Di Francesco Iacovelli
Anche oggi, accendendo la televisione, mi sono trovato davanti a immagini che, purtroppo, sembrano appartenere sempre più spesso alla nostra quotidianità.
Immagini di violenza, di rabbia, di sopraffazione. Immagini che raccontano non soltanto un fatto di cronaca, ma qualcosa di più profondo: un cambiamento nel modo in cui l’essere umano sembra rapportarsi con il proprio simile.
Da criminologo, ogni volta che osservo una scena di violenza, la domanda che mi pongo non riguarda soltanto il gesto compiuto, ma ciò che lo precede. Perché prima ancora della mano che colpisce esiste un processo mentale, culturale e sociale che permette a una persona di superare quel confine invisibile che normalmente ci impedisce di fare del male a un altro essere umano.
E allora la domanda diventa inevitabile:
Che cosa sta accadendo all’essere umano?
Le immagini alle quali assistiamo ormai quotidianamente raccontano una realtà nella quale la violenza sembra aver assunto forme nuove. Non è soltanto il risultato di una rabbia improvvisa, ma talvolta diventa una modalità per ottenere riconoscimento, appartenenza e visibilità.
Pensiamo ai fenomeni del branco: ragazzi che accerchiano un coetaneo, lo colpiscono e contemporaneamente registrano la scena con un telefono. Il dolore della vittima non viene soltanto provocato, ma anche esibito. La sofferenza diventa un contenuto, l’umiliazione diventa spettacolo, la violenza diventa un linguaggio attraverso il quale qualcuno cerca di affermare la propria posizione all’interno del gruppo.
Non sembra più essere sufficiente prevalere sull’altro. In alcune forme di violenza contemporanea emerge il bisogno di umiliarlo, di renderlo pubblico nella sua fragilità, di trasformare la sua sofferenza in una dimostrazione di forza. Non basta infliggere un danno: quel danno deve diventare un messaggio rivolto agli altri, una prova di superiorità, un modo per ottenere consenso.
E questo fenomeno non riguarda soltanto i giovani.
Lo vediamo nelle aggressioni nate per un parcheggio, per una precedenza, per una frase pronunciata nel modo sbagliato o per una discussione sui social network. Situazioni quotidiane che improvvisamente perdono la loro dimensione razionale e diventano terreno di scontro, perché sembra sempre più difficile accettare il limite, la frustrazione e la possibilità che l’altro possa avere un’opinione diversa dalla nostra.
Ma forse la domanda più importante non è soltanto perché aumentino certi comportamenti violenti.
La domanda è: che cosa abbiamo perso?
Per generazioni la comunità ha rappresentato un primo argine educativo. Non un luogo perfetto, perché ogni epoca ha avuto le proprie contraddizioni, ma un sistema nel quale l’individuo era inserito dentro una rete di relazioni e responsabilità.
Un anziano non era soltanto una persona avanti con gli anni, era una memoria collettiva, era una figura riconosciuta dalla comunità.
La sua fragilità non rappresentava un’opportunità per approfittarne, ma un motivo in più per proteggerlo.
Oggi assistiamo invece a un cambiamento inquietante: proprio chi appare più debole può diventare il bersaglio più semplice. L’anziano, il fragile, colui che non può reagire, viene talvolta scelto non per ciò che rappresenta, ma proprio per la sua vulnerabilità.
Ed è arrivati a questo punto che nasce la domanda contenuta nel titolo.
Umani o animali: chi sono le vere bestie? Per rispondere dobbiamo forse cambiare prospettiva.
L’antropologia, soprattutto attraverso lo studio delle culture e delle società umane, ci ha insegnato una cosa fondamentale: l’uomo non è soltanto ciò che nasce dalla sua natura biologica, ma anche il prodotto delle regole, dei valori e dei significati che costruisce nel tempo.
Gli studi delle società più diverse, ciò che un tempo veniva definito anche attraverso il termine di antropologia esotica, hanno mostrato come ogni comunità abbia cercato di dare un ordine agli istinti umani attraverso norme, rituali e sistemi di controllo sociale.
In altre parole, ciò che rende umano l’uomo non è l’assenza dell’istinto, ma la capacità di governarlo attraverso la cultura.
Ed è proprio qui che il confronto con il mondo animale diventa sorprendente.
Abbiamo sempre utilizzato la parola “animale” come sinonimo di brutalità. Ma osservando realmente il comportamento delle altre specie scopriamo qualcosa di diverso.
L’animale può essere aggressivo, può attaccare e può anche uccidere, ma lo fa per ragioni legate alla sopravvivenza. Difende il territorio, protegge la prole, cerca nutrimento o reagisce davanti a una minaccia.
L’animale non prova il bisogno di umiliare.
Non cerca l’approvazione del gruppo attraverso la sofferenza di un altro essere vivente.
Non trasforma il dolore in spettacolo.
L’essere umano, invece, possiede una caratteristica unica: può scegliere la violenza anche quando
non è necessaria.
Può ferire non per difendersi, ma per vendicarsi.
Può colpire non per sopravvivere, ma per dominare.
Può provocare sofferenza non per bisogno, ma per affermare il proprio potere.
Ed è proprio questa la differenza più profonda.
L’animale può essere feroce, ma non è crudele nel senso morale del termine.
La crudeltà nasce quando alla forza si aggiunge la consapevolezza.
Quando chi agisce comprende la sofferenza che sta provocando e decide comunque di provocarla.
È una riflessione che ritroviamo anche nella letteratura. In “La fattoria degli animali”, Orwell utilizza gli animali non per raccontare la ferocia della natura, ma per mettere in scena le contraddizioni dell’uomo: il desiderio di potere, la manipolazione, la sopraffazione e la capacità di trasformare un ideale in uno strumento di dominio.
La vera inquietudine, quindi, non nasce dal fatto che l’uomo possa diventare simile all’animale.
Nasce dal fatto che l’uomo possa fare qualcosa che nessun animale fa.
Può trasformare la sofferenza di un proprio simile in un atto consapevole di potere.
Può scegliere di distruggere anche quando non deve.
Può rendere la violenza una forma di comunicazione.
Forse allora la domanda iniziale deve essere rovesciata.
Non dovremmo chiederci perché l’uomo diventi una bestia.
Dovremmo chiederci perché, pur avendo coscienza, cultura e capacità di scegliere, riesca talvolta a comportarsi peggio di qualsiasi animale.
Perché la vera differenza tra noi e le altre specie non è la presenza dell’aggressività.
L’aggressività appartiene alla vita.
La differenza è la responsabilità.
Noi possiamo scegliere.
Possiamo scegliere di lasciare emergere la parte più oscura di noi oppure imparare a governarla.
E forse la sfida più importante del nostro tempo non è eliminare la bestia che vive dentro l’essere umano.
È avere il coraggio di riconoscerla.
Perché soltanto chi riesce a guardare la propria parte più oscura può davvero scegliere di essere più umano.