di Mauro Ziani*
“Il centro di Roma è il posto migliore dove commettere un omicidio”. Questa frase la pronuncia Manrico Spinori, il Sostituto Procuratore della Repubblica nato dalla fantasia del noto scrittore ed ex magistrato Giancarlo De Cataldo che, nel suo ultimo giallo “Delitto in Cornice[1]”, evidenzia come l’eccesso di videocamere a presidio di un area metropolitana si traduca paradossalmente in una esorbitanza di immagini tale da paralizzare le investigazioni anziché accelerarle. Al di là della finzione letteraria, da osservatore delle politiche di sicurezza urbana e delle dinamiche del controllo sociale, guardo con crescente preoccupazione al progressivo scivolamento delle nostre città verso l’illusione di un Panopticon diffuso[2]: un modello nel quale la tecnologia tende a sostituire la presenza umana sul territorio, con risultati discutibili sul piano della prevenzione e inquietanti su quello della coesione civile.
Viviamo immersi in una rete di lenti digitali: dagli smartphone sempre pronti a registrare alle telecamere disseminate nei centri urbani, la promessa politica si ripete ormai da anni con la stessa formula: la tecnologia ci proteggerà.
Eppure la cronaca restituisce un quadro molto diverso. Si va dalla tragica vicenda del sedicente regista americano a Roma, individuato dopo un duplice omicidio a Villa Pamphili grazie ai video girati dai cittadini che ne avevano filmato l’incedere bizzarro e insanguinato, al pestaggio mortale di Nicola Musiani a Pinarella di Cervia, per il quale l’identificazione dei presunti responsabili è passata attraverso l’analisi di numerose registrazioni anche private. A questi episodi si aggiunge il caso avvenuto pochi giorni fa nel comune di Forlì[3], dove l’assessore alla sicurezza ha ricevuto il video inviatogli da un cittadino per segnalare due persone intente a consumare un atto sessuale in pieno giorno all’interno di uno spazio pubblico[4]. Di fronte al plauso per la cosiddetta “polizia social” e per l’efficienza degli occhi elettronici, occorre chiarire un punto centrale: l’architettura della videosorveglianza capillare si fonda su un equivoco, perché viene presentata come strumento di prevenzione mentre, nella pratica, opera soprattutto come supporto investigativo successivo al fatto. Nessun aggressore, nell’impeto della violenza o dell’alterazione psicofisica si ferma a valutare il cono visivo di una telecamera; i reati avvengono spesso alla luce del sole. La presenza passiva di un dispositivo di registrazione offre quindi un’illusione di protezione, non un deterrente reale. Un ulteriore effetto distorsivo riguarda il comportamento dei cittadini: di fronte a un pericolo oppure a una situazione di degrado, la reazione spontanea non è più quella di chiamare immediatamente il numero unico di emergenza, ma di estrarre lo smartphone, riprendere la scena e inviare il file a una chat o a un amministratore locale. Il cittadino smette così di essere un soggetto attivo che chiede soccorso e si trasforma in un reporter passivo del crimine, lasciando che l’illecito si consumi pur di ottenerne la prova visiva. E’ appena il caso di osservare, tra l’altro, che nel diritto processuale penale italiano l’acquisizione di una prova non è un semplice “upload” di un file su un server. Un video caricato da un cittadino su una piattaforma generica rischia di essere facilmente contestabile in termini di genuinità e custodia (falsificazione, manipolazione con intelligenza artificiale, mancanza di metadati certi come data, ora, coordinate GPS, ecc.).
Anche il ruolo delle forze dell’ordine ne risulta modificato: non esiste, né potrà realisticamente mai esistere, una centrale operativa capace di monitorare in tempo reale migliaia di flussi video per prevenire ogni azione criminosa nel momento in cui si innesca. L’intervento istituzionale resta quindi, nella maggior parte dei casi, successivo all’evento: la tecnologia non attiva la polizia prima della violenza, ma le mette a disposizione una moviola per ricostruire il reato a posteriori.
Se questo è il quadro, la conclusione sulla sicurezza percepita è amara: la certezza offerta dalla videosorveglianza capillare non è necessariamente quella di impedire un delitto, ma di registrarne lo svolgimento in alta definizione. Le immagini potranno aiutare gli inquirenti a individuare il colpevole e a ricostruire rapidamente i fatti, ma non restituiranno la vita alla vittima. È qui che emerge la distorsione concettuale più grave: confondere la risoluzione investigativa di un crimine con la salvaguardia preventiva della vita umana.
Il fallimento della prevenzione affidata solo alla tecnologia appare ancora più evidente se si considera l’involuzione del concetto di “prossimità”. Che fine hanno fatto i progetti di poliziotti e carabinieri di quartiere, presentati vent’anni fa come risposta concreta al bisogno di sicurezza dei cittadini? Dopo investimenti pubblici, formazione dedicata e dotazioni specifiche, quei presidi umani sono stati progressivamente ridimensionati, assorbiti dalle esigenze d’ufficio o di ordine pubblico.
La prossimità, intesa come ascolto, conoscenza delle dinamiche di quartiere e relazione stabile con i residenti, è stata così svuotata di significato e delegata ai pixel. Si dimentica che le telecamere non educano alla legalità, mentre la presenza fisica di una pattuglia su strada può farlo: il contatto umano trasmette autorevolezza, responsabilità e una percezione concreta di tutela. L’illusione di sostituire la presenza fisica con un algoritmo produce un paradosso: il territorio diventa più cieco proprio mentre appare più sorvegliato. La convinzione che “tanto c’è l’occhio elettronico” induce enti locali e istituzioni ad arretrare dal presidio reale, generando spazi urbani apparentemente controllati ma, nei fatti, sempre più incustoditi.
In questo scenario di sostanziale disimpegno delle istituzioni si inserisce l’emblematica assurdità dei “Patti per il Controllo di Vicinato”, protocolli d’intesa sottoscritti con enfasi da centinaia di amministrazioni comunali con il plauso delle Prefetture; accordi che, sbandierati come modelli avanzati di “cooperazione e sicurezza partecipata”, rappresentano la definitiva abdicazione dello Stato alla sua funzione primaria di presidio del territorio. Attraverso questi patti si assiste a una vera e propria privatizzazione della vigilanza, istituzionalizzando la figura del cittadino-sentinella organizzato in chat di messaggistica e gruppi di quartiere per monitorare la strada. Invece di garantire un reale pattugliamento delle forze dell’ordine, le istituzioni firmano protocolli che stimolano l’ossessione del controllo, incentivando la nascita di rioni di vigilanti digitali e scaricando la responsabilità della sicurezza collettiva anche sulle spalle del privato.
Questa deriva appare ancora più miope se confrontata con esperienze europee fondate sulla presenza relazionale e sull’integrazione sociale, come i Police Community Support Officers nel Regno Unito[5] o i modelli “SSP” nordici di cooperazione tra scuola, servizi sociali e polizia[6]. Anche il quadro europeo sull’intelligenza artificiale segnala la necessità di fissare limiti stringenti alla sorveglianza biometrica negli spazi pubblici, proprio per evitare forme di controllo generalizzato[7]. A rendere ancora più fragile il controllo remoto contribuirà inoltre la sempre maggiore diffusione di contromisure accessibili anche ai malintenzionati: camuffamenti “adversarial”, abbigliamento anti-algoritmo, stampe geometriche e tessuti termo-riflettenti capaci di ingannare i sistemi di visione artificiale[8]. Se tali strumenti diventeranno comuni, l’intero impianto della videosorveglianza mostrerà il proprio limite: chi intende commettere un reato potrà rendersi meno riconoscibile ai software, mentre i cittadini comuni continueranno a lasciare tracce digitali ovunque. Occorre dunque dirlo con chiarezza: affidare la tutela della vita a una dashboard o a un algoritmo significa costruire la sicurezza su basi fragili. L’unica sicurezza realmente preventiva resta quella fondata sul presidio umano, fisico e relazionale.
_____________________________
Mauro Ziani* Criminologo Qualificato, Colonnello dell’Arma dei Carabinieri (ris), già Security Officer del NATO Stability Policing Centre of Excellence
NOTE:
[1] Edizioni Einaudi, collana Stile Libero, giugno 2026, pag. 150-151.
[2] Giuseppe Tropea, Dal panottico alla dashboard della smart city securitaria, su federalismi.it, 24.09.2024, https://www.federalismi.it/nv14/articolo-documento.cfm?artid=51167.
[3] Comune con 767 telecamere installate (il numero più alto di tutta la Romagna).
[4] https://www.ilrestodelcarlino.it/forli/cronaca/sesso-in-centro-a-forli-i9v7sbwy
[5] https://www.gov.uk/police-community-support-officers-what-they-are
[6] https://dkr.dk/media/6901/uk-ssp-cooperation-basis-and-organisation.pdf
[7] https://www.eunews.it/2026/07/31/lue-richiama-litalia-sul-riconoscimento-facciale-controllo-dei-cittadini-con-lia-e-contro-le-regole/
[8] Hypebeast Newsroom, Come i capi “Digital Camouflage” di Simon Weckert ingannano le telecamere IA con attacchi avversari, https://hypebeast.com/it/2026/8/simon-weckert-digital-camouflage-disrupts-ai-surveillance