L’omicidio di Publio Clodio Pulcro:una storia antica, un fenomeno moderno  

21/02/2026

Quando mi occupo di violenza e criminalità, mi rendo conto sempre di più che il passato non è mai davvero passato. Si dice che “La storia si ripete” Le forme cambiano, i contesti si trasformano, ma i meccanismi profondi restano sorprendentemente simili. È anche alla luce dei miei studi storici, sociali e criminologici che ho scelto di soffermarmi su un caso apparentemente lontano: l’omicidio di Publio Clodio Pulcro, avvenuto nel 52 a.C., che ancora oggi offre chiavi di lettura estremamente attuali.

La mia formazione mi ha insegnato a osservare la violenza non soltanto attraverso il diritto o la criminologia, ma dentro la dimensione culturale e simbolica delle società. Storia e arte sono strumenti interpretativi: raccontano come il potere si legittima, come il conflitto si rappresenta e come la giustizia viene percepita. In questo senso, l’antica Roma non è solo un oggetto di studio, ma un vero laboratorio sociale. Analizzando il caso Clodio, non si ha la sensazione di studiare un fatto remoto, bensì una vicenda immersa in una società fragile, attraversata da tensioni e da una crescente perdita di equilibrio istituzionale, non così diverse da quelle che possono manifestarsi in contesti contemporanei.

Nel 52 a.C., la Repubblica romana è in una fase di profonda crisi. Le istituzioni sono formalmente solide, ma nella pratica perdono capacità di controllo. Le elezioni sono segnate da brogli e intimidazioni; i tribunali diventano luoghi di forte contrapposizione; la città è attraversata da disordini continui. In questo clima, i leader costruiscono il consenso non solo con la retorica, ma anche attraverso la mobilitazione di gruppi organizzati. Le fazioni non sono più soltanto schieramenti ideologici: diventano identità collettive, con proprie strutture e logiche di appartenenza.

Clodio, tribuno della plebe, è un leader carismatico e popolare, capace di mobilitare le masse urbane e di utilizzare metodi che oggi definiremmo para-militari. Dall’altra parte si colloca il suo rivale, Tito Annio Milone, espressione degli ambienti aristocratici e conservatori. Entrambi dispongono di gruppi armati: non semplici sostenitori, ma vere e proprie bande, utilizzate per intimidire e controllare il territorio.

Il 18 gennaio del 52 a.C., lungo la Via Appia, i due cortei si incontrano. Lo scontro non è un incidente casuale. In contesti fortemente polarizzati, ogni contatto può trasformarsi in un detonatore. La tensione accumulata da mesi esplode in pochi minuti: Clodio viene ferito durante la rissa, trasportato in una locanda e, poco dopo, ucciso dagli uomini di Milone. Non si tratta di un gesto improvviso, ma dell’esito di una lunga escalation di violenza.

Dal punto di vista criminologico, questa dinamica può essere letta alla luce dei processi di radicalizzazione. Le ricerche contemporanee mostrano come la radicalizzazione non sia un evento improvviso, ma un percorso graduale, caratterizzato da polarizzazione, chiusura cognitiva e rafforzamento identitario. Nel caso Clodio-Milone, la violenza nasce da un conflitto progressivamente irrigidito, in cui l’avversario viene percepito non più come interlocutore ma come minaccia.

Un secondo elemento riguarda la legittimazione della violenza. Secondo le prospettive della criminologia critica e della teoria del conflitto, la violenza non è solo un atto individuale, ma un comportamento socialmente costruito e giustificato all’interno di specifici contesti. I sostenitori delle due fazioni interpretano lo scontro come difesa dei propri valori e della propria identità. In questo senso, l’omicidio diventa non solo un fatto criminale, ma un atto simbolicamente giustificato all’interno di un clima di contrapposizione crescente.

Le conseguenze sono immediate. Il corpo di Clodio viene esposto nel Foro e diventa catalizzatore di ulteriori disordini. La Curia, sede del Senato, viene incendiata e Roma precipita nel caos. Il Senato, incapace di ristabilire l’ordine, affida poteri straordinari a Gneo Pompeo Magno, nominato console unico. Questo passaggio rappresenta un esempio di come gravi episodi criminali possano produrre effetti istituzionali rilevanti e favorire soluzioni emergenziali, fenomeno ben noto anche nelle società contemporanee.

Dopo l’omicidio, il conflitto si sposta sul terreno della narrazione. La difesa di Milone viene affidata a Marco Tullio Cicerone, che costruisce una strategia sorprendentemente moderna: legittima difesa, pericolo imminente, percezione soggettiva del rischio. Anche oggi, nei processi più complessi, la verità giuridica si gioca su questi elementi. Il diritto non giudica solo i fatti, ma il contesto, la percezione della minaccia e la costruzione sociale del rischio.

Il caso rappresenta inoltre uno dei primi grandi dibattiti sulla legittima difesa. Le teorie della prevenzione e del controllo sociale mostrano come, in contesti di insicurezza diffusa, la difesa tenda ad anticipare la minaccia. La paura, reale o percepita, diventa un fattore criminogeno e contribuisce a legittimare comportamenti aggressivi.

Un ulteriore aspetto riguarda la privatizzazione della violenza. In teoria, lo Stato romano detiene il monopolio della forza. In pratica, questo monopolio si indebolisce. Clodio e Milone dispongono di milizie personali. È una dinamica coerente con le analisi della criminologia istituzionale: quando le istituzioni perdono credibilità e capacità di controllo, emergono attori informali che occupano gli spazi lasciati vuoti.

Studiare questo omicidio significa riconoscere una dinamica ricorrente: polarizzazione sociale, delegittimazione delle istituzioni, normalizzazione della violenza, narrazioni contrapposte, uso strategico del diritto e crisi della sicurezza pubblica. La Repubblica romana non crollò solo per cause militari o economiche, ma anche per la progressiva erosione della fiducia collettiva nelle istituzioni.

Pertanto, ritengo che l’analisi dei casi storici non sia un esercizio puramente accademico, ma uno strumento concreto per leggere il presente, individuare i segnali di crisi e prevenire possibili derive future. È una convinzione maturata nel tempo, anche attraverso la mia esperienza nelle forze dell’ordine, di studio e di osservazione dei fenomeni violenti. Quando la violenza diventa un mezzo ritenuto accettabile per la regolazione dei conflitti, ogni sistema istituzionale entra inevitabilmente in una fase di fragilità.

Di Roberto Puleo