di Francesco Paolo Iacovelli
La negoziazione in contesti di crisi rappresenta una delle pratiche più sofisticate e complesse all’interno delle scienze criminologiche e delle discipline correlate come la sociologia e la psicologia. La sua centralità è evidente non solo nella gestione operativa delle emergenze, ma anche nella sua capacità di influenzare le dinamiche di potere, le strutture sociali e le risposte comportamentali di individui e gruppi in situazioni altamente critiche. L’obiettivo di questo saggio è fornire una disamina approfondita delle tecniche di negoziazione utilizzate nella gestione delle crisi, evidenziando le implicazioni teoriche e pratiche attraverso un’analisi dei casi più rilevanti e studiando le interazioni tra agenti negoziatori e soggetti in crisi, alla luce delle teorie criminologiche, sociologiche e psicologiche.
Origini e sviluppo della negoziazione nelle situazioni di crisi
La negoziazione come pratica operativa in contesti di crisi si sviluppa storicamente in risposta alle crescenti minacce di terrorismo e sequestri di ostaggi negli anni Settanta. La letteratura criminologica identifica il sequestro della delegazione israeliana alle Olimpiadi di Monaco del 1972 come un punto di svolta cruciale. L’incapacità delle forze di sicurezza di risolvere efficacemente la crisi non solo segnò la fine tragica di undici vite, ma rivelò anche la necessità impellente di creare protocolli operativi che potessero gestire situazioni di emergenza con una maggiore scientificità e metodo.
Negli anni successivi, gli Stati Uniti, attraverso il Federal Bureau of Investigation (FBI), furono tra i primi a formalizzare un approccio sistematico alla negoziazione in crisi, basato su principi psicologici e sociologici. Il modello FBI, successivamente adottato in varie forme in tutto il mondo, si basa su una comprensione approfondita delle dinamiche di potere e influenza, integrata da tecniche come il “Behavioural Influence Stairway Model” (BISM), che prevede un processo graduale di costruzione del rapporto, empatia, fiducia e influenza. Questo modello è diventato un pilastro nell’addestramento degli operatori di negoziazione e un paradigma analitico nel campo della criminologia.
In Italia, il contesto politico degli “anni di piombo” ha fornito un terreno fertile per lo sviluppo delle tecniche di negoziazione, sebbene con caratteristiche specifiche dovute alla complessità del terrorismo interno e della criminalità organizzata. La gestione del sequestro del giudice Giovanni D’Urso da parte delle Brigate Rosse nel 1980 rappresenta un caso studio significativo. L’episodio evidenziò la difficoltà di operare in un ambiente in cui le pressioni politiche e mediatiche influenzavano pesantemente le strategie negoziali. Nonostante la liberazione dell’ostaggio, la gestione del caso fu fortemente criticata per l’approccio poco strutturato e per la mancanza di coordinamento tra i vari attori coinvolti. Questo evidenziò l’urgenza di sviluppare una metodologia di negoziazione più rigorosa, capace di rispondere alle particolari esigenze del contesto italiano.
Le dinamiche psicologiche nella negoziazione: il caso di Ferdinando Carretta
Il caso di Ferdinando Carretta, che nel 1989 uccise i suoi genitori e il fratello nella loro abitazione a Parma, rappresenta un esempio illuminante di come le dinamiche psicologiche possano influenzare profondamente la gestione di situazioni critiche anche quando non si tratta di una crisi con ostaggi in senso stretto. La confessione dell’omicida, avvenuta anni dopo l’omicidio, fu il risultato di una strategia investigativa che seppe sfruttare tecniche di negoziazione psicologica sofisticate, centrate su una comprensione approfondita delle sue dinamiche mentali. Questo episodio offre un’importante lezione su come la psicologia sia centrale non solo nelle fasi di negoziazione immediata, ma anche nelle indagini successive, dove l’obiettivo è ottenere la collaborazione di un soggetto per risolvere un crimine.
- Empatia relazionale e ascolto attivo: strumenti essenziali
Nella gestione del caso parmense, le forze dell’ordine si trovarono di fronte a un individuo con una personalità complessa, caratterizzata da un evidente disagio emotivo e da difficoltà relazionali. La confessione di Carretta, avvenuta dopo molti anni dall’omicidio, fu il risultato di un’approfondita opera di costruzione della fiducia e di gestione delle emozioni.
La tecnica dell’ascolto attivo fu cruciale. Questo approccio, che implica un ascolto empatico e non giudicante, permette al soggetto di sentirsi compreso e rispettato, riducendo la naturale tendenza a chiudersi e a mentire. Durante gli interrogatori, gli investigatori applicarono questa tecnica per raccogliere indizi indiretti, osservare le reazioni emotive dell’imputato e costruire gradualmente un quadro psicologico dettagliato.
L’ascolto attivo va oltre il semplice prendere nota delle parole del soggetto; richiede un’attenzione acuta ai toni, alle pause, alle espressioni facciali e ai gesti. Questo tipo di ascolto non verbale fornisce informazioni preziose sulle vere emozioni e intenzioni del soggetto, che spesso non vengono espresse verbalmente. Nel caso di Carretta, le reazioni emotive durante gli interrogatori offrirono agli investigatori indicazioni cruciali su come modulare le domande successive e su come affrontare i temi più sensibili.
- Manipolazione controllata delle informazioni: creare il contesto adeguato
Un altro aspetto determinante nella strategia investigativa fu la manipolazione controllata delle informazioni. Questa tecnica consiste nell’uso strategico delle informazioni disponibili per guidare il soggetto verso una determinata narrazione o confessione. Nel caso di Carretta, gli investigatori fecero leva su ciò che Carretta sapeva, o credeva di sapere, per condurlo verso una confessione spontanea.
La manipolazione controllata delle informazioni non è un atto manipolativo in senso negativo, ma un modo per indurre il soggetto a riflettere sulla propria posizione e a prendere coscienza delle proprie azioni. Questo può includere la presentazione di prove (o la simulazione della loro esistenza) in modo tale da portare il soggetto a rivelare dettagli nascosti, oppure a contraddirsi, esponendo le falle nella propria versione dei fatti.
Nel caso di Carretta, questa tecnica fu utilizzata per creare un clima di inevitabilità, facendo sì che Carretta percepisse la confessione non come una scelta, ma come l’unica via possibile. Questo fu possibile grazie a una serie di colloqui in cui gli investigatori lasciavano intendere di essere a conoscenza di più dettagli di quanto effettivamente sapessero, portando così Carretta a sentirsi gradualmente “scoperto” e quindi incline a confessare.
- Interpretazione delle dinamiche familiari: comprendere il contesto psicologico
Un elemento fondamentale per comprendere il comportamento di Carretta fu l’interpretazione delle dinamiche familiari. Gli investigatori riconobbero rapidamente che gli omicidi erano il culmine di un profondo conflitto interno alla famiglia, caratterizzato da tensioni non risolte, da dinamiche di potere asimmetriche e da un senso di isolamento percepito da Carretta. La criminologia e la psicologia criminale suggeriscono che i crimini di questo tipo spesso emergono da un contesto familiare problematico, dove il soggetto può sentirsi schiacciato da aspettative, conflitti o dinamiche di controllo. Nel caso di Carretta, gli investigatori analizzarono attentamente le relazioni tra i membri della famiglia, utilizzando questa comprensione per formulare domande mirate durante gli interrogatori. Questa strategia si basava sull’idea che, portando Carretta a rivivere le dinamiche familiari problematiche, sarebbe emersa una connessione emotiva con il crimine, facilitando la confessione.
- De-escalation emotiva: prevenire il passaggio all’azione violenta
Sebbene nel caso di Carretta non si trattasse di prevenire una crisi in corso, la de-escalation emotiva fu comunque una tecnica rilevante durante l’interrogatorio. La de-escalation è un processo che mira a ridurre l’intensità emotiva di una situazione, prevenendo l’aggravarsi delle tensioni. In contesti di negoziazione, è usata per calmare il soggetto in crisi, riducendo la possibilità che si verifichi un’escalation verso comportamenti violenti.
Nel caso specifico, la de-escalation emotiva fu applicata per ridurre l’ansia e la resistenza di Carretta, facendolo sentire più sicuro e meno minacciato. Questo fu ottenuto attraverso un atteggiamento non confrontativo da parte degli investigatori, che evitarono di mettere Carretta sulla difensiva, permettendogli di aprirsi gradualmente. La riduzione della pressione psicologica creò un ambiente più favorevole alla confessione, poiché Carretta si sentì meno intrappolato e più incline a collaborare.
- L’empatia nella costruzione del rapporto di fiducia
L’empatia giocò un ruolo cruciale nella costruzione del rapporto di fiducia necessario per ottenere la confessione. In criminologia, l’empatia non è semplicemente una questione di “sentire con” il soggetto, ma è un’attività strategica che permette di costruire un ponte comunicativo tra il negoziatore e il soggetto, facilitando la cooperazione. Nel caso di Carretta, l’empatia si manifestò attraverso un atteggiamento genuinamente interessato e non giudicante, che permise di superare le barriere difensive del soggetto.
L’empatia relazionale fu particolarmente importante per far emergere i sentimenti di colpa e di rimorso latenti in Carretta. Questi sentimenti, spesso repressi in soggetti coinvolti in crimini familiari, possono essere portati alla luce solo se il soggetto percepisce di essere in un ambiente sicuro, dove non verrà immediatamente giudicato o condannato. Gli investigatori lavorarono per creare questa sensazione di sicurezza, permettendo a Carretta di esplorare le proprie emozioni senza sentirsi minacciato.
Il caso di Ferdinando Carretta offre una dimostrazione tangibile di come le tecniche di negoziazione psicologica possano essere applicate con successo anche al di fuori dei contesti tradizionali di crisi con ostaggi. La confessione ottenuta attraverso un mix di empatia relazionale, ascolto attivo, manipolazione controllata delle informazioni e interpretazione delle dinamiche familiari, rappresenta un modello di come le forze dell’ordine possano sfruttare la comprensione delle dinamiche psicologiche per risolvere casi complessi.
Questo caso sottolinea l’importanza della formazione continua e dell’aggiornamento professionale per gli investigatori, che devono essere preparati a gestire una vasta gamma di situazioni critiche. L’integrazione delle tecniche psicologiche nella pratica investigativa si rivela quindi essenziale non solo per ottenere confessioni, ma anche per comprendere a fondo le motivazioni e le dinamiche che conducono al crimine, contribuendo così a una più efficace amministrazione della giustizia.
Modelli di influenza e strategie di negoziazione: il caso di Alfredo Rampi
Il caso di Alfredo Rampi, un bambino di sei anni caduto in un pozzo artesiano a Vermicino nel giugno del 1981, rappresenta una delle vicende più drammatiche e simboliche della storia italiana del dopoguerra. Questo episodio non solo segnò profondamente l’opinione pubblica, ma evidenziò anche gravi lacune nella gestione delle crisi e nella comunicazione di emergenza. Sebbene non si trattasse di una negoziazione in senso stretto con un soggetto criminale, le dinamiche di influenza e comunicazione emerse durante il caso offrono preziose lezioni per l’analisi delle strategie di negoziazione e gestione delle emergenze.
La crisi di Vermicino: un contesto di comunicazione e influenza sociale
La crisi di Vermicino si sviluppò in un contesto caratterizzato da una complessa interazione tra i soccorritori, il pubblico, i media e le autorità. La vicenda attirò immediatamente l’attenzione della popolazione italiana, con una copertura mediatica senza precedenti, inclusa la trasmissione in diretta televisiva delle operazioni di soccorso. Questo creò una pressione enorme sui soccorritori, i quali dovettero operare sotto lo sguardo attento e ansioso di milioni di spettatori.
La gestione della comunicazione fu una delle principali sfide della crisi. La mancanza di un piano strutturato per il coordinamento delle informazioni e delle decisioni strategiche portò a una serie di errori e incomprensioni che, in retrospettiva, appaiono chiaramente evitabili. La copertura mediatica non coordinata contribuì a creare confusione, con i giornalisti che, in alcuni casi, interferirono direttamente con le operazioni di soccorso, cercando di ottenere informazioni in tempo reale senza considerare l’impatto delle loro azioni.
Modelli di influenza e applicazione del B.I.S.M.
Il “Behavioural Influence Stairway Model” (BISM), sviluppato dal Federal Bureau of Investigation (FBI) negli Stati Uniti, rappresenta un approccio teorico che avrebbe potuto fornire un quadro di riferimento utile per la gestione della crisi di Vermicino. Sebbene questo modello non fosse formalmente applicato all’epoca, la sua struttura concettuale offre spunti importanti per capire come la crisi avrebbe potuto essere gestita in modo più efficace.
Il BISM è articolato in quattro fasi principali:
- Ascolto Attivo: Questa fase implica l’attenzione totale verso ciò che la controparte esprime, sia verbalmente che non verbalmente. Nel contesto di Vermicino, l’ascolto attivo avrebbe potuto essere applicato nel raccogliere e interpretare le informazioni provenienti dai vari attori coinvolti, inclusi i tecnici sul campo, i familiari del piccolo Alfredo e i media. L’attenzione focalizzata su ciò che veniva detto e fatto avrebbe potuto evitare malintesi e migliorare il coordinamento tra le squadre di soccorso.
- Sviluppo dell’Empatia: Il passaggio successivo consiste nel comprendere emotivamente la posizione dell’altro, che in questo caso sarebbe stato applicato a tutte le persone coinvolte – i soccorritori, la famiglia Rampi, il pubblico e i decisori politici. Lo sviluppo dell’empatia avrebbe potuto facilitare la gestione delle pressioni esterne e interne, aiutando a mantenere un focus chiaro sulle priorità operative piuttosto che sulle aspettative emotive della folla e dei media.
- Costruzione del Rapporto: Questa fase si concentra sulla creazione di una relazione di fiducia tra le parti coinvolte. A Vermicino, una relazione solida tra i diversi attori – inclusi i soccorritori e le autorità – avrebbe potuto migliorare significativamente il flusso di comunicazione, riducendo le possibilità di fraintendimenti e azioni non coordinate. Un rapporto di fiducia ben consolidato avrebbe anche potuto facilitare la gestione delle emozioni e della pressione mediatica.
- Influenza: L’ultima fase del modello si riferisce alla capacità di guidare le azioni della controparte verso un obiettivo desiderato. Nel caso di Vermicino, l’influenza avrebbe potuto essere esercitata principalmente attraverso una comunicazione chiara e coerente con il pubblico e i media, indirizzando le narrazioni in modo tale da supportare gli sforzi di soccorso piuttosto che ostacolarli.
Il caso di Alfredo Rampi evidenziò in modo drammatico la necessità di una strategia di gestione delle crisi che fosse strutturata e basata su principi di comunicazione e influenza ben definiti. La mancanza di coordinamento e di un piano di gestione delle informazioni provocò una situazione in cui il caos mediatico contribuì, in parte, al fallimento delle operazioni di soccorso.
L’applicazione del BISM avrebbe potuto migliorare la gestione della crisi in vari modi:
- Coordinamento Operativo: Un ascolto attivo e una costruzione di rapporti tra i vari attori coinvolti avrebbero facilitato un coordinamento operativo più efficace, riducendo le possibilità di errori operativi e di comunicazione;
- Gestione delle Aspettative: L’empatia e l’influenza avrebbero potuto essere utilizzate per gestire le aspettative del pubblico e dei media, prevenendo la creazione di una pressione indebita sui soccorritori;
- Riduzione dell’Impatto Mediatico Negativo: Una strategia di comunicazione più centrata avrebbe potuto ridurre l’impatto negativo della copertura mediatica, evitando che l’attenzione del pubblico e dei media distogliesse le squadre di soccorso dal loro compito primario.
Questo caso rimane una delle vicende più tragiche e significative nella storia delle emergenze italiane. La sua analisi, attraverso il prisma del “Behavioural Influence Stairway Model”, offre una prospettiva utile per comprendere come la gestione delle crisi e la negoziazione delle informazioni in situazioni di emergenza richiedano una preparazione strutturata e una comprensione profonda delle dinamiche psicologiche e sociali in gioco.
L’analisi delle strategie negoziali: il caso di Aldo Moro
Il sequestro di Aldo Moro, avvenuto il 16 marzo 1978, è uno degli eventi più drammatici e significativi nella storia italiana del dopoguerra, caratterizzato da una serie di complessità politiche, giudiziarie e criminologiche che hanno reso la sua gestione un caso di studio emblematico nel campo della negoziazione delle crisi. La vicenda non solo segnò profondamente la società italiana, ma sollevò questioni cruciali sull’efficacia delle strategie di negoziazione, sull’interazione tra politica e operazioni di sicurezza e sulla capacità dello Stato di rispondere a minacce terroristiche interne. Questo caso si inserisce in un contesto di alta tensione politica in Italia, noto come “anni di piombo”, caratterizzato da una violenza diffusa perpetrata da gruppi estremisti di sinistra e destra. Moro, presidente della Democrazia Cristiana (DC) e promotore del compromesso storico, un’alleanza tra la DC e il Partito Comunista Italiano (PCI), era una figura politica di enorme rilevanza. Le Brigate Rosse (BR), un’organizzazione terroristica di estrema sinistra, lo rapirono con l’obiettivo dichiarato di sabotare questo progetto politico, considerato una minaccia per la rivoluzione proletaria.
Le BR, dopo aver ucciso i cinque membri della scorta di Moro, lo tennero prigioniero per 55 giorni, durante i quali il governo italiano fu sottoposto a una pressione straordinaria per negoziare il suo rilascio. Tuttavia, la risposta istituzionale alla crisi fu caratterizzata da un’incertezza operativa e da un forte conflitto tra le diverse componenti del governo, che si riflettevano nella strategia di gestione della crisi.
Le modalità di negoziazione e il fallimento della strategia
La strategia negoziale adottata durante il sequestro di Aldo Moro fu, a posteriori, considerata inefficace per vari motivi. Uno dei principali punti critici fu la decisione del governo italiano di adottare una linea dura, basata sul rifiuto di negoziare con i terroristi. Questa posizione, seppur motivata dall’intenzione di non cedere al ricatto delle BR, si rivelò controproducente poiché impedì l’apertura di un canale di comunicazione diretto e costruttivo con i rapitori.
Assenza di canali di comunicazione efficaci
Durante il sequestro, le BR inviarono numerosi comunicati, tra cui le cosiddette “Lettere di Moro”, in cui lo stesso Aldo Moro chiedeva al governo di trattare per la sua vita. Tuttavia, l’intransigenza del governo, che si rifiutò di rispondere direttamente alle richieste delle BR, creò un vuoto comunicativo che contribuì a isolare ulteriormente Moro e a rendere difficile qualsiasi tentativo di negoziazione. Le lettere di Moro furono interpretate come un disperato tentativo di aprire un dialogo, ma la mancanza di una risposta adeguata segnalò alle BR che le loro richieste non sarebbero state prese in considerazione.
Conflitti Interni e Mancanza di Coordinamento
Il caso Moro mise in luce profonde divisioni all’interno del governo italiano. La “linea della fermezza”, sostenuta da gran parte della Democrazia Cristiana e appoggiata dagli Stati Uniti e da altri paesi occidentali, prevalse sulla “linea della trattativa”, promossa da alcuni esponenti della sinistra italiana e da intellettuali che ritenevano possibile negoziare per salvare la vita di Moro. Questo dissidio non solo paralizzò l’azione del governo, ma impedì anche la formulazione di una strategia negoziale coerente.
La gestione del caso evidenziò una mancanza di empatia relazionale, ovvero l’incapacità di comprendere e influenzare psicologicamente i rapitori attraverso il dialogo. La decisione di non considerare le richieste delle BR come una base per negoziare privò i negoziatori di qualsiasi leva psicologica, lasciando i terroristi senza alternative se non quella di portare a termine il loro piano omicida. In situazioni di crisi, la capacità di stabilire un rapporto con la controparte è essenziale per aprire spazi di trattativa e guadagnare tempo, ma nel caso Moro questa opportunità non fu sfruttata.
Le Svolte Giudiziarie, le indagini e i processi nel Caso Moro
Il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro hanno portato a numerosi procedimenti giudiziari che hanno coinvolto membri delle Brigate Rosse (BR) e altri esponenti del terrorismo italiano degli anni Settanta. Il lungo iter giudiziario legato al caso Moro iniziò immediatamente dopo il ritrovamento del suo corpo in via Caetani, a Roma, il 9 maggio 1978. La successiva attività investigativa si concentrò sull’individuazione dei membri delle BR coinvolti nel sequestro, sui mandanti e sugli esecutori materiali dell’omicidio.
Nel contesto del sequestro Moro, emerge una netta differenziazione nelle scelte di negoziazione e collaborazione dei membri delle Brigate Rosse con lo Stato, influenzando l’evoluzione delle indagini e delle condanne. Alcuni membri, come Valerio Morucci e Adriana Faranda, decisero di collaborare con la giustizia, fornendo dettagli significativi sulle dinamiche interne delle BR e sul rapimento di Aldo Moro. Questa collaborazione ha facilitato la comprensione del funzionamento dell’organizzazione e ha influito sulle loro condanne, con Faranda che ha ricevuto una pena inferiore rispetto ad altri membri.
D’altro canto, leader come Mario Moretti, Prospero Gallinari e Raffaele Fiore mantennero una posizione di non collaborazione con le autorità, rifiutandosi di rivelare ulteriori informazioni o di negoziare. Questa mancata collaborazione li ha portati a essere condannati all’ergastolo senza riduzioni di pena. Germano Maccari rappresenta un caso peculiare: nonostante una prima negazione del coinvolgimento, finì per confessare la sua partecipazione all’esecuzione di Moro, ma senza che ciò si traducesse in una riduzione della sua condanna.
Elementi che hanno favorito la negoziazione:
Disponibilità alla collaborazione: La volontà di alcuni membri delle Brigate Rosse, come Valerio Morucci e Adriana Faranda, di collaborare con la giustizia è stato un fattore cruciale che ha aperto spazi per la negoziazione. La loro disponibilità a fornire informazioni dettagliate sul funzionamento interno dell’organizzazione e sul sequestro Moro ha permesso allo Stato di ottenere un quadro più chiaro delle dinamiche terroristiche. Questa collaborazione ha portato a una riduzione delle pene, come nel caso di Faranda, condannata a 24 anni invece che all’ergastolo.
Pressione giudiziaria: La pressione esercitata dal sistema giudiziario e l’offerta di pene ridotte in cambio di informazioni sono stati elementi chiave per incentivare la collaborazione. Per esempio, la scelta di Morucci di collaborare è stata probabilmente influenzata dalla possibilità di ottenere una pena meno severa rispetto a quella inizialmente prevista.
Elementi che hanno ostacolato la negoziazione:
Fedeltà ideologica: La ferma adesione ai principi rivoluzionari delle Brigate Rosse ha impedito a membri come Mario Moretti, Prospero Gallinari e Raffaele Fiore di considerare qualsiasi forma di negoziazione. La loro decisione di non collaborare è stata guidata da un rifiuto ideologico di tradire il movimento, risultando in una totale chiusura verso qualsiasi accordo con lo Stato. Questo ha portato alla loro condanna all’ergastolo senza sconti.
Mancanza di fiducia nelle istituzioni: La diffidenza nei confronti dello Stato e delle sue istituzioni ha ulteriormente scoraggiato i tentativi di negoziazione. I membri più radicali delle BR, convinti che lo Stato fosse il nemico, vedevano la collaborazione come un tradimento della causa rivoluzionaria, rendendo impossibile qualsiasi forma di trattativa.
Il ruolo delle forze speciali nella negoziazione delle crisi: Il G.I.S. e i N.O.C.S. in Italia
In Italia, la gestione delle crisi attraverso la negoziazione ha acquisito una rilevanza crescente grazie al contributo delle unità speciali come il Gruppo di Intervento Speciale (GIS) dei Carabinieri e il Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza (NOCS) della Polizia di Stato. Questi reparti sono stati creati per rispondere alle minacce poste dal terrorismo e dalla criminalità organizzata, e nel corso degli anni hanno sviluppato competenze specifiche non solo nelle operazioni tattiche, ma anche nella negoziazione di crisi, grazie a una formazione interdisciplinare che integra aspetti psicologici, sociologici e criminologici.
G.I.S.: approcci e modalità operative
Il GIS è una delle unità più specializzate d’Italia, nato nel 1978 per affrontare emergenze legate al terrorismo, alla criminalità organizzata e ai sequestri di ostaggi. La sua efficacia deriva da una formazione rigorosa e continua che copre una vasta gamma di competenze, tra cui il combattimento ravvicinato, la gestione delle crisi, e, in modo cruciale, la negoziazione. L’approccio multidisciplinare del GIS combina tecniche di negoziazione con strategie di gestione del rischio, consentendo agli operatori di affrontare situazioni altamente volatili con un’attenzione particolare alla minimizzazione delle perdite umane.
Nel caso del sequestro di Silvia Melis nel 1997, il GIS ha applicato una serie di tecniche avanzate di negoziazione che si sono rivelate decisive per la risoluzione positiva della crisi. Tra queste tecniche spiccano:
Profiling Psicologico dei Sequestratori: Il GIS ha impiegato psicologi esperti per costruire un profilo dettagliato dei rapitori, comprendendo le loro motivazioni, punti deboli e dinamiche relazionali. Questo processo ha permesso di anticipare le mosse dei sequestratori e di sviluppare una strategia di negoziazione mirata. Il profiling è un elemento chiave che permette ai negoziatori di adattare il loro approccio in base alle caratteristiche psicologiche della controparte, rendendo la comunicazione più efficace.
Mediatori Culturali: La comprensione del contesto socio-culturale dei sequestratori è stata fondamentale. Spesso i sequestratori provengono da ambienti culturali e sociali differenti, e l’uso di mediatori culturali ha consentito al GIS di evitare malintesi e di costruire un rapporto di fiducia con i rapitori. Questo approccio è particolarmente rilevante in un contesto come quello italiano, dove le influenze culturali e regionali possono giocare un ruolo significativo nelle crisi.
Gestione del Rischio e Protocolli Operativi: Il GIS adotta protocolli rigorosi per la gestione del rischio, che includono la valutazione costante delle minacce e l’adozione di strategie flessibili. Nel caso di Silvia Melis, la gestione del rischio ha comportato un monitoraggio continuo della situazione, consentendo al team di negoziatori di adattare rapidamente le loro tattiche in risposta ai cambiamenti sul campo. Questo approccio ha garantito che ogni decisione fosse informata, minimizzando così il rischio per l’ostaggio.
Comunicazione e Gestione della Tensione: Il GIS ha fatto largo uso di tecniche di comunicazione verbale e non verbale per mantenere la tensione sotto controllo durante la negoziazione. L’ascolto attivo, un elemento chiave della negoziazione, è stato utilizzato per captare segnali non verbali e parole chiave che potessero rivelare lo stato emotivo dei rapitori. La gestione della tensione è critica in queste situazioni, poiché ridurre l’ansia e la pressione psicologica sui sequestratori può prevenire azioni violente.
Decision-Making in Tempo Reale: Una delle abilità fondamentali degli operatori del GIS è la capacità di prendere decisioni rapide e informate in situazioni di elevata pressione. La formazione interdisciplinare ricevuta permette agli operatori di combinare conoscenze psicologiche, sociologiche e criminologiche con la realtà operativa sul campo, per formulare risposte immediate ma calibrate, riducendo il margine di errore.
N.O.C.S.: complementarità e specializzazione
Il NOCS, istituito nel 1978, è un’unità d’élite della Polizia di Stato con compiti simili a quelli del GIS, ma con un focus particolare sul contesto urbano e sull’antiterrorismo. Anche il NOCS ha sviluppato un approccio integrato alla gestione delle crisi, con particolare attenzione alla negoziazione. Le modalità operative del NOCS riflettono una forte enfasi sulla preparazione psicologica e sociologica degli operatori, affinché possano gestire le crisi con un alto grado di precisione e flessibilità.
Uno degli elementi distintivi del NOCS è la sua capacità di condurre operazioni sotto copertura e di infiltrazione, che possono essere utilizzate per ottenere informazioni critiche durante una crisi. Questa specializzazione si è rivelata particolarmente utile in situazioni in cui la negoziazione tradizionale non era possibile o rischiosa. L’infiltrazione consente di raccogliere informazioni direttamente dall’interno del gruppo criminale, offrendo una visione unica delle dinamiche interne che possono essere sfruttate nella negoziazione. Il NOCS utilizza anche strategie di “negoziazione indiretta”, dove la comunicazione con i sequestratori può avvenire attraverso canali intermediari, riducendo il rischio diretto per gli operatori e l’ostaggio. Questo metodo può includere l’uso di tecnologia avanzata per mantenere il contatto senza esporre direttamente il team negoziale.
Integrazione Multidisciplinare e Formazione Continua
Sia il GIS che il NOCS basano gran parte del loro successo operativo sulla formazione interdisciplinare. Gli operatori non solo ricevono addestramento intensivo nelle tecniche di combattimento e gestione delle crisi, ma anche in aree come la psicologia del comportamento, la sociologia delle dinamiche di gruppo, e la criminologia analitica. Questa formazione permette loro di applicare concetti teorici direttamente sul campo, migliorando la capacità di leggere e reagire alle situazioni critiche.
L’integrazione di competenze diverse è un punto di forza che consente a queste unità di operare in modo coordinato con altri reparti di polizia, servizi di intelligence e autorità giudiziarie. Questo approccio garantisce che le crisi siano gestite non solo attraverso la forza, ma anche attraverso la comprensione e la manipolazione delle dinamiche psicologiche e sociali che le caratterizzano.
Il GIS e il NOCS rappresentano due delle unità più avanzate in Italia per la gestione delle crisi, e il loro successo si basa su un approccio che combina la potenza operativa con un’intensa preparazione nelle tecniche di negoziazione. Le loro esperienze, come quella del sequestro di Silvia Melis, dimostrano l’importanza di una preparazione interdisciplinare e di un adattamento costante alle nuove sfide poste dalla criminalità e dal terrorismo. L’integrazione di criminologia, psicologia e sociologia nelle strategie operative non solo aumenta le possibilità di successo nelle negoziazioni, ma rappresenta anche un modello di eccellenza per la gestione delle crisi a livello internazionale.
Bibliografia
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- Canter, D., & Youngs, D. (2009). *Negotiation in Crises: Psychological and Sociological Perspectives*. New York: Routledge.
- Salvemini, R. (2017). *Gestione delle crisi e negoziazione: Modelli operativi e casi italiani*. Roma: Aracne Editrice.
- Zimbardo, P. G., & Boyd, J. N. (1999). *The Impact of Psychological Strategies in Crisis Negotiation: Case Studies and Model Application*. Journal of Applied Psychology, 84(4), 621-630.
L’AUTORE
Francesco Paolo Dr. IACOVELLI, Criminologo Qualificato AICIS ex legge n. 4/2024