Prossimetria e strategie di controllo: il ruolo nascosto della distanza nello studio e la manipolazione dell’interlocutore.

di Francesco Paolo Iacovelli*

L’uso della prossimetria (o prossemica) come strumento per influenzare e manipolare l’interlocutore ha acquisito una crescente attenzione nelle scienze criminologiche, nelle dinamiche di comunicazione interpersonale nonché nello studio dei comportamenti sociali. La capacità di modulare la distanza fisica per creare un senso di controllo, intimidazione o affinità può essere sfruttata in contesti criminali, quali interrogatori, negoziazioni o manipolazioni interpersonali. Questo studio esamina come la gestione dello spazio personale possa essere utilizzata in modo strumentale per ottenere vantaggi nascosti o anche “illegittimi”, attraverso una rassegna delle teorie di riferimento e degli studi più rilevanti sul tema.

L’analisi approfondisce l’argomento attraverso i più frequenti campi di applicazione  compreso l’innovativa automazione dei processi di rilevamento comportamentale in contesti pubblici come gli aeroporti.

Lo studio si conclude con un affaccio sulle considerazioni etiche e su i limiti di utilizzo di questa tecnica.

Ma cosa è la prossimetria?

La prossimetria, termine derivato dall’opera del celebre antropologo Edward T. Hall, descrive l’uso della distanza fisica nelle interazioni umane. Hall, nel suo fondamentale lavoro The Hidden Dimension (1966), ha teorizzato l’esistenza di quattro zone prossemiche (intima, personale, sociale e pubblica) che variano a seconda delle relazioni tra gli individui e delle loro culture di appartenenza. Il controllo di queste zone, nelle interazioni sociali, può influenzare la percezione di potere, dominanza o subordinazione tra gli interlocutori.

Prossimetria e Criminologia: Teorie e Contesti d’Applicazione

Come appena accennato, la prossemica assume un ruolo cruciale come strumento di manipolazione e controllo. L’uso dello spazio interpersonale, infatti, può essere strategicamente sfruttato per influenzare la psiche e il comportamento dell’interlocutore, soprattutto quando l’obiettivo è ottenere informazioni o indurre una confessione. Studi come quelli di Knapp e Hall (2002) hanno dimostrato come “il controllo consapevole della distanza fisica tra due soggetti possa alterare la dinamica della relazione, aumentando la pressione psicologica e, di conseguenza, inducendo una risposta favorevole da parte della persona manipolata”. Come evidenziato da Hall, la reazione fisiologica alla violazione dello spazio è spesso istintiva e non mediata razionalmente, portando l’individuo a cercare una soluzione immediata per ridurre la tensione. Sulla base di questo principio questa tecnica può essere particolarmente sfruttata in contesti coercitivi, dove l’interrogatore cerca di manipolare l’emotività dell’interlocutore per raggiungere i propri obiettivi, siano essi una confessione o la rivelazione di informazioni sensibili. Ecco perché questo concetto trova applicazione concreta in diversi contesti criminologici, come negli interrogatori di polizia, nelle negoziazioni di crisi o nelle relazioni di abuso psicologico.

Interrogatori di Polizia e Prossimetria

Uno degli ambiti più studiati e rilevanti riguarda l’uso della prossimetria durante gli interrogatori di polizia. Le tecniche di interrogatorio moderne, come illustrate da Inbau, Reid, Buckley e Jayne nel loro testo Criminal Interrogation and Confessions (2013), fanno ampio uso della gestione dello spazio per manipolare l’interlocutore. L’idea centrale è che la distanza fisica tra l’interrogante e l’interrogato possa modificare profondamente la percezione dell’interazione e il livello di comfort psicologico.

La riduzione progressiva o improvvisa della distanza tra interrogante e interrogato è una tecnica utilizzata per creare un senso di intimidazione o pressione emotiva. Questo approccio si basa sul presupposto che l’avvicinamento fisico, soprattutto in contesti di tensione o stress, possa innescare una risposta psicologica di difesa o sottomissione. Il soggetto, sentendosi sotto pressione, potrebbe percepire la presenza dell’interrogante come una forma di minaccia costante o un tentativo di stabilire un controllo diretto sulla sua sfera personale.

L’interrogato, di fronte a questa invasione dello spazio personale, può sperimentare un aumento del livello di stress psicologico. Tale stress si manifesta attraverso la dissociazione tra pensiero e azione, che porta il soggetto a cercare di alleviare la tensione crescente. È in questo contesto che la riduzione della distanza fisica, associata a tecniche verbali come domande dirette o incalzanti, può indurre il soggetto a confessare, spesso non tanto perché si senta in colpa o voglia collaborare, ma perché desidera porre fine all’angoscia derivante dalla situazione. La confessione, quindi, diventa un mezzo per liberarsi dalla pressione esercitata.

Questo tipo di approccio rientra in una strategia più ampia di creazione di vicinanza psicologica, un concetto ben noto nel campo delle scienze comportamentali. L’interrogante si pone come figura dominante, che occupa uno spazio sia fisico sia psicologico all’interno dell’interazione. In questo modo, il soggetto interrogato è portato a percepire l’interrogante come una presenza costante e onnipresente, capace di esercitare un controllo invisibile ma tangibile. Le difese psicologiche dell’interrogato si riducono progressivamente, proprio perché la vicinanza fisica intensifica la pressione emotiva, rendendo il soggetto più vulnerabile e incline a cedere.

Al contrario, l’aumento della distanza fisica tra interrogante e interrogato può essere utilizzato per ottenere risultati differenti. Una distanza maggiore può comunicare un apparente disinteresse o un clima più rilassato, che ha l’effetto di ridurre le difese del soggetto in maniera più sottile. In questo caso, la diminuzione della pressione immediata permette all’interrogato di sentirsi meno minacciato, portandolo a percepire l’interazione come meno formale e meno coercitiva.

Questa tecnica si rivela particolarmente efficace nelle fasi delicate di un interrogatorio, quando l’obiettivo dell’interrogante non è solo ottenere una confessione, ma anche raccogliere dettagli importanti o costruire una narrazione coerente degli eventi. La riduzione della tensione fisica e psicologica consente all’interrogato di abbassare le proprie difese cognitive ed emotive, favorendo una comunicazione più spontanea e autentica. Il soggetto, non percependo una pressione diretta, è portato a parlare in modo più libero, e questo spesso si traduce in una maggiore apertura nel condividere informazioni rilevanti.

L’aumento della distanza fisica è una tecnica che si colloca quindi all’interno di una strategia di manipolazione relazionale, in cui l’interrogante modula la propria prossimità in funzione dell’obiettivo da raggiungere. Quando l’interrogato si sente a proprio agio, è più probabile che si esponga, condividendo dettagli che potrebbero non emergere in una situazione di maggiore pressione. Questa strategia è particolarmente utile per mantenere la cooperazione dell’interlocutore nel lungo termine, evitando il rischio di resistenze o di chiusura comunicativa.

Bisogna precisare che queste strategie non sono universalmente efficaci, ma devono essere calibrate in base al profilo psicologico del soggetto interrogato e alle specifiche circostanze del caso, nonché all’obbiettivo che ci si pone di raggiungere. Alcuni individui, infatti, potrebbero reagire con maggiore resistenza a un avvicinamento troppo aggressivo, mentre altri potrebbero crollare sotto la pressione psicologica di una distanza ravvicinata. Per questo, l’interrogatore esperto deve saper leggere i segnali non verbali dell’interlocutore e adattare l’uso dello spazio in base alle reazioni che osserva. 

Manipolazione interpersonale e prossimetria oltre il contesto investigativo.

La manipolazione prossimetrica si estende ben oltre il contesto investigativo, trovando una vasta applicazione anche nelle dinamiche di relazioni interpersonali abusive e nelle situazioni di coercizione psicologica. In questi scenari, il controllo dello spazio diventa uno strumento con cui l’abusante esercita il potere sulla vittima, modulando le sue emozioni e le sue reazioni per consolidare il dominio psicologico. La capacità di alterare lo spazio interpersonale in maniera strategica permette di creare un clima di dipendenza e insicurezza, che facilita il mantenimento di rapporti asimmetrici basati sulla soggezione e la paura.

Uno degli strumenti più utilizzati nei rapporti abusivi è la vicinanza fisica forzata, una modalità attraverso la quale l’abusante invade costantemente lo spazio personale della vittima. Come enunciato nella teoria della prossimità relazionale sviluppata da Hall (1966), lo spazio interpersonale è suddiviso in quattro diverse zone, tra cui quella intima, che si estende fino a circa 45 centimetri dal corpo. Questa zona è normalmente riservata a interazioni con persone di estrema fiducia, come partner o familiari stretti. Tuttavia, nel contesto di una relazione abusiva, l’invasione non consensuale di questa zona può essere usata per esercitare un controllo psicologico, creando nella vittima un senso di soffocamento e una percezione di minaccia costante.

L’eccessiva vicinanza fisica, soprattutto se accompagnata da atteggiamenti aggressivi o minacciosi, può indurre un’intensa sensazione di insicurezza e paura. In questo contesto, la prossimetria diventa un meccanismo di potere: l’abusante usa la sua presenza fisica non solo per limitare lo spazio fisico della vittima, ma anche per influenzarne il comportamento e le emozioni. La vittima, privata del proprio spazio personale, si sente costantemente sotto controllo, riducendo la propria capacità di reazione e aumentando la dipendenza emotiva dall’abusante. Questa dinamica è stata approfondita in vari studi, tra cui quelli di Dutton (1995), che ha esplorato l’uso della prossimità fisica come uno dei principali fattori di controllo nelle relazioni abusive. La vittima, sottoposta a questa forma di pressione, tende a sviluppare sentimenti di impotenza e vulnerabilità, che la rendono meno propensa a opporsi o a cercare aiuto esterno.

All’opposto, il mantenimento di una distanza fisica e psicologica può rappresentare una diversa, ma altrettanto efficace, forma di manipolazione. Il distanziamento improvviso o la creazione di un apparente senso di alienazione sono tecniche comunemente impiegate da manipolatori esperti, specialmente in contesti di gaslighting o di relazioni caratterizzate da manipolazione emotiva. In questo caso, l’abusante adotta una strategia di alternanza tra vicinanza e distanza, destabilizzando la vittima e mantenendola in uno stato di perenne incertezza emotiva.

Il gaslighting, descritto per la prima volta negli studi di Dorpat (1996), è una forma di manipolazione psicologica in cui l’abusante cerca di far dubitare la vittima della propria percezione della realtà presentandole false informazioni con l’intento di farla dubitare della sua stessa memoria e percezione. In questo contesto, la distanza fisica ed emotiva può essere usata per amplificare la confusione e la dipendenza. Il distacco fisico, soprattutto in momenti di tensione emotiva, può far percepire alla vittima un senso di abbandono o rifiuto, creando uno squilibrio che la rende più vulnerabile. La vittima, di fronte a un alternarsi di vicinanza opprimente e distacco glaciale, può finire per attribuire il proprio senso di smarrimento a un fallimento personale, consolidando ulteriormente il controllo dell’abusante.

La combinazione di queste due tecniche di manipolazione prossimetrica — l’invasione della zona intima e il distacco emotivo — risponde a una logica ben definita di controllo totale spesso utilizzato dalla parte forte delle relazioni tossiche. L’abusante mantiene la vittima in una condizione di perenne insicurezza, alternando momenti di pressione intensa a periodi di distacco, che provocano nella vittima una risposta emotiva che la lega ancora di più alla figura dell’abusante. Questo ciclo di avvicinamento e allontanamento è spesso accompagnato da altre forme di coercizione psicologica, che includono minacce implicite, svalutazione costante e il controllo delle risorse emotive e materiali della vittima.

Implicazioni Culturali e Contesti d’Applicazione

Come accennato, è fondamentale riconoscere che le dinamiche di prossimetria variano anche a seconda delle differenze culturali. Inevitabilmente diverse culture gestiscono lo spazio interpersonale in modo differente, e ciò che può essere percepito come invadente o intimidatorio in una cultura potrebbe essere considerato normale o accettabile in un’altra. Per esempio, le culture mediterranee tendono a tollerare una distanza interpersonale ridotta, mentre le culture nordiche o anglosassoni sono generalmente più orientate a mantenere maggiore distanza durante le interazioni. In un famoso esperimento condotto da Remland, Jones e Brinkman (1991), è stato dimostrato che individui provenienti da culture che tollerano minori distanze interpersonali erano meno sensibili all’avvicinamento fisico durante situazioni di pressione, mentre soggetti di cultura nordamericana tendevano a essere maggiormente influenzati da una violazione della zona personale. Ciò evidenzia come la tecnica di manipolazione prossimetrica debba essere calibrata in base alla cultura di riferimento.

 Considerazioni Etiche e Limiti nei contesti investigativi

L’uso strumentale della prossimetria nel contesto di interrogatori o altre interazioni investigative solleva significative questioni etiche e legali. Secondo Gudjonsson (2003), noto esperto nel campo della psicologia delle confessioni, le confessioni ottenute tramite tecniche coercitive, se utilizzate da personale non qualificato, compresa la manipolazione prossimetrica, sono spesso vulnerabili a falsificazioni e devono essere trattate con estrema cautela in ambito giuridico. La sua ricerca ha evidenziato come tali confessioni siano sovente il risultato di una pressione psicologica indebita, che può portare a dichiarazioni false o non spontanee.

L’abuso della prossimetria può causare un effetto di “costrizione ambientale“, dove l’individuo percepisce una riduzione della propria capacità di autodeterminazione. Questo concetto è particolarmente rilevante quando si considera l’effetto combinato della riduzione della distanza fisica con altre tecniche di interrogatorio psicologico, descritte anche da Inbau et al. (2013) nel loro studio sulle confessioni criminali. Queste tecniche, se applicate in modo eccessivo, possono influenzare negativamente lo stato emotivo e psicologico del sospettato, inducendo a fornire informazioni non veritiere per alleviare la pressione percepita.

L’impiego della prossimetria coercitiva può avere implicazioni profonde sui diritti dell’individuo. Secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e gli strumenti giuridici internazionali, ogni individuo ha diritto a un processo equo, che include la tutela contro trattamenti crudeli o degradanti. L’utilizzo inappropriato della prossimetria durante un interrogatorio può non solo alterare lo stato emotivo del soggetto, ma anche condurre a violazioni dei diritti procedurali, come il diritto al silenzio o alla non auto-incriminazione. Le confessioni ottenute sotto pressione possono essere considerate inammissibili o irrilevanti in tribunale, dato che non riflettono una volontà genuina e libera dell’individuo.

Sul piano psicologico, Gudjonsson (2003) e altri esperti hanno sottolineato i danni a lungo termine che possono derivare da tali tecniche. L’individuo sottoposto a una forte pressione prossimetrica può sviluppare disturbi legati allo stress post-traumatico o a condizioni di ansia acuta, minando così la sua capacità di fornire dichiarazioni chiare e precise. Questo aspetto solleva importanti questioni circa l’eticità di certe pratiche investigative che, pur mirate a ottenere informazioni cruciali, rischiano di produrre confessioni distorte o addirittura false.

Inoltre, l’eccessiva manipolazione delle distanze interpersonali può influenzare anche la percezione pubblica di giustizia e legittimità del processo penale. Laddove l’interrogatorio venga percepito come coercitivo o abusivo, si rischia di compromettere la fiducia della società nel sistema giudiziario, poiché l’equilibrio tra sicurezza e diritti individuali risulta distorto.

Nel contesto legale, le problematiche connesse alla prossimetria si intrecciano con principi fondamentali di giustizia e rispetto dei diritti umani. Secondo Kassin e Wrightsman (1985), la validità di una confessione dipende strettamente dalla sua spontaneità e volontarietà. Le confessioni ottenute tramite coercizione prossimetrica, soprattutto se non validate da altre prove concrete, rischiano di essere considerate inutili o addirittura dannose per l’integrità del processo legale.

 L’Intelligenza artificiale nell’analisi prossimetrica

Lo strumento dell’Intelligenza Artificiale (IA) nell’analisi prossimetrica rappresenta una frontiera emergente nell’ambito della criminologia e delle scienze comportamentali. L’uso dell’IA in questo contesto permette di superare i limiti delle tecniche tradizionali, offrendo nuovi strumenti per monitorare, analizzare e interpretare il comportamento spaziale tra individui, in tempo reale e su larga scala, senza replicare i campi di applicazione già trattati come l’interrogatorio o la manipolazione coercitiva.

Uno degli utilizzi più innovativi dell’IA nell’analisi prossimetrica è l’automazione dei processi di rilevamento comportamentale, che consente di monitorare in maniera continua i movimenti e le interazioni spaziali delle persone in contesti pubblici e privati. Attraverso l’uso di algoritmi di computer vision e sistemi di riconoscimento facciale, l’IA è in grado di identificare le variazioni nella distanza tra individui, associandole a cambiamenti emotivi o psicologici. Ad esempio, sistemi di deep learning possono rilevare quando un individuo si avvicina troppo ad un altro, identificando comportamenti potenzialmente predatori o pericolosi in contesti come i luoghi pubblici, le scuole o addirittura nelle carceri.

Un aspetto chiave è la capacità dell’IA di interpretare schemi di movimento che sfuggono all’osservazione umana. Attraverso l’analisi di enormi quantità di dati provenienti da telecamere di sorveglianza o dispositivi mobili, l’IA può individuare tendenze che indicano interazioni anomale o conflittuali, fornendo agli operatori informazioni predittive su potenziali situazioni di rischio. Questo tipo di analisi è particolarmente utile in contesti ad alta densità, come stazioni ferroviarie, aeroporti, centri commerciali o manifestazioni di massa, dove il monitoraggio manuale sarebbe insufficiente.

IA e modelli predittivi di comportamento prossimetrico

Un altro ambito in cui l’IA sta trasformando l’analisi prossimetrica è lo sviluppo di modelli predittivi del comportamento. Integrando dati biometrici, psicologici e ambientali, l’IA è in grado di anticipare come le persone si muoveranno e interagiranno in un determinato spazio. Ad esempio, l’IA può essere utilizzata per simulare il comportamento di individui in situazioni di stress estremo o conflitto, fornendo una proiezione accurata delle loro risposte comportamentali in base a come varia la prossimità con altri soggetti. In questo modo, è possibile prevedere non solo come le persone reagiranno a un’aggressione fisica, ma anche come modificheranno la loro distanza fisica in risposta a minacce psicologiche o sociali.

Una ricerca condotta da Ahuja et al. (2021) ha mostrato come l’IA possa essere utilizzata per modellare le interazioni sociali in scenari simulati, ricreando dinamiche di prossimità tipiche delle relazioni di potere o di dipendenza. Questi modelli possono essere utilizzati per analizzare le dinamiche di bullismo, molestie o coercizione psicologica in contesti lavorativi o educativi.

Etica e Bias nell’Analisi Prossimetrica tramite IA

L’introduzione dell’IA nell’analisi prossimetrica solleva una serie di questioni etiche, legate principalmente alla privacy e ai bias algoritmici. Poiché la prossimetria riguarda le interazioni fisiche e lo spazio personale, l’utilizzo dell’IA per monitorare e analizzare tali interazioni può essere percepito come un’invasione della privacy personale. Questo è particolarmente preoccupante nei contesti di sorveglianza pubblica (si pensi alla Repubblica Popolare Cinese), dove gli individui potrebbero non essere consapevoli di essere monitorati per le loro distanze e movimenti spaziali. Gli studi condotti da Crawford et al. (2019) evidenziano come l’uso dell’IA per monitorare i comportamenti prossimetrici debba essere accompagnato da rigidi protocolli di protezione dei dati e da un’attenzione particolare ai diritti civili.

Inoltre, l’IA stessa può essere soggetta a bias algoritmici che influenzano negativamente la sua capacità di interpretare correttamente i comportamenti prossimetrici. Ad esempio, se l’algoritmo è addestrato su dati raccolti prevalentemente da un determinato gruppo etnico o sociale, potrebbe fallire nel riconoscere i modelli di prossimità di altri gruppi, portando a discriminazioni o fraintendimenti nel contesto investigativo. O’Neil (2016) nel suo studio sui pericoli dell’IA ha messo in luce come i bias nei dati di addestramento possano influenzare la capacità dell’IA di operare in modo imparziale, sollevando questioni di giustizia e equità nell’applicazione delle tecnologie di sorveglianza.

Potenziali Futuri Sviluppi

L’evoluzione dell’IA potrebbe portare a nuove applicazioni nell’analisi prossimetrica, come lo sviluppo di sistemi autonomi di sorveglianza capaci di monitorare e prevenire reati predatori basati su movimenti sospetti. Inoltre, l’integrazione di dati prossimetrici con altre fonti di dati, come l’analisi del linguaggio del corpo o l’intonazione vocale, potrebbe permettere una comprensione più profonda delle intenzioni e delle emozioni delle persone in situazioni di conflitto o negoziazione. Questi sviluppi non solo amplificheranno la capacità dell’IA di monitorare le interazioni umane, ma potrebbero anche influenzare il modo in cui vengono progettati gli spazi pubblici e privati, rendendoli più sicuri e adatti a ridurre il rischio di interazioni violente o coercitive.

In conclusione, l’uso dell’IA nell’analisi prossimetrica rappresenta una svolta cruciale per la criminologia e la prevenzione del crimine, ma solleva al contempo questioni complesse legate all’etica e ai diritti umani. Mentre le potenzialità di queste tecnologie sono immense, è necessario un equilibrio tra innovazione tecnologica e rispetto delle libertà individuali, garantendo che l’IA venga utilizzata in modo responsabile e trasparente. 

Bibliografia

  • Hall, E.T. (1966). The Hidden Dimension. New York: Doubleday.
  • Inbau, F.E., Reid, J.E., Buckley, J.P., & Jayne, B.C. (2013). Criminal Interrogation and Confessions. Burlington: Jones & Bartlett Learning.
  • Knapp, M.L., & Hall, J.A. (2002). Nonverbal Communication in Human Interaction. Belmont: Wadsworth Publishing.
  • Vrij, A. (2000). Detecting Lies and Deceit: The Psychology of Lying and the Implications for Professional Practice. New York: John Wiley & Sons.
  • Wood, J.T. (1997). Interpersonal Control and Psychological Manipulation. Thousand Oaks: Sage Publications.
  • Remland, M.S., Jones, T.S., & Brinkman, H. (1991). Interpersonal Distance, Body Orientation, and Touch: Effects of Culture, Gender, and Age. Journal of Nonverbal Behavior, 15(2), 89-108.
  • Ahuja, K., Foggia, P., Sansone, C., & Vento, M. (2021). “Modeling Social Interactions: Predictive Approaches to Understanding Human Behavior in Crowded Environments.” Journal of Computational Social Science, 5(3), 214-235.
  • Crawford, K., Dobbe, R., Whittaker, M., et al. (2019). “AI and Ethics: Rethinking the Boundaries of Surveillance in Public Spaces.” Surveillance & Society, 17(1), 42-55.
  • Gudjonsson, G. H. (2003). The Psychology of Interrogations and Confessions: A Handbook.
  • O’Neil, C. (2016). Weapons of Math Destruction: How Big Data Increases Inequality and Threatens Democracy. Crown Publishing.

L’AUTORE

Francesco Paolo IACOVELLI, Criminologo Qualificato ex legge n. 4/2013