A cura di Francesco Paolo IACOVELLI
Criminologo qualificato AICIS ex L.4/2013
Non tutte le storie che si intrecciano con il diritto sono facili da raccontare. Alcune sfidano le convenzioni, altre sollevano domande più grandi di qualsiasi sentenza. Quella di Agostina Barbieri, per tutti Tina, è una vicenda che non può lasciare indifferenti.
Tutto inizia l’11 luglio 2021, in una notte che molti italiani ricorderanno per la vittoria agli Europei di calcio. Ma per Tina quella notte segnava un’altra fine, e un nuovo inizio. A Borghetto Borbera, nella provincia di Alessandria, strangolava con dei lacci delle scarpe il marito Luciano Giacobone, con cui condivideva quarant’anni di matrimonio e un passato fatto di violenze e soprusi. La confessione alla polizia arrivò subito, lucida nella sua crudezza: Tina aveva sedato il marito prima di compiere il gesto estremo, esasperata dall’insostenibilità di quella vita. “Mi sono difesa, lo facevo per proteggere mio figlio,” avrebbe spiegato.
La giustizia prese il suo corso. In primo grado, la Corte d’Assise di Alessandria condannò Tina a 4 anni e 10 mesi, riconoscendo la legittima difesa putativa, ovvero l’erronea ma sincera percezione di essere in pericolo. Un risultato che sembrava, se non giusto, almeno umano. Ma non per l’accusa, che richiese 13 anni di carcere, aprendo le porte a un processo d’appello che andò ben oltre il caso specifico. La questione principale riguardava il diritto stesso: un’attenuante poteva prevalere sull’aggravante del vincolo familiare?
La risposta arrivò dalla Corte Costituzionale, che stabilì la prevalenza delle attenuanti, riconoscendo a Tina il valore morale e sociale del suo gesto. La condanna venne così portata a 6 anni e 2 mesi. Eppure, anche questa soluzione lasciava margini per un nuovo sviluppo. Per accedere ai benefici di legge e scontare la pena residua in affidamento ai servizi sociali, serviva una condanna inferiore ai 4 anni. L’avvocato di Tina si rivolse quindi al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, chiedendo la grazia parziale. La concessione arrivò, riducendo la pena di un anno e tre mesi e aprendo la porta alla scarcerazione.
Oggi Tina è fuori dal carcere, intenta a costruire una nuova vita sotto il segno del volontariato e dei servizi sociali. Un epilogo che per molti suona come una giusta conclusione, ma che lascia spazio a riflessioni ben più ampie. Quanto il nostro sistema giudiziario riesce a rispondere ai drammi nascosti nelle pieghe delle relazioni familiari? E soprattutto, siamo in grado di ascoltare prima che l’irreparabile accada?
Casi come questo ricordano che la giustizia non è fatta solo di leggi, ma anche di contesto e umanità. Una sfida per chi lavora in questo mondo, e un monito per tutti noi.