Il “Pane Celeste”e la cornice vuota: 1° maggio alla ricerca del lavoro perduto.

Mauro Ziani *

Esistono ferite nel patrimonio culturale che il tempo non riesce a rimarginare. Per la città di Forlì, questa lesione ha la forma di una cornice vuota e il volto di due operai intenti a curare lo scafo di un’imbarcazione. È il mistero de “I pittori di barche”, il dipinto di Guido Cadorin che dal 1986 è il fantasma della prestigiosa “Collezione Verzocchi”.

Tra il 1949 e il 1950, Giuseppe Verzocchi, imprenditore forlivese dei refrattari, decise di celebrare il valore del lavoro attraverso l’arte, commissionando a oltre settanta artisti — tra i quali De Chirico, Guttuso, Carrà e Sironi — opere di formato identico unite da un unico vincolo: la presenza di un mattoncino con la sigla “V&D” (Verzocchi-De Romano,l’azienda di famiglia). Nel 1961, Verzocchi donò questo patrimonio alla cittadinanza, affinché l’arte diventasse “…pane celeste” che si fa sostanza quotidiana per tutti.

La storia della collezione è però segnata da un trauma che ne ha mutato l’integrità. È la notte del 29 settembre 1986. Milano ospita la XVII Triennale, dedicata significativamente al “Luogo del Lavoro”. Forlì, con la generosità che la contraddistingue, presta ventidue gioielli della propria raccolta. Tra le due e le tre di notte, un manipolo di professionisti s’introduce nel Palazzo dell’Arte. La dinamica è rocambolesca: una finestrella a sei metri d’altezza, un allarme fatto scattare intenzionalmente per indurre la guardia giurata – un giovane con appena un mese di esperienza – a disinserire il sistema per una perlustrazione “orba”. In quei sette minuti di silenzio tecnologico, le tele vengono strappate dalle cornici e portate via[1]. Seguono quattro anni di buio assoluto e polemiche roventi. Solo il 19 ottobre 1990, grazie a un’operazione della Squadra Mobile di Milano, i quadri vengono ritrovati in un garage periferico del capoluogo lombardo[2]. Tutti, tranne uno: la tela di Cadorin, una preghiera laica al lavoro manuale. Lo stesso artista scriveva di aver voluto fermare “l’incanto” di quelle “stesure” pulite e precise. Nella figura dei suoi pittori di barche risuonano echi letterari profondi. Sembra di scorgere i calafati della Venezia di Diego Valeri o i pescatori rassegnati e nobili de “I Malavoglia” di Giovanni Verga. Cadorin, veneziano doc, dipinge una liturgia antica: quella della cura dello scafo, non un semplice compito di manutenzione ordinaria, bensì un rito di rigenerazione che assume valenze quasi spirituali. La loro assenza da oramai quarant’anni rende quei gesti ancora più poetici e malinconici.

Non posso fare a meno di legare questa vicenda a un ricordo personale risalente al 1984, anno in cui ho iniziato la carriera militare. Nella camerata della caserma “Francesco Pepicelli” di Benevento (all’epoca sede della Scuola Allievi Carabinieri Ausiliari ma oggi in fase di riqualificazione edilizia), accanto al mio posto letto, un buco nel muro era racchiuso in una cornice di legno con applicata una targhetta che recitava: “colpo partito da un’arma scarica”. Quel foro sulla parete non era solo un monito contro l’errore, ma una lezione di “diffidenza metodica”. In ambito militare, come nella tutela del nostro patrimonio culturale, l’eccesso di confidenza è il primo varco aperto verso il potenziale nemico. Quel “colpo partito” insegna che la sicurezza non è uno stato di fatto, ma un processo di dubbio costante: l’arma è sempre carica, il sistema è sempre vulnerabile. Nel 1986, si pensò che le misure fossero “scrupolose”, ma il colpo partì proprio perché si agì con la confidenza di chi maneggia un’arma che crede innocua. Quel buco nel muro è l’assenza del dipinto di Cadorin: un richiamo a non abbassare mai la guardia, perché il pericolo si annida proprio dove pensiamo di averlo neutralizzato. Se nel 1986 la sicurezza fallì per un errore umano e tecnico, oggi la minaccia incombente è la carenza di memoria. Sorprende che, nonostante l’opera sia ancora tra quelle da ricercare nella Banca Dati dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, nel nuovo allestimento al Museo Civico San Domenico di Forlì nulla ricordi il quadro mancante. Persino il portale PATER[3] della regione Emilia Romagna, non aggiorna la scheda del dipinto, lasciandolo idealmente ancora esposto nella vecchia sede di Palazzo Romagnoli, senza peraltro fare menzione del furto[4]. Un museo che non espone il “vuoto” di un suo pezzo rubato rinuncia a raccontare la propria storia. In questo 1° maggio, celebrare il lavoro significa impegnarsi a non dimenticare chi quel “lavoro” lo ha raffigurato e come sia stato “sottratto”. La vulnerabilità dell’arte risiede anche nel silenzio delle istituzioni. La stessa assenza di memoria che segue le morti in fabbrica o nei cantieri: dopo il clamore della cronaca, la scheda si chiude, il rischio viene obliterato, e il “buco nel muro”stuccato anziché messo in cornice.  Il lavoro, come l’arte, è fragile. La sua tutela risiede in quella diffidenza che ci sussurra all’orecchio che l’arma è sempre carica, che il pericolo è sempre presente e che una vita  (o un’opera) può scomparire nel tempo di un respiro o di un allarme disattivato per soli sette minuti.

I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale dispongono oggi di un potente software di intelligenza artificiale[5] capace di setacciare la rete alla ricerca di opere trafugate comparando le immagini scansionate con quelle presenti nel casellario dei beni sottratti, un archivio unico al mondo con oltre un milione di oggetti censiti. Tuttavia, non possiamo contare solo su questo strumento. La tecnologia è in grado di ritrovare un dipinto anche dopo anni, come recentemente accaduto a Torino[6], ma non può esprimere quella “percezione intima” che trasforma un opera d’arte in un pezzo spiritualmente intoccabile della nostra anima: spetta a noi, cittadini e istituzioni, mantenere vivo il desiderio del suo ritorno. Affidarsi ciecamente a un software senza coltivare la memoria collettiva sarebbe l’ennesimo atto di confidenza eccessiva.

“Ho voluto che l’arte entrasse nella fabbrica e che il lavoro entrasse nel tempio dell’arte” diceva Giuseppe Verzocchi. Se non ricordiamo che il quadro di Cadorin manca all’appello dal 1986, smetteremo di proteggere ciò che resta.

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* Criminologo Qualificato   

   Colonnello dell’Arma dei Carabinieri (ris) 

   Veterano della Difesa

   Veterano delle Missioni Internazionali

NOTE:

[1] https://archivio.unita.news/assets/main/1986/10/01/page_005.pdf

[2] Le indagini si fermarono ai “custodi” della refurtiva, mentre i nomi degli esecutori materiali (e di eventuali committenti) rimasero nell’ombra, lasciando quindi che il tempo stendesse il velo della “prescrizione” su uno dei furti più audaci del dopoguerra.

[3] https://bbcc.regione.emilia-romagna.it/

[4] https://bbcc.regione.emilia-romagna.it/dettaglio-oa/?s_id=58327

 

[5] https://tpcweb.carabinieri.it/SitoPubblico/home/informazioni/swoads

[6] https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/26_aprile_09/torino-un-dipinto-di-filippo-palizzi-ritrovato-grazie-all-ai-dopo-54-anni-era-stato-sottratto-alla-galleria-feltre-nel-72-62edcceb-1cfe-4048-b7c5-2039f1921xlk.shtml