Palermo e la cultura della violenza: uno sguardo criminologico sul tessuto sociale  

A cura di Roberto Puleo

Palermo non cade soltanto: viene erosa. È un’erosione che avviene dalle vite più fragili, dai margini urbani in cui si formano identità distorte e dove la violenza si insinua come pratica di sopravvivenza e come valore riconosciuto.

Non sono solo colpi di pistola a spezzare il silenzio della città: è la normalizzazione della morte come risposta ai conflitti quotidiani, la trasformazione della forza in moneta di scambio sociale.

Sono giovani — spesso nemmeno adulti — che uccidono o sfidano la vita senza aver completato il rito di passaggio verso la maturità: ragazzi come Gaetano Maranzano che crescono nell’abitudine alla violenza, in contesti in cui la prospettiva è assente e la formazione identitaria avviene altrove, dentro reti criminali o attraverso modelli simbolici corrotti.

Paolo Taormina aveva ventun anni. Un’età che dovrebbe essere consacrata all’amore, allo studio, all’errore e alla costruzione di progetti. Paolo ha pagato con la vita il gesto semplice e civile di intervenire per difendere un coetaneo aggredito: una pallottola in fronte senza motivo, una condanna istantanea, senza processo.

È un episodio tragico, ma non isolato: la cronaca settimanale registra risse, ferimenti e omicidi tra minorenni e giovani adulti, nelle piazze, nei vicoli, nella movida — luoghi che dovrebbero essere spazi di socialità e non teatri di esecuzioni.

La violenza si manifesta in maniera apparentemente casuale — per un parcheggio, per una parola, per uno sguardo — ma questo apparente caso nasconde processi sistemici.

Per molti ragazzi avere “il ferro” (la pistola) in tasca è diventato un simbolo di riconoscimento sociale: un biglietto d’ingresso nel branco, una prova di virilità, un modo per acquisire rispetto, come nel film Gomorra. Ed è questo che voleva emulare il giovane Gaetano Maranzano.

Qui entra in gioco la strategia dei gruppi criminali: le armi non compaiono dal nulla, né gli adolescenti le fabbricano; sono fornite, vendute, consegnate da circuiti organizzati che hanno lo scopo di trasformare i giovani in braccia armate, in strumenti di comando e di dominio del territorio.

Il crimine organizzato a Palermo non è scomparso: ha cambiato modalità. Nei quartieri dove si formano le nuove leve — lo ZEN, Brancaccio, Falsomiele — le pratiche di arruolamento e i percorsi di socializzazione criminale ricordano i processi del passato, ma assumono nuove forme di microcriminalità.

Negli anni ’70 le famiglie mafiose arruolavano giovanissimi per le guerre interne; oggi l’“arruolamento” passa anche attraverso l’economia illegale, il controllo territoriale e la costruzione simbolica del potere, amplificata da reti digitali che spettacolarizzano la violenza con la visibilità.

Le armi diventano capitale simbolico e materiale. Chi detiene l’arma ottiene visibilità, protezione e prestigio; chi spara conquista rispetto e posizione nella scala gerarchica criminale.

Gli arresti, i blitz e i sequestri — pur necessari — appaiono spesso come gocce in un oceano: l’effetto deterrente è limitato se non sono accompagnati da misure strutturali che agiscano sulle cause profonde.

Il problema non è solo “criminale”: è culturale, sociale e istituzionale.

La mentalità mafiosa trova nuove bocche, nuovi canali di diffusione, nuovi altoparlanti. Perfino sui social network si celebra chi ha seminato morte; si rimuovono o si mistificano le responsabilità storiche di boss sanguinari che hanno tolto la vita a centinaia di persone.

Il condizionamento simbolico è potente: la memoria viene manipolata, e gli eroi criminali vengono trasformati in figure mitiche da imitare.

E Palermo? Non c’è più tempo da perdere. La città sembra impotente davanti a questa deriva.

Le forze dell’ordine svolgono il loro compito — presidiano, arrestano, sequestrano — ma il vuoto che resta non è solo politico ma soprattutto sociale: la mancata continuità dei servizi educativi, l’assenza di opportunità di lavoro, il degrado degli spazi urbani e la debolezza delle reti di protezione sociale rendono inefficaci molte risposte repressive.

Quando una ragazza incinta viene colpita da un proiettile vagante durante una festa religiosa, quando un litigio sfocia in un uomo ridotto in fin di vita, quando si balla nella movida nel pieno centro di Palermo mentre qualcuno muore, è chiaro che si è rotto un patto sociale di base.

I luoghi simbolo del centro storico — teatri, locali e strade — non possono trasformarsi in armerie a cielo aperto.

I vicoli di Palermo non devono diventare teatri di esecuzioni notturne.

La mafia odierna non cerca più necessariamente stragi eclatanti come quelle del 1992; alimenta piuttosto una cultura della microviolenza che consolida il potere attraverso il controllo quotidiano e la paura diffusa.

Se chi ha 19 anni diventa stragista o cade in una morte eroica a 21 per un atto di umanità, allora la questione diventa esistenziale per la comunità.

Non si tratta di fenomeni casuali o folkloristici: è una regia subdola che recluta, forma e sfrutta corpi giovani per perpetuare un sistema di dominio.

I figli, i nostri figli, rischiano di essere trasformati in carne da macello.

Non c’è più tempo da perdere.

È giunto il momento di dirlo con chiarezza: la mafia c’è ancora.

Non è folklore, non è vendetta, non è giustizia alternativa.

Se non lo gridiamo ora con responsabilità collettiva, rischiamo di piangere domani un’altra bara bianca.

 

Una via d’uscita possibile

Palermo potrà salvarsi solo se sceglierà di rigenerare sé stessa partendo dalle sue periferie, dai suoi adolescenti, dai suoi educatori.

La risposta alla violenza non può essere solo la repressione, ma la costruzione di una nuova cultura civile: scuole aperte oltre l’orario, centri sportivi gratuiti, spazi culturali autogestiti, programmi di reinserimento per chi ha scelto la strada sbagliata.

Occorrono percorsi di prevenzione integrata, dove magistrati, psicologi, criminologi, educatori e famiglie collaborino per spezzare le catene dell’indifferenza.

Perché la vera sicurezza nasce quando un ragazzo non ha più bisogno di una pistola per sentirsi qualcuno, ma può sentirsi riconosciuto per ciò che costruisce, non per ciò che distrugge.

Solo allora — quando la città saprà ascoltare i suoi silenzi e prendersi cura delle sue ferite — Palermo potrà tornare a essere non la città che cade, ma quella che si rialza.

 

Roberto Puleo, Criminologo Qualificato AICIS