Tratto dall’intervista al quotidiano “Dentro la Notizia” alla Criminologa AICIS Gloria Gallotta
La morte di Abderrahim Fakir durante un intervento di polizia a Bologna continua a sollevare interrogativi che vanno ben oltre le responsabilità individuali, ancora al vaglio della magistratura. Al centro dell’attenzione non c’è soltanto la dinamica del contenimento da parte degli agenti, ma anche il ruolo del personale sanitario intervenuto sul posto e il delicato equilibrio tra esigenze di sicurezza e tutela della vita. Abbiamo affrontato questi temi con Gloria Gallotti, criminologa ed esperta nell’ambito delle emergenze sanitarie, che, analizzando le immagini dell’intervento, evidenzia una serie di criticità procedurali e organizzative. Le sue valutazioni non anticipano il giudizio degli inquirenti, ma pongono interrogativi rilevanti sull’efficacia dei protocolli di soccorso, sul coordinamento tra 118 e forze dell’ordine e sulla necessità di ripensare le modalità operative in situazioni ad alta tensione.
Quando l’equipaggio del 118 è arrivato sul posto e ha visto l’uomo a terra bloccato dalla polizia, qual è stata la prima cosa che ha fatto? C’è stata una valutazione immediata dei parametri vitali a distanza?
Dal video in circolazione si possono trarre alcune conclusioni che destano dubbi circa le modalità di intervento. Premesso che queste conclusioni non cercano consenso, piuttosto sono mirate a mettere sotto la lente d’ingrandimento alcune criticità rilevate, resta al vaglio degli inquirenti il compito di far emergere eventuali responsabilità. Detto questo, l’equipaggio intervenuto sul target inizialmente non ha avanzato alcuna azione nei confronti del soggetto, rifacendosi alle più comuni e diffuse regole sulla sicurezza. Nella consuetudine gli operatori sanitari, infatti, possono avvicinarsi al paziente solo quando la scena risulta sicura per sé stessi e tutte le persone coinvolte. La valutazione dei parametri vitali avviene verosimilmente a distanza, ovvero attraverso l’osservazione dello stato di coscienza che prevede la presenza di respiro e circolo, e la risposta motoria. Entrambe inizialmente erano presenti, pertanto non persistevano segni o sintomi di deficit vitali.
Una persona a terra che smette di urlare, di dimenarsi o che inizia a rantolare sta manifestando un collasso respiratorio. Perché i sanitari presenti non sono intervenuti immediatamente per verificare lo stato di coscienza?
Nel momento in cui il soggetto ha smesso di dimenarsi e di urlare manifestando una dispnea (difficoltà respiratoria) in atto, gli operatori avrebbero dovuto segnalare alle autorità una criticità organica in atto e attivarsi a sostegno della respirazione. Rilevare con idonei presidi (saturimetro) il grado di ossigenazione e eventualmente predisporre ossigeno a supporto delle vie aeree già compromesse dallo spray urticante e dalla posizione prona, probabilmente sarebbe stato decisivo ai fini della sopravvivenza. L’osservazione va bene, ma non restituisce la verità assoluta sull’efficacia della respirazione. Dal video emerge anche la totale assenza, anche a distanza di sicurezza, dei presidi che obbligatoriamente devono seguire il personale sanitario e in ausilio a tutte le manovre previste nel primo soccorso. L’operatore ha il dovere etico e morale di mettere in campo tutti protocolli utili alla salvaguardia e tutela del paziente per cui è stato chiamato ad intervenire, soprattutto quando quest’ultimo è stato reso incapace di compiere azioni auto-etero lesive. Pertanto, il personale avrebbe dovuto attivare il supporto medico avanzato per due motivi: il primo a fronte della somministrazione di spray urticante a titolo preventivo per una possibile reazione allergica allo stesso (così come avviene per l’uso del taser); il secondo per avvalersi della scelta clinica (es. sedazione assistita, TSO, ASO) che rientra nelle facoltà esclusive ed insindacabili del medico. Non conosco i ruoli dell’equipaggio in questione, ma escludo la presenza di un medico perché se ci fosse stato l’evoluzione del soccorso non sarebbe stata quella che oggi ci ritroviamo ad argomentare. Tantomeno si evince dalle immagini l’arrivo di un medico durante tutto il periodo del contenimento. Spero vivamente che l’equipaggio abbia quantomeno provato ad attivarlo durante in contenimento.
L’immobilismo dei sanitari sul posto può essere considerato un difetto di valutazione clinica o una passività di fronte alla forza pubblica?
L’immobilismo dei sanitari non può essere riconducibile ad una errata valutazione clinica perché volontari, sanitari professionisti ed infermieri sono incaricati di pubblico servizio ma non pubblici ufficiali; pertanto, non possono scavalcare le decisioni delle autorità. Ciò non esclude la possibilità di mediare con le autorità un avvicinamento al paziente a titolo conservativo delle funzioni vitali quando quest’ultimo divenuto inerme. Attribuirei il loro immobilismo ad un atteggiamento di abituazione, ovvero alla continua esposizione a situazioni simili e quindi ad una diminuzione della risposta comportamentale di fronte ad uno stimolo ripetuto nel tempo e apparentemente innocuo rispetto all’esito finale. Il caso preso in esame non isolato. Ogni giorno sul territorio si assiste ad un incremento di situazioni simili e ad una risposta sempre meno strutturata. Questo non giustifica l’epilogo vergognoso e struggente che stiamo argomentando, ma è una vulnerabilità professionale che dev’essere contemplata nella quotidianità dei soccorritori. Se nel 2026 emergono criticità di questa portata, è necessaria una revisione dei protocolli specifici per interventi integrati nel rispetto dei ruoli e competenze.
In che modo la combinazione di agitazione psicomotoria, sforzo fisico, spray irritante e compressione toracica porta all’arresto cardiocircolatorio in pochi minuti?
La combinazione agitazione psicomotoria, spray urticante, compressione toracica possono degenerare in un arresto respiratorio. Nella fattispecie, infatti, l’agitazione psicomotoria prevede un aumento della frequenza cardiaca a sostegno della marcata richiesta di ossigeno a questa richiesta organica si contrappongono due elementi oggettivi: lo spray urticante che impedisce una respirazione efficace e una limitata capacità polmonare di incamerare ossigeno a causa della ridotta espansione della gabbia toracica perché compressa al suolo. È intuitivo come le tre componenti non possano non parlarsi e ridurre la respirazione fino all’arresto, ma resta un’ipotesi che dovrà essere esclusa o confermata nelle competenti sedi, a fronte di altri potenziali fattori che possono aver partecipato al decesso.
Una volta che il 118 giunge sul posto, la gestione della salute fisica della persona a terra passa sotto la responsabilità medica o rimane subordinata alle decisioni della polizia?
Quello che emerge dalle immagini è che i sanitari si sono avvicinati timidamente e molto (troppo a mio avviso) lentamente abbiano prestato soccorso. Il soggetto era diventato troppo silenzioso già mentre venivano immobilizzati gli arti inferiori. Quello era il momento di procedere con i soccorsi. Ho visto e rivisto la scena più volte per capire qual era l’elemento ostativo che ha impedito ai soccorritori di prendere in gestione il paziente. Onestamente ancora non ho una risposta. La richiesta di uno di loro alle autorità sulla possibilità che fosse vivo, dovrebbe far tremare le comunità scientifiche che da anni si adoperano per una eccellente practice del soccorso.
I sanitari hanno chiesto agli agenti di allentare le prese, togliere la pressione dal torace o girare l’uomo sul fianco in posizione laterale di sicurezza? Se non l’hanno fatto, hanno violato un protocollo?
Nel dubbio hanno girato il soggetto in posizione supina con le mani legate e nonostante lo stato di incoscienza hanno a lungo osservato, prima in due, poi in tre e poi in quattro, senza rilevare con idonei strumenti una condizione che era palesemente grave. Nonostante si siano resi conto della gravità, la lentezza delle loro azioni disarmante. Non posso non soffermarmi su questo aspetto perchè se c’è un fattore determinante nel salvare una vita è proprio il tempo. I pazienti in imminente pericolo di vita, sono definiti nel gergo sanitario tempo-dipendenti, proprio perché i protocolli vanno applicati in tempi ridottissimi. Il video non va oltre questa fase dell’evento, pertanto non posso rispondere per una procedura che non è visibile, voglio sperare che nell’esecuzione delle manovre di rianimazione, tutto sia andato come da protocollo, ma per questo esiste la registrazione integrata al defibrillatore. Resto del parere che quei minuti hanno fatto la differenza sulla vita di una persona e questo è per definizione un fallimento per il mondo del soccorso a qualsiasi titolo.
Gli operatori del 118 ricevono una formazione adeguata per gestire situazioni ad alta tensione in cui devono imporsi sulle forze dell’ordine per ragioni medico-sanitarie?
Gli operatori sanitari (laici o professionisti) sono persone addestrate per salvare vite. La gestione dei pazienti in agitazione psicomotoria viene, tendenzialmente, gestita dal medico quale unica figura che detiene potere decisionale sulle azioni da intraprendere (contenimento, sedazione assistita, etc…). Gli operatori sanitari a qualsiasi titolo non possono fare diagnosi, non possono utilizzare il contenimento, né somministrare farmaci se non in presenza di un medico. La capacità di azione resta ridotta e confinata anche rispetto alle autorità, di cui devono avvalersi inevitabilmente per motivi di sicurezza.
Dal punto di vista strettamente procedurale, quali azioni immediate avrebbero potuto evitare l’esito fatale (es. de-escalation, posizionamento sul fianco, somministrazione tempestiva di ossigeno o sedazione sanitaria controllata)?
Dovremmo considerare alcuni aspetti che in contesti simili fanno la differenza: la finestra temporale molto ridotta; l’escalation dell’aggressività una variabile legata ai diversi fattori (abuso sostanze, disturbi psichiatrici, etc..); la predisposizione alla mediazione soggettiva (a buon cuore e pazienza degli operatori tutti); le risorse scarseggiano a fronte di un crescente aumento delle richieste; non esistono protocolli integrati tra sanitari e autorità (forse qualcosa a livello locale); la formazione rispetto a certe dinamiche carente.
Cosa insegna questa tragedia sulla necessità di rivedere l’interazione sul campo tra 118 e forze dell’ordine durante i fermi e i contenimenti in strada?
Questo drammatico evento in parte il risultato di improvvisazione e negligenza. Nel 2026 in un paese da sempre ritenuto eccellente in termini sanitari, siamo testimoni di una carenza strutturale e formativa degna di fronteggiare interventi di questo tipo; da qui bisogna ripartire e rimodulare protocolli e procedure dedicati, ma necessaria la collaborazione di tutti gli attori chiamati ad intervenire.