Violenza di genere in ambito familiare. Un caso emblematico delle difficoltà a intervenire

 

di Roberto Colasanti* –

L’ Associazione Criminologi per l’investigazione e la sicurezza e l’associazione Pro Territorio e Cittadini nel decorso anno 2022 avevano stretto un accordo di collaborazione nell’ambito dei rispettivi campi di intervento per fornire assistenza alle vittime dei reati del codice rosso, suggellato con il  webinar del 17 novembre in cui era stato proposto un protocollo per avviare attività di consulenza tecnico-legale, sin dalla prima segnalazione di atti violenti in regime di gratuito patrocinio a spese dello Stato.

A distanza di poco più di un anno e alla luce dei fatti delittuosi in cui l’opinione pubblica è rimasta particolarmente toccata per la violenza contro le donne che ha mietuto ulteriori  vittime, appare doveroso soffermarsi su alcuni aspetti che nella pratica attuazione risultano  vanificare l’efficacia di una normativa in costante crescita.

Questa breve disamina prende spunto da uno dei  casi affrontati dai legali dell’associazione Pro Territorio e   Cittadini con l’ausilio dello scrivente quale coordinatore del Team Crime Analyst and Investigation di AICIS nell’anno in corso.

Una donna di 34 anni residente in un comune della provincia romana, coniugata da sei anni e con due figli minorenni all’esito di una delle tante aggressioni fisiche subite dal coniuge, dopo aver presentato in maniera autonoma denuncia querela al Comando Carabinieri del luogo ove abitava, si rivolgeva agli avvocati dell’associazione per avere assistenza legale quale persona offesa dal reato di maltrattamenti in famiglia.

Nell’atto di denuncia la donna che chiameremo con un nome di fantasia Sara, espone chiaramente di aver presentato altre denunce contro il marito che per uno di questi procedimenti era stato raggiunto dalla misura cautelare del divieto di avvicinamento, ma che a seguito della remissione delle querele sporte in precedenza,  veniva revocato. Sara aggiunge di aver acconsentito altresì al rientro in casa del marito per tentare di ricominciare la vita coniugale soprattutto per la presenza di due figli entrambi in tenera età. Il marito però  assuntore di  cocaina a cadenza giornaliera, diventa spesso violento nei suoi confronti, come nell’ultimo episodio che l’induceva a denunciarlo nuovamente, scaturito da una discussione in cui il marito le rimproverava tra le tante cose strampalate dovute probabilmente ad una percezione falsata della realtà che a causa delle precedenti denunce rischiava di essere condannato. La lite dai toni molto accesi si tramutava nell’ennesima aggressione fisica dell’uomo nei suoi confronti consistita nello stringergli con forza le mani al collo, desistendo dall’intento di strozzarla per via delle urla ed i pianti dei due bambini che avevano assistito impotenti a tutte le sequenze delle violenze verbali e fisiche perpetrate in danno della mamma.

Il team dell’associazione Pro Territorio e Cittadini composto dagli avvocati dell’ufficio legale e dallo scrivente avvedutosi che Sara non si era rivolta alle cure dei sanitari del pronto soccorso e dopo aver constatato  la presenza di marcati segni al collo nella zona anteriore, l’invitava a recarsi al più presto presso il pronto soccorso per gli accertamenti del caso e di documentare fotograficamente le lesioni subite tramite autoscatti con il telefono cellulare i cosidetti “selfies”.  Il referto medico rilasciato dal pronto soccorso pubblico confermava la presenza di escoriazioni sul collo e di altre lesioni per una prognosi di 10 giorni s.c.    

La denuncia presentata direttamente al Comando Carabinieri da Sara negli ultimi giorni del mese di luglio del corrente anno ed integrata dagli avvocati dell’associazione Pro Territorio e Cittadini con la produzione del referto medico e delle fotografie,  però contrariamente alle più rosee aspettative rimaneva ferma negli uffici giudiziari in attesa di essere assegnata al pubblico ministero, per come si apprendeva a  seguito di richiesta scritta per  conoscere gli estremi del procedimento e il nominativo del magistrato titolare dell’indagine, al fine di potergli indirizzare memorie e istanze nell’interesse della persona offesa dal reato.

Immediatamente Sara a titolo precauzionale si allontanava da casa assieme ai due figli trasferendosi presso l’abitazione di un proprio familiare, ma i giorni passavano invano e il marito tentava di contattarla sull’utenza cellulare con la scusa di voler parlare con i bambini, ma nonostante venisse esplicitamente richiesto dai legali dell’associazione, nessun tipo di provvedimento cautelare veniva emesso  nei confronti dell’uomo che in pratica era libero di avvicinarsi alla moglie senza alcuna conseguenza.

Trascorse invano tre settimane in un periodo caratterizzato dalle ferie estive in cui l’associazione metteva a disposizione gratuitamente  anche uno psicologo per il necessario supporto, Sara si determinava ancora una volta dal non proseguire con la querela avendo deciso di tornare a vivere con il marito.

Questa vicenda realmente accaduta emblematica delle difficoltà con le quali quotidianamente devono  confrontarsi  quanti  si dedicano ad assistere le donne offese dai suddetti reati – potenziali vittime  del “femminicidio”  evidenzia  altresì alcune criticità che sul piano concreto rendono parzialmente efficaci le norme promulgate nello specifico settore.

Infatti dall’analisi del caso emerge che:

  1. La donna si è rivolta in più circostanze all’Autorità Giudiziaria per atti di violenza nei suoi confronti da parte del marito avvenuti  alla presenza dei due figli minori, in cui l’assunzione quotidiana di cocaina amplifica gli effetti  delle reazioni violente;
  2.  Tutte le denunce querele presentate dalla donna a distanza di qualche tempo  sono state rimesse asseritamente per provare a ricomporre l’unione familiare, ma più verosimilmente per:
  3.  il fondato timore  che il marito potesse aggredirla in maniera letale  stante l’assenza di provvedimenti cautelari tempestivi  e veramente risolutivi;
  4. la mancanza di autonomi mezzi di sostentamento economico;
  5. la presenza di minori in tenera età che nonostante tutto chiedevano del padre.

Da quanto sopra ne consegue che Sara è attualmente una donna ad alto rischio femminicidio, la quale può confidare solamente che alla prossima aggressione i freni inibitori della violenza del marito non cedano totalmente, spengendo un’altra vita e segnando per sempre quella dei propri figli.

In questi casi l’impegno seppure qualificato dei volontari delle associazioni come la Pro Territorio e Cittadini e dei criminologi e consulenti dell’AICIS non può andare oltre la volontà della persona offesa, ma lo Stato, può e deve attraverso i suoi apparati intervenire su una famiglia in cui nello specifico la fragilità del cocainomane  violento incide in maniera così forte da mettere a rischio l’incolumità fisica e psichica di Sara e dei suoi due bambini.

Il caso dimostra come il sistema giudiziario sia stato inadeguato a dare risposte tempestive ed efficaci  nella risoluzione dei problemi sopra indicati e ciò segna una grave sconfitta per lo Stato che non è riuscito a dare tutela alla donna ed ai minori maltrattati che rimangono tuttora alla mercè del maltrattante .

La strada da percorrere è ancora lunga e rimanere in attesa degli eventi  non può essere la soluzione per prevenire il ripetersi dei femminicidi  se il portatore della minaccia non viene neutralizzato con interventi seri e rigorosi sia di tipo psicologico e sia di tipo cautelare a prescindere dal permanere dell’istanza punitiva della donna.

Roberto Colasanti 

Criminologo coordinatore team crime analyst and investigation di AICIS