Chi difende lo Stato? Violenza di piazza, giustizia e crisi dell’autorità

  09/08/2026

di Roberto Puleo

 

Negli ultimi giorni l’Italia è stata attraversata da una serie di episodi che, pur nella loro diversità, sembrano raccontare una medesima realtà: la progressiva perdita di autorevolezza dello Stato e il sempre più frequente tentativo di delegittimare le istituzioni chiamate a garantire la sicurezza, la legalità e la convivenza civile.

La morte di Abderrahim Fakir durante un intervento di polizia a Bologna, le tensioni che ne sono seguite, i violenti scontri avvenuti in Val di Susa nel corso delle manifestazioni No Tav, il crescente disagio urbano e la diffusa inciviltà che caratterizza molte realtà del Paese non rappresentano fenomeni identici. Sarebbe un errore sovrapporli. Tuttavia, osservati nel loro insieme, evidenziano una crisi sempre più evidente del rapporto tra cittadini e istituzioni, tra diritti e doveri, tra libertà individuale e rispetto dell’autorità pubblica.

Lo Stato democratico vive di equilibrio. Garantisce il diritto di manifestare, di criticare, di dissentire e persino di contestare le decisioni delle istituzioni. Ma quello stesso Stato ha anche il dovere di difendere l’ordine pubblico, tutelare i cittadini e far rispettare le leggi. Quando questo equilibrio si rompe e la forza pubblica diventa il bersaglio sistematico di una parte del dibattito politico o di frange estremiste, non viene colpita soltanto una divisa: viene messa in discussione la stessa capacità dello Stato di esercitare le proprie funzioni.

Il caso Fakir merita rispetto, prudenza e verità. La morte di un uomo durante un intervento delle Forze dell’ordine impone un accertamento rigoroso, imparziale e completo. È compito della magistratura ricostruire ogni fase dei fatti, valutare le condizioni in cui è maturato l’intervento e accertare eventuali responsabilità individuali. Nessuno, tanto meno chi esercita una funzione pubblica, può sottrarsi al controllo della legge.

Allo stesso tempo, però, è necessario respingere una pericolosa deriva culturale: quella che trasforma un’indagine ancora aperta in una condanna preventiva dell’intera Polizia di Stato. In uno Stato di diritto non esistono colpe collettive. Esistono responsabilità personali che devono essere accertate attraverso il processo e non attraverso il tribunale dei social network, delle piazze o delle contrapposizioni ideologiche.

Ancora una volta, il rischio è che la ricerca della verità venga sostituita dalla costruzione di una narrazione nella quale chi indossa una divisa viene automaticamente percepito come il responsabile di ogni tragedia. È una rappresentazione che non rende giustizia né ai fatti né alle migliaia di operatori che ogni giorno svolgono il proprio servizio con professionalità, sacrificio e senso dello Stato.

Le manifestazioni che hanno fatto seguito alla vicenda di Bologna hanno dimostrato quanto sia sottile il confine tra il diritto di protestare e la violenza organizzata. La stessa famiglia di Fakir ha invitato a non trasformare il dolore in odio. È un richiamo di grande responsabilità che dovrebbe essere raccolto da tutti.

Manifestare è un diritto costituzionale.

Aggredire le Forze dell’ordine non lo è.

Lo stesso principio vale per quanto accaduto in Val di Susa. Il dissenso verso una grande opera pubblica è pienamente legittimo e trova nella democrazia tutti gli strumenti necessari per essere espresso. Quando, però, la protesta degenera in assalti ai reparti di polizia, nel lancio di pietre, bombe carta, razzi e altri oggetti offensivi, il dissenso cessa di essere esercizio di una libertà costituzionale e diventa una grave violazione della legalità.

Ogni agente ferito durante un servizio di ordine pubblico rappresenta una ferita inferta allo Stato.

Chi protegge una stazione, un cantiere, una prefettura o una piazza non difende un interesse personale, ma garantisce il diritto di tutti a vivere in una società regolata dalle leggi e non dalla violenza.

La democrazia non può essere ostaggio di chi ritiene legittimo imporre le proprie idee attraverso lo scontro fisico.

In questo contesto si inserisce anche il delicato rapporto tra magistratura e Forze dell’ordine. È sbagliato sostenere che la magistratura sia, nel suo complesso, ostile alla Polizia. Sarebbe una semplificazione ingiusta nei confronti di tanti magistrati che svolgono il proprio lavoro con equilibrio e imparzialità.

Esiste, tuttavia, una percezione sempre più diffusa tra gli operatori della sicurezza e in una parte dell’opinione pubblica: quella di un sistema nel quale, in alcuni casi, l’attenzione finisca per concentrarsi maggiormente sull’operato di chi interviene piuttosto che sulla condotta di chi ha generato la situazione di pericolo.

La magistratura ha il dovere di controllare la legalità dell’azione pubblica. È un presidio essenziale dello Stato di diritto. Ma questo controllo deve sempre tenere conto del contesto operativo nel quale le Forze dell’ordine sono chiamate a intervenire, spesso in pochi secondi, in condizioni di elevato rischio e con la responsabilità di proteggere l’incolumità pubblica.

Per questa ragione il dibattito sulla riforma della giustizia e sulla separazione delle carriere non dovrebbe essere affrontato come uno scontro tra politica e magistratura, ma come una riflessione sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sulla necessità di rafforzare la fiducia dei cittadini nella piena imparzialità della giurisdizione.

La crisi dell’autorità non nasce soltanto nei tribunali o nelle piazze.

Si manifesta ogni giorno nelle nostre città.

Nell’abbandono dei rifiuti, nel vandalismo, nell’occupazione abusiva degli spazi pubblici, nelle aggressioni al personale sanitario, agli insegnanti, agli autisti dei mezzi pubblici e agli appartenenti alle Forze dell’ordine. Si manifesta quando il rispetto delle regole viene considerato una limitazione della libertà e non la condizione indispensabile per garantire i diritti di tutti.

Anche il tema dell’immigrazione richiede equilibrio e responsabilità.

Sarebbe profondamente sbagliato identificare lo straniero con il criminale. Sarebbe altrettanto irresponsabile negare che l’immigrazione irregolare di massa, la marginalità sociale e il fallimento di alcuni percorsi di integrazione possano generare problemi concreti di sicurezza.

Il principio deve essere uno soltanto.

La legge vale per tutti.

Chi vive in Italia deve poter esercitare i propri diritti, ma deve anche rispettare i doveri previsti dall’ordinamento, i valori costituzionali e le regole della convivenza civile.

Infine, vi è la responsabilità della politica.

Una democrazia matura ha bisogno di una politica capace di governare, non soltanto di contrapporsi. Ha bisogno di istituzioni che sappiano affrontare i problemi senza trasformare ogni vicenda giudiziaria o ogni episodio di cronaca in uno strumento di propaganda.

Quando il consenso diventa più importante dell’interesse nazionale, il rischio è quello di alimentare ulteriormente la sfiducia verso lo Stato e le sue istituzioni.

L’Italia non ha bisogno di uno Stato più debole.

Ha bisogno di uno Stato più autorevole.

Un’autorità che non nasce dall’abuso del potere, ma dalla credibilità delle istituzioni, dall’efficienza della giustizia, dalla professionalità delle Forze dell’ordine e dalla responsabilità della politica tutta.

Perché lo Stato non è un’entità astratta.

È il magistrato che applica la legge con imparzialità ed equilibrio.

È il poliziotto e il carabiniere che affrontano il pericolo per proteggere i cittadini, anche con la forza.

È il finanziere che contrasta la criminalità economica.

È il sindaco che amministra con senso delle istituzioni.

È il cittadino che rispetta le regole anche quando nessuno lo controlla.

Quando una di queste componenti viene sistematicamente delegittimata, non si indebolisce soltanto un’istituzione.

Si indebolisce la Repubblica.

E una democrazia che smette di riconoscere l’autorità dello Stato come garanzia dei diritti di tutti rischia, lentamente, di perdere il fondamento stesso della propria libertà.