
Tre giorni.
Settantadue ore.
Un tempo minuscolo se lo misuri con un’intera esistenza.
Eppure bastano a relegare una vita spesa al servizio di un ideale in un tempo verbale da coniugare al passato.
Non più un “è” ma un “era”.
Questa mattina, a Ostuni, si sono celebrati i funerali del Brigadiere Capo Carlo Legrottaglie.
Cinquantanove anni.
Padre di due figlie gemelle.
Uomo e carabiniere.
Perché se a 59 anni, nel tuo ultimo giorno di servizio, ad un mese dalla pensione, ricevi una chiamata per una rapina e ti lanci all’inseguimento senza esitare, o sei uno sprovveduto oppure sei “semplicemente” un carabiniere.
Sei parte di qualcosa che va oltre l’uniforme.
Un giuramento che non si spegne col calendario.
Un’identità. Una scelta.
Ne conosco tanti.
Poliziotti, carabinieri, finanzieri.
Il vapore del caffè nella moka sale, ostinato come ogni mattino.
Sempre uguale. O forse no.
Un gesto ripetuto, un piccolo rito di pace.
Poi il telefono che comincia a vibrare.
Una, due, dieci volte.
Scorro il menù a tendina.
Tutti nomi familiari.
Amici, “colleghi”, sparsi per lo Stivale.
Tutti con la stessa testa.
Lo stesso cuore.
Un messaggio: “Hai letto?”
Un altro: “Hai saputo?”
Il tempo si piega.
Il mondo si contrae, si chiude come un pugno nello stomaco.
Un nome che non hai mai sentito.
Qualcuno che non conosci.
Eppure sai chi era.
Cosa era.
Dodici ore prima ero a cena.
Tra quegli amici lì.
Quelli che fanno il lavoro più infame che c’è: rischiare la vita perché tu possa dormire sereno. Quelli non sempre tutelati, spesso insultati, derisi. Quelli i cui figli tengo in braccio, ai quali sorrido. Quelli che parlano la tua stessa lingua senza aver bisogno di spiegarti nulla.
E quando arriva una notizia così, pensi solo una cosa.
Che poteva toccare a uno di loro.
E il sangue si gela.
Perché in fondo…è come se fosse successo davvero.
Tutti dentro la stessa battaglia.
Chi porta una divisa, chi l’ha portata un tempo, operatori del diritto, semplici cittadini.
Un distributore rapinato, l’inseguimento, i colpi di pistola.
E poi il dolore, il silenzio, l’onore.
Una divisa cade.
E dentro ognuno di quelli che ci credono per davvero qualcosa si spezza.
Io li conosco bene quelli come Carlo.
Li osservo da vicino.
Sono la nuova famiglia che questo lavoro mi ha regalato.
Quella che ti fa sentire compreso e protetto.
Ovunque. Sempre.
Stringo i pugni mentre scrivo.
Sono arrabbiato.
Ma anche certo. Di una cosa.
Voi non vincerete!
Voi che scegliete l’illegalità come scorciatoia.
Voi che brandite armi contro chi difende.
Sappiate che la giustizia è più lenta, sì, ma ha radici profonde.
Che la legge non dimentica.
Che la luce non muore.
E che per ogni Carlo che cade, ce ne saranno altri pronti a rialzarsi.
Perché voi, quella guerra, non la vincerete.
Mai!
Perché quelli che militari o civili che siano, ogni giorno scelgono di stare dalla parte giusta, continueranno a esserci.
A difendere il mattino.
L’aroma del caffè che sale.
Quei bimbi tenuti in braccio.
L’idea semplice ma invincibile di uno Stato che non si inginocchia.
Ora e per sempre!
A Carlo Legrottaglie…e a tutti quelli che in ogni angolo del mondo muoiono affinché qualcun’altro possa vivere.