Mi ha lasciato, cosa potevo fare: l’ho uccisa. Breve analisi in tema di femminicidio

Zakaria non tollerava che Sofia, 20 anni, avesse una vita all’infuori di lui. Anche se lei ad un certo punto aveva detto basta, lui aveva continuato a fare pressioni, a controllarla, a chiedere di lei agli amici comuni, a sorvegliarla sui social media. Poi, con la scusa di un saluto, di un gesto distensivo, il giorno precedente il delitto era andato a trovarla a casa sua e le aveva sottratto un mazzo di chiavi di scorta. La sera del 29 luglio scorso, Sofia è uscita insieme alla sua amica, Aurora, per trascorrere una spensierata serata in discoteca. Così, Zakaria ha seguito la ex attraverso le stories pubblicate sui social media, mentre la aspettava in casa sua, nascosto in un armadio della camera da letto. Sofia e Aurora sono rientrate all’alba poi hanno deciso di dormire in due stanze diverse perché la prima avrebbe dovuto alzarsi dopo poche ore. Quando Sofia si è addormentata, l’ex fidanzato è uscito fuori dall’armadio e l’ha accoltellata a morte. Ieri è stato condannato a 24 anni di carcere, l’equivalente di quanto ha vissuto fino ad ora visto che di anni anagraficamente ne ha solo 23.

Il caso di Zakaria e Sofia rientra in uno schema purtroppo oramai ripetitivo: l’età relativamente giovane (ma la cronaca registra qualche eccezione); un rapporto affettivo che si interrompe per iniziativa di una delle parti; l’ossessione di chi viene lasciato; l’iper controllo asfissiante; la simulazione di una resa da parte di chi non accetterà mai l’abbandono; l’efferatezza del metodo omicidiario (non una ma ben 19 coltellate, nel caso di specie); la rinuncia ad un futuro pur di toglierlo anche all’ex partner (24 anni di carcere, in tanti casi l’ergastolo, in alcuni casi il suicidio dopo aver compiuto il gesto). Poi ci sono i genitori e parenti che chiedono giustizia e a prescindere della pena inferta all’assassino non la otterranno mai per una perdita tanto ingiusta e assurda.

Studi sul fenomeno

Abbiamo anche oggi una serie di tragici esempi di cronaca, soprattutto negli omicidi che collegati con la mancata accettazione di una rottura di rapporti affettivi, nei quali riscontriamo proprio quel disimpegno emotivo descritto dal criminologo De Greeff (1946).

In una grande parte di questi casi l’omicida agisce per eliminare la persona, che nella sua psiche è ridotta ad un oggetto di sua proprietà, e talvolta elimina anche le persone a cui è legato affettivamente, pur di non perderle o di lasciarle nel possesso dell’altro.

In linea con gli studi citati sono stati approfonditi gli aspetti legati alle caratteristiche personologiche del criminale omicida. Tali studi si sono collocati in un ambito definito come criminogenesi. E’ stato rilevato come spesso il criminale si percepisce come vittima di ingiustizie e come tale percezione diventi un sentimento generale che lo accompagna nelle sue letture di tutti gli aspetti passati presenti e futuri della vita. Il sentimento di ingiustizia lo porta ad alterare qualsiasi altro tipo di rapporto con gli altri, bloccando i naturali meccanismi di socializzazione, influenzando le sue scelte di vita, incanalandolo su un tragitto di negatività e di risentimento diffuso.

Il filone di studi sopra indicato ha influenzato il lavoro di diversi autori in ordine all’analisi della personalità criminale.

C’è anche chi, come Jean Pinatel nella sua opera “criminologie”, nel 1960, ha tentato di classificare i tratti sintetici in quattro categorie:

  • l’egocentrismo: Il criminale manifesta una volontà di pensiero centrata su sé stesso. Tale modalità lo porta ad ignorare i giudizi altrui e lo pone fuori dalle logiche istituzionali. In sintesi, questo stato mentale, lo conduce ad autodeterminarsi;
  • la labilità: la soddisfazione dei bisogni in questo caso non è mediata da un pensiero e da anticipazioni realistiche sulle conseguenze delle proprie azioni. In altre parole, questo soggetto cerca semplicemente una soddisfazione immediata dei propri bisogni e delle proprie pulsioni.
  • l’aggressività: nel soggetto incline a commettere atti criminali sono presenti alti livelli di aggressività, la quale gli fornisce l’energia necessaria per superare gli eventuali ostacoli quando passa a l’azione.
  • l’indifferenza affettiva: in questo caso il criminale prova scarsa empatia con la vittima e scarso interesse nei confronti dei sentimenti altrui.