La redazione AICIS
di Francesco Paolo IACOVELLI
Con grande orgoglio, il blog dell’Associazione Italiana Criminologi per l’Investigazione e la Sicurezza (AICIS) apre il 2025 ospitando un’intervista esclusiva di Fabio Fabiano con il nostro Criminologo Associato, il Dr. Antonio Diurno. L’occasione è il lancio del suo saggio “Cattive Divise – La banda della Uno Bianca” (Augh! Edizioni), che porterà in scena dal prossimo 19 gennaio partendo dalla Sala Locus Mirabilis di Fumettosmania in Foggia.
L’intervista anticipa i temi chiave di un ambizioso progetto teatrale: “Storia Nera della Uno Bianca”, un’opera di teatro divulgativo scritta da Adelmo Monachese e interpretata dallo stesso Dr. Diurno. Questa pièce trasforma le pagine del libro in una narrazione coinvolgente e drammatica, riportando alla luce una delle vicende di cronaca nera più inquietanti del nostro paese.
Invitiamo tutti a seguire il tour dello spettacolo, che promette di unire rigore investigativo, passione narrativa e una riflessione profonda sul crimine e sull’animo umano. Cosa accade quando la cronaca nera si sposta dalle pagine di un libro a un palco teatrale? Scopritelo in questa imperdibile intervista.
BUONA LETTURA
Intervista di Fabio Fabiano
Cosa accade quando una una storia di cronaca nera abbandona le pagine di un
saggio per cominciare a raccontarsi da un palco?
Ce lo spiegano il criminologo foggiano Dr. Antonio Diurno, autore del saggio
“Cattive Divise – La banda della Uno Bianca” (Augh!Edizioni, 2024, 128
pagine) e Adelmo Monachese, scrittore e autore di testi teatrali.
“Storia Nera della Uno Bianca” è un’opera di teatro divulgativo scritta da
Adelmo Monachese, diretta ed interpretata da Antonio Diurno e liberamente
tratta dal suo libro.
Lo spettacolo ricostruisce in modo originale e coinvolgente la storia della
famigerata banda, che, con ferocia, seminò terrore e morte nell’Italia a cavallo
degli anni 80 e l’inizio degli anni 90.
“Diurno, perché ha sentito l’esigenza di continuare ad approfondire questa
storia al punto da trarne un adattamento teatrale?”
“Ritengo la vicenda relativa alla Banda della Uno Bianca, una tra le più
particolari ed interessanti avvenute nel nostro paese. Ho avuto modo di
verificare come i lettori del genere crime siano interessati non solo ad un certo
tipo di argomenti, ma anche al modo in cui se ne parla. Ad un certo punto mi
sono convinto che le dinamiche relative al palco e quindi alla messa in scena di
questo tipo di lavoro potessero tornare utili alla divulgazione di determinate
storie e a far comprendere meglio di cosa si occupa chi ha deciso di
intraprendere una professione come la mia.”
“Secondo lei, perché un caso di cronaca nera di trent’anni fa interessa
ancora così tanto?”
“Per quanto se ne voglia dire, la “nera”, il torbido, il crimine, i misfatti
suscitano sempre grande interesse e curiosità nelle persone. Così come tutto
quello che riguarda la psiche e le dinamiche relative all’animo umano. La
storia della Uno Bianca è un concentrato di tutte queste cose. E poi, senza
dubbio, per l’unicità della storia in sé. Poliziotti che, ad un certo punto del loro
percorso, decidono di “tradire il patto con la divisa e i cittadini” sono qualcosa
che colpisce l’immaginario collettivo con forza e immaginazione.
“Molti mass media, purtroppo, speculano su tragiche storie di cronaca. Il suo
interesse è invece informativo e divulgativo.”
“E’ notizia recente che Cattleya, casa di produzione che ha realizzato un
prodotto come “Gomorra”, è al lavoro su di una serie tv che narrerà proprio le
vicende della Uno Bianca. (Fonte Wired) Al di là degli interessi economici, dai
quali, mi rendo conto, non si può prescindere, non sono per niente contrario al
fatto che si parli di questo genere di cose. Il dubbio che sempre persiste in me è
relativo al modo in cui lo si fa. L’overdose crime alla quale assistiamo oggi, è
spesso propinata senza competenza e cognizione di causa. Credo che sia questa
la discriminante. Credo che divulgazione e formazione, in ambito “crime” fatta
da criminologi o criminalisti possa conferire una maggiore autorevolezza alla
materia di studio e chiarire spesso alcune convinzioni errate su questo tipo di
professione.”
“Come è nata la collaborazione con Adelmo Monachese e perché avete deciso
che questa storia dovesse essere portata a teatro?”
“Sono sincero, è stata una sua idea! Conosco Monachese da diversi anni ed ho
sempre apprezzato la sua scrittura, specie quella drammaturgica. Serrati
confronti tra noi mi hanno portato a comprendere come avesse ragione a
proposito delle potenzialità di questa storia. Ho accettato di buon grado quando
ho realizzato che dare corso alla sua idea mi avrebbe permesso di continuare a
fare comunque una cosa che amo: raccontare storie spesso dimenticate o delle
quali si sa poco. Il fatto poi che abbia messo la drammaturgia al servizio delle
mie competenze, senza banalizzare la storia o asservirla ai favori del pubblico,
è una cosa che ho molto apprezzato.”
“Per scriverne un saggio e trarne addirittura uno spettacolo significa,
ovviamente, che questa storia esercita un grande fascino su di lei. Si è chiesto
il perché? Che cosa c’è di così intrigante in una storia così sanguinosa e
drammatica?”
“La vita. Sempre e comunque la vita. Si studiano le dinamiche umane, spesso
terribili ed ef erate, perché si prova un forte desiderio di comprensione. Non
vorrei sembrarle un romantico, ma credo che il lavoro di un criminologo non
sia solo comprendere ciò che è successo, ma anche, se possibile, operare
af inchè il verificarsi di casi simili a quelli studiati e analizzati possano essere
“intuiti” e quindi evitati prima che accadano. Per risponderle in maniera più
attinente al tema riguardante la Banda della Uno Bianca, potrei dirle che
quella storia rappresenta un “concentrato” di tutte le possibili dinamiche che
interessano professioni come la mia: legami familiari, vincoli di manipolazione
psicologica ed af ettiva, avidità, delirio di onnipotenza, narcisismo maligno,
ef eratezza … e potremmo continuare ancora.”
“Ha conosciuto qualcuno dei protagonisti di questa storia? Se si quali
impressioni ne ha tratto?”
“Ho avuto modo di conoscere durante una presentazione del libro “Cattive
divise”, il magistrato Daniele Paci, al quale dobbiamo la fine della storia
criminale della banda e Francesco Mosca, oggi stimato dirigente della Polizia
di Stato, figlio di quell’Antonio Mosca, prima vittima dei fratelli Savi. Non le
nascondo di aver provato davvero una grande emozione, non solo per le parole
di ricordo che il dr. Mosca ha speso in quell’occasione per suo papà, ma anche
per il fatto di essere in presenza di chi ha lavorato duramente per porre fine a
quei terribili anni di terrore.”
“Da criminologo a scrittore e da scrittore ad attore. Qual è il suo rapporto con
la letteratura e con il teatro?”
“Guardi, credo che il punto sia proprio questo. Sono un criminologo associato
AICIS (Associazione Italiana Criminologi per l’Investigazione e la Sicurezza)
ed è l’unica cosa certa tra tutte quelle che ha detto. La scrittura, il teatro non
sono altro che linguaggi espressivi che se utilizzati in un’ottica di divulgazione
e sensibilizzazione non possono essere altro che ottimi ed alternativi strumenti
professionali.
“Senza fare ovviamente spoiler cosa ci può anticipare di questo spettacolo?
Che cosa può dire ad un eventuale spettatore, magari un ragazzo che non
conosce questa storia, per spingerlo a teatro?
“Che spesso, più di quanto immaginiamo, la realtà supera di gran lunga la
fantasia.”
“Monachese, l’adattamento teatrale di “Cattive Divise” è curato da lei. In
cosa è consistito il suo apporto alla storia e in che misura Diurno ha
collaborato ad esso?”
“Ho apportato il mio sguardo e il mio montaggio. La struttura dello spettacolo
non è lineare, la storia non va dal principio alla fine, ma segue un ordine più
imperniato sui vari personaggi. Antonio ha contribuito sotto più aspetti, ha
anche vagliato il corretto utilizzo di termini legali, criminologici e tecnici. Nel
linguaggio comune un proiettile, una pallottola e un colpo possono anche poter
significare la stessa cosa ma nel linguaggio tecnico assolutamente no.”
“Da autore satirico ad autore di un adattamento così drammatico di una
storia a tinte fosche. Verrebbe da chiedersi spontaneamente che cosa l’ha
portata ad occuparsi di una scrittura così noir?”
“Il primo riconoscimento da scrittore l’ho ricevuto in un concorso di racconti
noir indetto dalla rivista della De Agostini “Noir magazine”. Era un racconto
ispirato alla storia del mostro di Foligno. Mi occupo delle storie senza decidere
prima di che genere saranno.”
“Com’è nato il sodalizio artistico con Antonio Diurno? Chi ha cercato chi?
Come vi siete trovati? Oppure è stata la storia a trovare voi?”
“Ci siamo trovati per caso alla libreria “Ubik” di Foggia che è un vero centro
di gravità permanente per chi ha a cuore le storie, l’approfondimento e i libri.
Avevamo entrambi un libro in uscita. Io un romanzo “Collisioni accidentali” e
lui il saggio sulla banda della Uno Bianca. Poi ci siamo ritrovati spesso agli
stessi festival e rassegne.”
“Cosa l’af ascina di questa vicenda così terribile?”
“Più che af ascinarmi ci sono degli aspetti che mi incuriosiscono, uno tra tutti
riguarda come questi malviventi siano riusciti a farla franca per sette anni
nonostante compissero sempre azioni eclatanti, ma non si può dire che ne
subisca il fascino.”
“Cosa le è rimasto dentro di questa incredibile vicenda?”
“Mi è rimasto dentro soprattutto il grande dolore dei genitori che perdono i
figli, la cosa più innaturale che esista”
“Da ora in poi si darà al noir?”
“Come sempre mi darò a tutto ciò che cattura la mia attenzione ed il mio
interesse e che penso valga la pena di essere raccontato”
“Quale potrebbe essere il contributo di un autore satirico a storie così feroci e
sanguinose, ed allo stesso tempo così assurde, che ben poco hanno in comune
con tematiche leggere?”
“Non esistono tematiche leggere o pesanti : tradimento, furto, violenza,
vengono af rontate nei drammi come nelle commedie. Nanni Loy racconta un
aneddoto particolare sulla dif erenza tra commedia e dramma con protagonista
Alberto Sordi. Googlare per credere.”
“Perché crede che di questa storia se ne debba ancora parlare?”
“Perché se non si vigila, la storia è condannata a ripetersi. Come nella teoria
M di Rust Cohle. Come nella caserma dei carabinieri di Levante.”