A cura di Roberto Puleo
7 febbraio 2026
Il caso di Torino non è una “distorsione occasionale” del sistema, ma l’effetto prevedibile di riforme ancora da fare e di una magistratura che ha progressivamente smarrito il senso della responsabilità istituzionale delle proprie decisioni. Da anni, ogni tentativo di riforma della giustizia viene presentato come un attacco all’indipendenza della magistratura, ma questa narrazione ha prodotto un cortocircuito pericoloso: l’indipendenza è diventata, di fatto, irresponsabilità, una zona franca nella quale le decisioni giudiziarie non rispondono più né alla realtà dei fatti né alle conseguenze sociali che producono.
Nel caso torinese, la concessione di misure cautelari blande per condotte di violenza estrema contro pubblici ufficiali non è solo una scelta tecnica, ma una presa di posizione culturale che rivela una gerarchia di valori profondamente distorta. Uno dei punti più gravi riguarda proprio il modo in cui una parte della magistratura valuta la pericolosità sociale, continuando a privilegiare criteri astratti — l’assenza di precedenti, l’età anagrafica, la non appartenenza formale a organizzazioni criminali — e ignorando la pericolosità concreta dell’azione, il contesto organizzato, la scelta deliberata di colpire lo Stato nel momento della sua massima esposizione. Aggredire un poliziotto isolato, trascinarlo a terra e colpirlo con un martello non è una “devianza episodica”, ma un atto che integra una violenza funzionale, consapevole e potenzialmente omicida. Negare questa evidenza equivale a disarmare giuridicamente lo Stato.
Le decisioni assunte dopo i fatti di Torino mostrano una magistratura sempre più scollegata dalla realtà operativa delle forze dell’ordine. Chi decide sulle misure cautelari sembra non comprendere cosa significhi trovarsi in una linea antisommossa, cosa comporti l’isolamento di un agente, quali siano le dinamiche reali della violenza di piazza. Questa frattura non è neutra: produce sfiducia negli operatori, delegittima l’azione di chi è chiamato a garantire la sicurezza e rafforza, negli ambienti violenti, la convinzione che lo Stato sia esitante, fragile, negoziabile. Una giustizia che non conosce — o non vuole conoscere — il terreno su cui si esercita la violenza finisce per legittimarla indirettamente.
Ogni potere dello Stato, in una democrazia matura, è bilanciato da una forma di responsabilità. La magistratura italiana, invece, continua a sottrarsi a qualsiasi valutazione sulle conseguenze delle proprie scelte, rifugiandosi dietro la formula dell’autonomia e dell’indipendenza. Ma autonomia non significa assenza di responsabilità istituzionale. Quando una decisione giudiziaria indebolisce la tutela dei pubblici ufficiali, produce un senso diffuso di impunità ed espone nuovamente gli operatori a rischi concreti, essa deve essere politicamente e culturalmente discussa, senza che ciò venga bollato come attacco allo Stato di diritto. Il vero attacco allo Stato di diritto è la normalizzazione della violenza contro chi lo rappresenta.
Il caso di Torino impone quindi una riflessione seria e non più rinviabile su alcune riforme fondamentali: la revisione delle soglie cautelari e delle valutazioni di pericolosità nei reati contro pubblici ufficiali in servizio, con maggiore centralità dell’azione concreta e del contesto; una formazione della magistratura obbligatoria e strutturata sulla realtà operativa delle forze di polizia e sulle dinamiche della violenza urbana; meccanismi di responsabilità decisionale che consentano di valutare le decisioni giudiziarie che producono effetti sistemici sull’ordine pubblico e sulla Polizia Giudiziaria; il superamento dell’ideologia del “caso isolato”, che impedisce di riconoscere fenomeni organizzati e ricorrenti come quello torinese. Senza questi interventi, ogni riforma resterà cosmetica.
Occupandomi di criminologia, è necessario aggiungere che dall’analisi emerge come la magistratura italiana ignori alcuni aspetti centrali. Dal punto di vista criminologico, l’aggressione avvenuta a Torino rientra pienamente nella categoria della violenza strumentale contro l’autorità, una forma di condotta che non nasce dall’impulsività ma da una razionalità funzionale: colpire il simbolo dello Stato per delegittimarlo, intimidirlo, ridurne la capacità di controllo. La letteratura criminologica distingue chiaramente tra violenza espressiva, emotiva e disorganizzata e violenza strumentale, pianificata e diretta a un obiettivo politico o simbolico. L’aggressione a un poliziotto isolato, in un contesto di azione coordinata e con l’uso di oggetti contundenti, appartiene inequivocabilmente alla seconda categoria. Trattarla giudiziariamente come una devianza episodica significa negare l’evidenza criminologica e sottovalutare il rischio di recidiva e di imitazione.
Uno degli aspetti più studiati in criminologia è infatti il cosiddetto effetto emulativo. Quando atti di violenza contro l’autorità non ricevono una risposta penale percepita come proporzionata, il messaggio che circola nei gruppi antagonisti è chiaro: il costo dell’azione violenta è basso. Le misure cautelari blande non producono solo un effetto individuale, ma rafforzano la coesione interna dei gruppi violenti, legittimano la narrazione della “debolezza dello Stato” e incentivano la reiterazione della condotta. Da questo punto di vista, la decisione giudiziaria non è mai neutra: è un fattore criminogeno o deterrente. Nel caso di Torino, il rischio concreto è quello di aver scelto la prima opzione.
Il confronto con altri ordinamenti europei come Francia, Germania e Spagna è illuminante e smentisce l’idea che la fermezza significhi autoritarismo. La logica è chiara: evitare che la piazza diventi uno spazio di impunità. L’anomalia italiana non è un eccesso di garantismo, ma un garantismo selettivo che finisce per tutelare l’autore della violenza più del bene giuridico colpito, cioè l’autorità dello Stato. La magistratura italiana continua a separare artificiosamente il singolo episodio dal contesto, a ignorare la dimensione simbolica dell’aggressione e a sottovalutare l’impatto sistemico delle proprie decisioni. Questa impostazione non è neutrale: è criminologicamente superata e istituzionalmente pericolosa.
Se l’Italia vuole allinearsi agli standard europei più avanzati, le riforme della giustizia e della magistratura devono incorporare esplicitamente il sapere criminologico, valorizzando la centralità dell’azione — e non solo del profilo soggettivo —, la rilevanza del contesto collettivo e organizzato, la valutazione del rischio emulativo nelle decisioni cautelari e una formazione criminologica obbligatoria per i magistrati che operano in materia di ordine pubblico, sicurezza e polizia giudiziaria. Ignorare questi elementi significa continuare a produrre decisioni formalmente corrette ma sostanzialmente destabilizzanti. Una magistratura che ignora la criminologia tradisce la sicurezza.
Torino dimostra che il problema non è la mancanza di norme, ma una cultura giudiziaria che rifiuta di confrontarsi con la realtà della violenza contemporanea. Uno Stato moderno non combatte la violenza con l’improvvisazione né con l’astrazione, ma con conoscenza, responsabilità e fermezza proporzionata. Quando la magistratura ignora la criminologia e il confronto europeo, non esercita garantismo: produce insicurezza.
Pertanto, indipendenza non è impunità. Torino non chiede vendette né scorciatoie autoritarie, ma uno Stato capace di riconoscere i propri nemici quando usano la violenza e una magistratura che torni a essere garante dell’equilibrio istituzionale, non fattore di destabilizzazione. L’indipendenza della magistratura è un pilastro della democrazia, ma quando diventa impermeabile alla realtà, alle conseguenze e alla responsabilità, cessa di essere una garanzia e diventa un problema. E questo, in una democrazia, è un fallimento che non può più essere taciuto.