Lo Stato arretra, la mafia si riorganizza. Analisi criminologica sulla nuova espansione della criminalità organizzata tra carcere, violenza urbana e vuoti istituzionali

08/05/2026

A cura di Roberto Puleo

 

Un grido d’allarme si leva dalla città di Palermo e si diffonde ormai nell’intera cittadinanza.

Ma ciò che preoccupa maggiormente è che, mentre i mass media raccontano di armi che tornano a sparare con inquietante frequenza anche in altre città d’Italia, avanza la medesima preoccupazione: a Palermo si avverte la sensazione concreta di una criminalità che tenta nuovamente di riorganizzarsi e di rioccupare spazi lasciati scoperti.

La questione non riguarda soltanto la criminalità comune. A destare allarme è soprattutto il ritorno sulla scena di soggetti di elevato spessore criminale, uomini e famiglie legati ai vecchi assetti mafiosi che, una volta usciti dal circuito carcerario — per decorrenza dei termini, benefici, fine pena o altre vicende giudiziarie — sembrano riprendere contatti, relazioni e dinamiche operative quasi come se nulla fosse accaduto.

Nel frattempo, le forze dell’ordine si trovano ad affrontare enormi difficoltà operative. Carenze di personale, mezzi insufficienti e anni di scelte politiche spesso miopi hanno progressivamente indebolito la capacità di controllo del territorio. Gli operatori di polizia, pur lavorando con straordinario sacrificio, riescono spesso a malapena a garantire i servizi istituzionali ordinari, mentre la criminalità si evolve, si adatta e sfrutta ogni vuoto lasciato dallo Stato.

Emblematico è ciò che accade in quartieri storici come la Vucciria, cuore pulsante della movida palermitana. Proprio in quei luoghi dove migliaia di cittadini e turisti cercano svago, socialità e tradizione, riaffiorano dinamiche tipiche del controllo mafioso del territorio. Secondo diverse ricostruzioni investigative, alcuni ex detenuti vicini agli ambienti criminali avrebbero riallacciato rapporti con vecchie conoscenze del sodalizio mafioso locale, nel tentativo di ricostituire gruppi operativi dediti a estorsioni, traffici illeciti e controllo delle attività economiche.

Ed è qui che emerge uno dei principi fondamentali dell’analisi criminologica: la criminalità organizzata segue sempre il denaro.

Dove esiste economia, aggregazione sociale e circolazione di capitali, la mafia tenta di infiltrarsi. Lo fa inizialmente in modo silenzioso, attraverso relazioni, intimidazioni velate, protezioni apparenti e controllo sociale; successivamente, quando necessario, ricorre apertamente alla forza e alla violenza per realizzare un guadagno facile.

Le recenti sparatorie avvenute nel centro cittadino, così come altri episodi di violenza urbana, non rappresentano soltanto fatti isolati di cronaca nera. Dal punto di vista criminalistico, possono essere interpretati come segnali di una competizione territoriale, di una riaffermazione di potere o di una dimostrazione di presenza criminale verso gruppi rivali e verso la popolazione stessa. La mafia, infatti, vive anche di simboli: il controllo psicologico del territorio è spesso più importante del controllo fisico.

E allora la domanda diventa inevitabile: la mafia è davvero tornata?

Oppure non è mai andata via del tutto?

Per anni si è diffusa l’illusione che, con l’arresto degli ultimi grandi latitanti, il fenomeno mafioso fosse stato definitivamente sconfitto. Eppure, Giovanni Falcone insegnava che la mafia è un fenomeno umano e, come tutti i fenomeni umani, ha un principio e una fine. Ma quella fine non può arrivare soltanto attraverso gli arresti. Deve passare attraverso una trasformazione culturale, sociale, economica e istituzionale profonda.

Quando lo Stato arretra, quando i quartieri vengono abbandonati, quando manca lavoro, controllo sociale e fiducia nelle istituzioni, la criminalità organizzata trova terreno fertile per rigenerarsi.

Ed è proprio qui che il discorso conduce inevitabilmente a una riflessione sul sistema giudiziario e, soprattutto, su quello penitenziario.

Oggi le carceri italiane soffrono una crisi strutturale gravissima: sovraffollamento, carenza di personale specializzato, strutture inadeguate, insufficienza di programmi di recupero e scarsità di supporto psicologico e criminologico. In molti casi il carcere rischia di trasformarsi non in uno strumento di rieducazione, ma in un luogo di sopravvivenza e, talvolta, persino di consolidamento delle relazioni criminali.

Una seria riforma penitenziaria dovrebbe distinguere con chiarezza le diverse tipologie di detenuti:

-chi può realmente intraprendere un percorso di recupero;

– chi presenta gravi disturbi psicologici o psichiatrici;

– chi appartiene stabilmente a organizzazioni criminali strutturate;

– chi continua a mantenere un ruolo operativo e direttivo anche dal carcere.

Dal punto di vista criminologico, non tutti i soggetti hanno lo stesso indice di pericolosità sociale. Esistono criminali occasionali e criminali strutturati.

Esistono individui recuperabili e soggetti totalmente immersi in una cultura criminale radicata sin dall’infanzia.

Ignorare questa distinzione significa commettere un errore gravissimo sia sul piano investigativo sia su quello sociale.

Naturalmente, uno Stato democratico non può rinunciare ai principi costituzionali della dignità umana e della funzione rieducativa della pena. Ciò non significa abbassare la guardia davanti a soggetti che hanno costruito la propria esistenza sulla violenza, sul dominio mafioso e sul sangue. Chi si è macchiato di delitti efferati, chi continua a manifestare adesione ai codici mafiosi e chi rappresenta ancora un concreto pericolo per la collettività deve essere sottoposto a un controllo rigoroso e costante, senza che cavilli, inefficienze o lentezze burocratiche finiscano per vanificare il lavoro investigativo e i sacrifici delle forze dell’ordine.

Il problema, oggi, non è soltanto arrestare i criminali.

Il vero problema è impedire che il sistema produca continuamente le condizioni per il loro ritorno.

Perché quando lo Stato perde credibilità, quando la giustizia appare lenta o inefficace e quando il carcere non riesce né a recuperare né a contenere realmente la pericolosità criminale, il rischio è quello di assistere a un fenomeno ancora più pericoloso: la normalizzazione della paura e il ritorno della sfiducia dei cittadini nelle istituzioni.

E una società che smette di credere nello Stato lascia inevitabilmente spazio alla criminalità organizzata.