La gogna digitale, la responsabilità educativa e quella domanda che non possiamo più evitare

«Non ridere, non piangere, non detestare, ma comprendere». È questo il celebre richiamo di Baruch Spinoza, una di quelle frasi che sembrano attraversare i secoli senza perdere la loro attualità. E forse oggi, davanti a certe immagini che arrivano dalla cronaca, dovremmo fermarci proprio qui. Non perché non ci si debba indignare, non perché tutto possa essere giustificato, ma perché indignarsi è facile, mentre comprendere richiede uno sforzo decisamente maggiore.
In fondo, è proprio questa la differenza tra chi si limita a giudicare un comportamento e chi prova a interrogarsi sulle ragioni che lo hanno prodotto. Ed è anche il punto dal quale dovrebbe partire ogni riflessione criminologica che voglia essere qualcosa di più di un commento a caldo.
Le immagini dei disordini che hanno interessato Milano hanno riportato sotto gli occhi di tutti una realtà che non possiamo liquidare con qualche frase di circostanza. Violenza, devastazioni, saccheggi, ma soprattutto la presenza di giovanissimi coinvolti in dinamiche che, fino a qualche tempo fa, avremmo probabilmente immaginato lontane dalla loro quotidianità.
Tra quelle immagini, una in particolare ha attirato l’attenzione: quella di un bambino di circa undici anni, con gli occhi chiari e uno sguardo che qualcuno ha interpretato come fiero, quasi di sfida, mentre partecipava ai disordini.
Ecco, credo che proprio da qui dovremmo cominciare a porci qualche domanda.
Non dalla necessità di assolverlo, perché nessuno può pensare che la giovanissima età trasformi un comportamento violento in qualcosa di accettabile. E neppure dalla tentazione di individuare in quel bambino il simbolo di tutto ciò che non funziona nella società. Dovremmo cominciare, piuttosto, dalla consapevolezza che dietro quell’immagine c’è un minore, una persona che sta ancora costruendo la propria identità e che, proprio per questo, può essere profondamente condizionata da ciò che gli adulti fanno intorno a lui.
Perché una cosa è condannare un comportamento, altra cosa è condannare una persona per il resto della sua vita.
Oggi, però, sembra che questa distinzione stia diventando sempre più difficile da mantenere. Basta un video, una fotografia, qualche secondo di ripresa e il tribunale dei social si mette immediatamente al lavoro. Si cercano un nome, un volto, una famiglia, si formulano sentenze, si distribuiscono colpe e, spesso, si pretende persino di stabilire quale debba essere il futuro di chi è finito al centro della polemica.
La piazza, insomma, non è più soltanto quella fisica. È diventata una piazza digitale, molto più grande, nella quale tutti possono intervenire e dalla quale è quasi impossibile sottrarsi. Una piazza che non dimentica, che conserva le immagini, le ripropone e le restituisce ogni volta a un pubblico diverso, anche quando il clamore della cronaca si è ormai spento.
E qui il problema non è soltanto la tutela della riservatezza di un minore, pur fondamentale. Il problema è anche ciò che accade quando una persona, soprattutto se ancora in formazione, viene identificata pubblicamente con il proprio comportamento peggiore.
Il sociologo Howard Becker, studiando i processi di costruzione della devianza, ci ha spiegato come l’etichetta attribuita a un individuo possa finire per condizionare il modo in cui gli altri lo percepiscono e il modo in cui lui stesso impara a percepirsi. È il meccanismo della labeling theory: non conta soltanto ciò che una persona ha fatto, ma anche ciò che la società comincia a dire che quella persona è.
Provate allora a immaginare cosa significhi, a undici anni, vedere il proprio volto circolare ovunque, accompagnato da insulti, giudizi e previsioni senza appello sul proprio futuro. Un bambino può comprendere davvero la gravità di ciò che ha fatto, ma possiede ancora gli strumenti emotivi e cognitivi per gestire una condanna pubblica che rischia di accompagnarlo per anni?
La domanda non è se debba rispondere delle proprie azioni, secondo le regole previste dall’ordinamento. La domanda è se, nel momento in cui pretendiamo una risposta, siamo ancora capaci di distinguere la responsabilità dalla vendetta.
Cesare Beccaria, molto prima dell’avvento dei social network, aveva già posto un principio fondamentale: la giustizia non può diventare lo strumento attraverso il quale una collettività soddisfa il proprio desiderio di punire. La pena deve avere una funzione che va oltre il bisogno di vedere qualcuno soffrire. E se questo principio conserva la sua validità nei confronti degli adulti, a maggior ragione deve guidarci quando parliamo di minori, per i quali l’ordinamento attribuisce alla finalità educativa e al recupero un rilievo essenziale.
Naturalmente, la vicenda di Milano non può essere letta soltanto attraverso il fenomeno della gogna mediatica. Sarebbe un errore speculare a quello di chi riduce tutto alla cattiveria di un singolo bambino.
Dobbiamo chiederci, infatti, che cosa stia accadendo nei processi di socializzazione delle nuove generazioni. E soprattutto, quali modelli stiamo consegnando loro.
Perché oggi la crescita di un ragazzo non si svolge più esclusivamente in famiglia, a scuola o nei luoghi di aggregazione. Una parte importante della sua esperienza passa attraverso lo smartphone, le chat, i gruppi online e piattaforme nelle quali il confine tra gioco, esibizione e comportamento reale può diventare sorprendentemente sottile.
La rete non è soltanto uno strumento attraverso il quale si comunica. È anche un luogo nel quale si costruisce la propria identità, si cerca riconoscimento e si misura il proprio valore attraverso le reazioni degli altri.
Per un adulto, un gesto violento può avere conseguenze facilmente riconoscibili, almeno sul piano della consapevolezza. Per un preadolescente, invece, il bisogno di sentirsi parte di un gruppo, di non apparire debole e di conquistare attenzione può assumere un peso enorme. Se a questo aggiungiamo la possibilità di trasformare ogni gesto in un video, ogni provocazione in un contenuto e ogni trasgressione in un’occasione per ottenere visualizzazioni, comprendiamo come il confine tra l’agire e il mettersi in scena possa diventare sempre più fragile.
Non significa che la tecnologia sia responsabile di ogni comportamento deviante. Sarebbe una spiegazione troppo semplice, e dunque poco utile. Significa, piuttosto, che dobbiamo imparare a leggere il ruolo che gli ambienti digitali possono svolgere nel rafforzare determinate condotte, alimentare la pressione del gruppo e rendere la trasgressione una forma di riconoscimento sociale.
A volte non si cerca soltanto di compiere un gesto. Si cerca di essere visti mentre lo si compie.
E questa, dal punto di vista criminologico, è una differenza importante.
Quando l’approvazione del gruppo diventa più importante della percezione del pericolo, quando la sfida alle regole viene scambiata per una dimostrazione di coraggio e quando l’umiliazione dell’altro diventa uno spettacolo da condividere, non siamo più soltanto davanti a un problema di disciplina. Siamo davanti a una questione educativa, relazionale e culturale che merita di essere affrontata senza scorciatoie.
Ma c’è un altro aspetto della vicenda sul quale credo sia necessario soffermarsi: il lavoro delle forze dell’ordine.
Siamo abituati a osservare le immagini di una piazza in disordine soffermandoci su ciò che accade davanti alle telecamere. Molto meno spesso ci chiediamo che cosa significhi, per chi deve intervenire, trovarsi in una situazione nella quale la violenza deve essere contenuta, le persone devono essere protette e ogni decisione può produrre conseguenze immediate.
Gestire l’ordine pubblico è già un’attività complessa quando ci si confronta con soggetti adulti, gruppi organizzati e situazioni di tensione prevedibili. La difficoltà aumenta quando, dentro quella stessa dinamica, compaiono minori e preadolescenti che possono non avere piena consapevolezza dei rischi ai quali si stanno esponendo.
Un operatore di polizia deve valutare la situazione, contenere il pericolo e tutelare l’incolumità delle persone. Deve farlo in pochi istanti, spesso in condizioni di forte pressione, senza poter sospendere l’intervento per attendere che tutti comprendano la gravità di ciò che sta accadendo.
Eppure, dietro quella divisa, c’è anche una persona. Ci sono uomini e donne che, terminato il servizio, tornano a casa, hanno figli, conoscono le fragilità dell’età evolutiva e sanno che un ragazzo può compiere un gesto sconsiderato senza essere pienamente consapevole delle sue conseguenze.
Questo non significa attribuire automaticamente meriti o responsabilità senza conoscere ogni elemento della vicenda. Significa riconoscere la complessità di un compito nel quale la necessità di intervenire deve convivere con la tutela della vita e dell’incolumità di tutti, anche di chi sta contribuendo a creare una situazione di pericolo.
E allora lasciatemi porre una domanda, forse scomoda, ma necessaria.
Che cosa sarebbe successo se, durante quei disordini, quel bambino fosse rimasto gravemente ferito? Se, nella concitazione di quei momenti, un intervento necessario a contenere una situazione pericolosa avesse prodotto conseguenze irreversibili?
Non si tratta di costruire una storia ipotetica per suscitare emozione. Si tratta di ricordare che, quando un minore viene trascinato dentro una dinamica violenta, il rischio non riguarda soltanto le vittime dei disordini o gli operatori chiamati a intervenire. Riguarda anche quel bambino, il suo futuro e la sua famiglia. E una tragedia del genere avrebbe potuto lasciare ferite profonde in tutte le persone coinvolte, comprese quelle chiamate a operare per garantire la sicurezza pubblica.
È proprio per questo che la prevenzione non può essere considerata un’attività secondaria, da evocare soltanto dopo che qualcosa è accaduto.
La famiglia, la scuola, le istituzioni, i servizi territoriali e gli ambienti digitali devono tornare a essere parte di una responsabilità condivisa. Non per scaricare le colpe da un soggetto all’altro, ma per evitare che un ragazzo arrivi a considerare la violenza una forma di affermazione personale, o che trovi nel gruppo e nella visibilità online ciò che non riesce a trovare nelle relazioni quotidiane.
E qui bisogna essere chiari: la responsabilità educativa non appartiene soltanto alla famiglia, così come non può essere delegata interamente alla scuola. Educare significa porre limiti, insegnare a riconoscere le conseguenze delle proprie azioni, costruire relazioni significative e accompagnare i più giovani nella comprensione di un mondo nel quale la libertà non coincide con l’assenza di regole.
Significa anche chiedersi quale responsabilità abbiano gli adulti quando si limitano a indignarsi per il comportamento dei ragazzi, dimenticando che i modelli attraverso i quali i giovani imparano a stare al mondo sono, in larga parte, quelli che noi stessi proponiamo.
Perché è facile chiedere ai ragazzi di rispettare le regole. È più difficile domandarsi quanto siamo coerenti noi adulti nel rispettarle, nel parlare degli altri e nel gestire i conflitti.
E non possiamo neppure ignorare il ruolo delle piattaforme digitali. La tutela dei minori non può esaurirsi in qualche raccomandazione sull’uso consapevole dello smartphone. Servono strumenti efficaci di prevenzione, responsabilità proporzionate per chi gestisce gli ambienti digitali e un impegno concreto nel contrastare quei meccanismi che possono amplificare l’umiliazione, la pressione del gruppo e la diffusione di contenuti dannosi.
Soprattutto, dobbiamo smettere di confondere la visibilità di un problema con la sua soluzione. Un video che diventa virale non ci rende automaticamente più consapevoli. Una valanga di commenti indignati non costituisce un progetto educativo. E una persona esposta al pubblico ludibrio non è necessariamente una persona che ha compreso i propri errori.
La giustizia, l’educazione e la prevenzione richiedono tempo, competenze e responsabilità. La gogna, invece, è immediata. Offre la soddisfazione di una condanna istantanea, ma raramente si interroga su ciò che accadrà il giorno dopo.
Ecco perché torno a Spinoza, a quel suo invito a comprendere prima di lasciarsi dominare dal giudizio. Comprendere non vuol dire giustificare. Vuol dire provare a individuare le cause di un comportamento, riconoscerne la gravità e cercare gli strumenti per evitare che si ripeta.
Forse il vero problema non è soltanto quel bambino ripreso a Milano. Il problema è ciò che quella fotografia ci restituisce della nostra società: un ragazzo che entra in una dinamica violenta, adulti che si interrogano troppo tardi sulle ragioni di quella presenza e una comunità digitale pronta a trasformare un’immagine in una sentenza.
Possiamo indignarci, ed è comprensibile. Possiamo pretendere che le regole siano rispettate e che chi commette illeciti risponda delle proprie condotte secondo la legge. Ma se ci fermiamo qui, avremo soltanto reagito a un episodio, senza aver compreso il fenomeno che ci sta davanti.
La vera sfida è un’altra: impedire che un bambino impari a riconoscersi nella violenza e, allo stesso tempo, impedire che la società lo condanni a essere per sempre ciò che ha fatto in un momento della sua vita.
Perché una comunità adulta non è quella che rinuncia a giudicare i comportamenti. È quella che sa farlo senza rinunciare alla responsabilità di educare.
E, soprattutto, è quella che riesce a guardare oltre la piazza e oltre lo schermo, per tornare a vedere, dietro le immagini che scorrono sui nostri telefoni, le persone e le responsabilità che troppo spesso preferiamo non riconoscere.