Sarajevo, oltre il cinema. Caccia all’uomo tra finzione e realtà

L’idea che uomini estremamente facoltosi possano pagare per uccidere si è imposta nella nostra conversazione come un punto fermo, non come una provocazione. Non era una frase detta per stupire, ma un pensiero che chiedeva spazio. Perché, in quella forma, la violenza perde ogni appiglio riconoscibile: non nasce dalla paura, non nasce dall’odio, non nasce dalla necessità. Nasce dalla possibilità. Dal denaro che trasforma il limite in opzione.

Ne parlavo con il mio amico Massimo Mancini, Art Director di AICIS, partendo da due riferimenti diversi ma convergenti. Lui ragionava su un film che aveva lasciato un segno proprio per la freddezza del meccanismo che raccontava. Io avevo davanti una vicenda giudiziaria che sta emergendo in questi giorni e che, in attesa dei necessari riscontri investigativi, mette in discussione l’idea che certi scenari appartengano solo alla finzione.

Massimo descriveva uomini ricchi che pagano per uccidere, protetti da un’organizzazione che li accompagna, li tutela, li rende invisibili. Io parlavo di Sarajevo, dell’assedio, e di presunte “caccia” in cui persone facoltose avrebbero pagato per sparare su civili, guidate da chi conosceva il territorio, le postazioni, i tempi giusti.

Non improvvisazione. Struttura.

Il momento decisivo è stato accorgerci che non stavamo facendo un confronto, ma una sovrapposizione. Le parole di uno completavano il pensiero dell’altro. La similitudine non aveva bisogno di essere dimostrata, era evidente.

Ed è stata quella evidenza a lasciarci in silenzio.

Ci siamo soffermati soprattutto su un elemento che entrambi consideravamo centrale: chi organizza. Nel film è una figura esplicita. Nella realtà, se le indagini dovessero confermare certi scenari, sarebbe stata probabilmente più discreta, ma non meno decisiva. Qualcuno del posto, qualcuno che conosce i luoghi, che sa dove portare, da dove guardare, quando fermarsi.

Qualcuno che non spara, ma rende possibile che altri lo facciano.

È lì che la devianza cambia natura. Non è più il gesto di un singolo, ma un sistema. Massimo osservava che senza questa figura il film non reggerebbe. Io pensavo che senza questa figura la realtà non avrebbe potuto funzionare.

È l’organizzatore che trasforma il desiderio in pratica, l’orrore in percorso, la violenza in esperienza.

La guerra, in questa riflessione comune, appariva come il contesto ideale. Non perché giustifichi, ma perché anestetizza. In un luogo dove la morte è quotidiana, la vita perde peso simbolico. Diventa sfondo.

E in quello sfondo si inserisce la possibilità che qualcuno paghi, spari e torni a casa raccontandosi di non essere davvero responsabile.

Ci siamo riconosciuti in un punto preciso: questa non è la devianza dell’impulso, ma quella della razionalizzazione. È la devianza di chi non infrange il limite per disperazione, ma perché ritiene di poterselo permettere.

Il denaro non compra solo l’atto, compra la distanza emotiva. Chi paga si racconta di essere un cliente. Chi organizza si racconta di essere un facilitatore. Il contesto assorbe tutto il resto.

La conversazione si è conclusa con una consapevolezza condivisa, non con una risposta. Che il vero nodo non è solo stabilire se questi fatti siano accaduti davvero — compito che spetta alla magistratura — ma riconoscere che sono pensabili, organizzabili, realizzabili da esseri umani ordinari quando il potere economico incontra l’assenza di limiti.

Ed è in questo spazio, emerso dal dialogo tra due persone, che la riflessione criminologica trova il suo senso più autentico.

di Francesco Paolo Iacovelli