proprio per la loro discrezione, rappresentano spesso il nucleo più rilevante del potere criminale sul territorio.
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Stefano Tota, Criminologo Qualificato AICIS