Il furto di Ferragosto a Messina, Sicilia

Di Roberto PULEO

Si rimane allibiti nel leggere alcune affermazioni e opinioni di autorevoli storici dell’arte, apparse su giornali online e blog, che si affrettano a dire la loro e si stupiscono persino del grave furto avvenuto al Museo di Messina ai danni di famose opere d’arte, come se non conoscessero la realtà siciliana e, più in generale, altre situazioni presenti sul territorio italiano, dove musei e chiese custodiscono preziosi manufatti artistici. Tra queste vi sono le tre tavole del Polittico di San Gregorio del 1473 e la tavola bifronte con la Madonna con il Bambino e il Cristo in Pietà, trafugate nella notte di Ferragosto del 2026 dal Museo Regionale Interdisciplinare di Messina, il MuMe.

Inizialmente i ladri hanno preso sei opere di Antonello da Messina. Quattro sono state effettivamente portate via, mentre due sono state subito recuperate perché abbandonate fuori dal museo durante la fuga dei malviventi, presumibilmente disturbati da persone che stavano transitando nei pressi dell’edificio museale.

Qualcuno si è mai posto una riflessione sulla sicurezza di questi siti?

Qualcuno si è mai posto una seria riflessione sulla sicurezza di questi siti che custodiscono opere d’arte, preziosi manufatti tramandati nel tempo e che rappresentano una parte importante della nostra storia?

Gli storici dell’arte, così come conoscono la storia delle opere, non dovrebbero ignorare le condizioni nelle quali queste vengono custodite. Dove si conservano beni di valore inestimabile, la loro tutela dovrebbe essere una priorità.

Certo, qualcuno potrà dire: «Ma il compito della sicurezza non è dello storico dell’arte».

Formalmente è vero. Tuttavia, lo storico dell’arte deve essere consapevole anche del contesto museale e territoriale nel quale l’opera viene conservata. Tutto ciò che riguarda un’opera e la sua storia comprende anche il luogo in cui essa viene custodita e resa fruibile al pubblico.

Non può conoscere solamente l’iconografia, la storia o la narrazione filosofica dell’opera d’arte nel tempo. Deve necessariamente avere una visione più ampia, comprendendo anche le condizioni che ne consentono la conservazione e la protezione.

La sicurezza, quindi, dovrebbe andare di pari passo con la conoscenza storica e artistica. Un’opera deve poter essere studiata, ammirata e tramandata nel tempo.

Se sino ad oggi la sicurezza nei musei, nelle istituzioni e negli edifici di culto è stata, in alcuni casi, scarsa o quasi nulla, appare inevitabile intervenire elevando il livello di protezione.

Sarebbe necessario, a mio parere, prevedere una figura professionale esperta nel settore e conoscitrice dell’arte e del suo valore storico ed economico, eventualmente affiancata da uno storico dell’arte.

Un ispettore, insomma, autonomo e non collegato direttamente al sito da controllare, addetto alla verifica dei sistemi di sicurezza e delle procedure adottate, con il compito di vigilare anche sull’operato dei custodi, dei collaboratori dei musei e dei dipendenti degli edifici di culto.

Da storico dell’arte e criminologo non posso sottrarmi a una disamina dei fatti e a una riflessione sugli elementi che, a mio avviso, hanno caratterizzato il furto avvenuto al Museo di Messina.

In Sicilia si dice che i crimini più efferati si compiano spesso in estate. La stagione estiva, con il suo caldo intenso, può modificare ritmi, abitudini e comportamenti delle persone. Il caldo e le notti insonni possono, secondo una mia personale riflessione criminologica, rappresentare un contesto nel quale determinate menti inclini a delinquere trovano maggiore occasione o impulso per progettare e compiere determinati reati.

È così che la mente dell’uomo, quando è deviata e incline a delinquere, può ingegnarsi. Attraverso il passaparola, la conoscenza di determinate persone e i contatti con soggetti che, direttamente o indirettamente, ruotano attorno a dipendenti, frequentatori o conoscitori del museo, si può venire a sapere che all’interno di quella struttura siano custodite opere d’arte di ingente valore.

Siamo, naturalmente, nel campo delle possibili dinamiche attraverso le quali può nascere e svilupparsi un progetto criminoso.

Si parte dalle informazioni, dalla conoscenza del luogo, dalla consapevolezza del valore delle opere e dalla possibilità di individuare eventuali vulnerabilità.

Ed è a questo punto che, nella mia personale lettura criminologica, potrebbe inserirsi anche la figura di un possibile committente: un facoltoso «signor X» che accetta una proposta pur conoscendo perfettamente il valore delle opere e sapendo che non sarebbero facilmente commerciabili sul mercato legale.

Opere che, tuttavia, potrebbero essere destinate a una collezione privata, al salotto di una villa o a un luogo riservato, dove l’accesso sia esclusivo e limitato al solo committente o a pochissime persone.

Non si tratta, naturalmente, di affermare che questo sia necessariamente lo scenario del furto di Messina. Le indagini stabiliranno movente, responsabilità e destinazione delle opere. Ma, dal punto di vista criminologico, non si può escludere che dietro il furto di beni di tale importanza possa esservi una pianificazione nata dalla conoscenza del loro valore, dalla valutazione delle vulnerabilità e dalla possibilità di una destinazione al di fuori dei normali circuiti commerciali.

Il problema della sicurezza delle opere d’arte

C’è, inoltre, un’altra considerazione che ritengo fondamentale. La protezione delle opere d’arte, almeno in molte realtà della Sicilia, appare spesso insufficiente. Nei musei e negli edifici di culto non è difficile imbattersi in situazioni nelle quali beni di grande valore storico e artistico sembrano non essere adeguatamente protetti.

In alcune chiese e in diversi luoghi di culto si possono trovare opere del Seicento e del Settecento che, con un minimo di accortezza da parte di chi intendesse commettere un reato, potrebbero diventare facilmente vulnerabili.

In alcuni casi, anche opere di grandi dimensioni, realizzate da importanti maestri siciliani e di notevole valore, potrebbero essere oggetto di sottrazione.

E questa situazione non riguarda soltanto la Sicilia.

Diversi siti del nostro Paese custodiscono un patrimonio immenso, distribuito in piccoli musei, chiese, conventi e strutture che non sempre dispongono di sistemi di protezione proporzionati al valore dei beni conservati.

Non è bastato il furto della Natività di Caravaggio, avvenuto nel 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, un’opera che ancora oggi non è stata recuperata.

A distanza di decenni continuiamo ad assistere a furti clamorosi ai danni del patrimonio artistico italiano.

E oggi ci troviamo di fronte a un altro gravissimo episodio, avvenuto addirittura all’interno di un museo siciliano, quello di Messina, un luogo che, proprio per la qualità e l’importanza delle opere custodite, avrebbe dovuto disporre di un sistema di protezione adeguato.

Le indagini dovranno accertare come sia stato possibile che i malviventi riuscissero a entrare, raggiungere le opere e portarne via alcune in così poco tempo.

Sarà necessario comprendere se vi siano state falle nei sistemi di sicurezza, nelle procedure, nella vigilanza o se siano intervenuti altri fattori che hanno favorito l’azione criminale.

Questo è il compito degli investigatori e della magistratura.

Ma, indipendentemente dalle responsabilità individuali che dovranno eventualmente essere accertate, rimane una domanda che non può essere ignorata: è possibile che opere d’arte di tale valore possano essere custodite senza un sistema di sicurezza realmente adeguato alla loro importanza storica, artistica ed economica?

Il valore storico delle tavole e il dovere della tutela

Le opere trafugate non rappresentano soltanto beni di straordinario valore economico.

Le tavole del Polittico di San Gregorio e la tavola bifronte costituiscono testimonianze fondamentali della storia artistica siciliana e italiana. Sono manufatti che hanno attraversato secoli di storia e che rappresentano una parte importante della cultura e dell’identità di un territorio.

Un’opera d’arte non può essere valutata esclusivamente in base al suo prezzo.

Il suo valore risiede nella sua storia, nella sua unicità, nella mano dell’artista che l’ha realizzata e nella capacità di tramandare, attraverso i secoli, una testimonianza che appartiene a tutti.

Quando un’opera viene rubata, non viene sottratta soltanto a un museo. Viene sottratta alla collettività, agli studiosi, agli studenti, agli appassionati e alle future generazioni.

Ed è proprio per questo che la sicurezza non può essere considerata un aspetto secondario.

Non possiamo preoccuparci della protezione delle opere soltanto dopo che queste sono state rubate. Occorre prevenirne la sottrazione attraverso sistemi adeguati, costantemente verificati e aggiornati.

Per questo motivo ritengo necessaria una maggiore attenzione alla sicurezza dei musei, delle chiese e di tutti quei luoghi che custodiscono opere d’arte di valore inestimabile.

Non basta la presenza di una telecamera o di un custode. Occorre un sistema strutturato, organizzato e sottoposto a controlli, affidato a persone realmente competenti e capaci di comprendere non soltanto il funzionamento di un apparato tecnologico, ma anche il valore del bene che quel sistema deve proteggere.

Il furto di Messina, oltre a rappresentare un grave episodio criminale, dovrebbe quindi diventare un motivo di riflessione.

Non soltanto su chi abbia commesso il furto e su dove siano finite le opere.

Ma anche su una domanda molto più ampia: stiamo realmente facendo tutto ciò che è necessario per proteggere il patrimonio artistico che la storia ci ha consegnato?

Perché un’opera d’arte, una volta perduta, distrutta o sottratta alla fruizione pubblica, non può essere semplicemente sostituita. E il danno non riguarda soltanto il presente.

Riguarda anche il futuro e quella memoria storica che abbiamo il dovere di consegnare alle generazioni che verranno.

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Roberto Puleo, Criminologo Qualificato AICIS