Si continua a dire, giustamente, alle donne di denunciare qualsiasi atto di violenza ma poi…

Di Fabrizio Rappini*

Poi, chi è in prima linea  per prendere provvedimenti, o non lo fa, oppure quando si arriva in tribunale, se non si è state ammazzate, ci si deve sottoporre a veri e propri interrogatori che spesso portano ad umiliazioni. In questi giorni, le cronache hanno dato conto di un femminicidio, quello di Vanessa Ballan e della udienza per il presunto stupro da parte del figlio di Beppe Grillo.

UN FEMMINICIDIO “SOTTOVALUTATO”

E’ quello di Vanessa Ballan. A dirlo, in pratica, è il procuratore della Repubblica di Treviso, Marco Martani. “Si sarebbe potuto decidere per il divieto di avvicinamento a Vanessa Ballan, cosa che non è stata fatta e che a posteriori sembra essere stato un errore di valutazione. Cercheremo meglio di capire che cosa non ha funzionato in questo caso”. Non ha funzionato nulla e ora una ragazza di 26 anni non c’è più. Non c’è più per colpa di chi? Sarebbe facile rispondere “per colpa di chi non ha preso le misure necessarie per far sì che questo non avvenisse”. Ma il procuratore Marco Martani spiega che “non c’erano gli estremi per prendere l’unica misura che avrebbe potuto impedire l’aggressione, vale a dire l’arresto in carcere”. L’omicida, o meglio, il presunto omicida era incensurato e non aveva precedenti violenti.

IL “METODO 2+2”

Purtroppo, dopo la denuncia presentata oltre due mesi fa, alla stazione carabinieri di Riese Pio X, vanessa è rimasta sola con la sua paura di trovarsi di fronte quello stalker che le aveva promesso “io ti ammazzo”. E lo ha fatto. Lo ha fatto anche grazie a quello che già tempo fa ho avuto modo di denunciare, vale a dire quello che ho definito il “metodo 2+2”. In questo caso quel “metodo” ha fatto si che, sicuramente, chi aveva l’obbligo di prendere provvedimenti abbia ragionato più o meno così: “ ma sì, in fondo quei due sono amanti e uno scazzo fra amanti ci può stare”. Tante altre volte si è ragionato in questo modo, come capitato tempo fa in una città del nord quando una ragazzina non è stata ritenuta credibile per una denuncia di stupro, dal momento che proveniva da una famiglia con la madre tossicodipendente.

IL “METODO MEDIOEVO”

Se da parte di alcuni inquirenti si usa il “metodo 2+2”, nelle aule di tribunale, spesso si usa quello del “Medioevo”. Un esempio (cattivo), in questi giorni è arrivato da un’aula del tribunale di Tempio Pausania. Si tratta del processo a Ciro Grillo e ai suoi tre amici genovesi, Vittorio Lauria, Francesco Corsiglia e Edoardo Capitta accuasati di stupro. Il “Metodo Medioevo” si è ripetuto nei confronti della presunta vittima, durante il controesame. L’avvocato che difende uno dei tre imputati, Antonella Cuccureddu, ha fatto alla ragazza italo norvegese, domande molto dettagliate sul rapporto sessuale, ma anche sulla sua reazione.

“Sono esausta, disgustata mi viene da vomitare dallo schifo”. E’ quanto ha detto la ragazza al termine di una udienza durata più di sei ora e interrotta in più di una occasione per i singhiozzi e i pianti della giovane. A definire da “medioevo” l’interrogatorio della sua assistita, è stato l’avvocato Dario Romano, in sostituzione di Giulia Bongiorno che era impegnata in parlamento.

CONCLUSIONI

Le conclusioni sono, forse troppo semplicisticamente, che si dovrebbe avere più attenzione su uan denuncia, non applicando il “metodo 2+2”, ma dando sempre un peso a quello che viene riferito e iniziare a indagare per accertarsi se è vero o meno. Poi, nel secondo caso, una volta arrivati in tribunale, anche se è vero il fatto che bisogna accertare i fatti per poter andare oltre “ogni ragionevole dubbio”, lo si possa fare senza far sentire la presunta vittima come colpevole. Ecco, fatto tutto questo potremo dire alle donne di denunciare senza paura. Ne saremo capaci?

L’AUTORE

Fabrizio Rappini, è un giornalista professionista. Criminologo AICIS qualificato secondo la legge n. 4/2013.