
In questa pubblicazione parlo di libertà, ma non nel senso astratto a cui spesso viene relegata. Non mi interessa trattarla come un’idea nobile ma inaccessibile, né tanto meno come un concetto filosofico slegato dalla realtà concreta. Voglio indagare come alcune delle grandi riflessioni nate nella filosofia occidentale possano offrire strumenti per osservare, mettere in discussione e talvolta persino decostruire quello che, nel mondo criminologico, diamo troppo spesso per scontato. Il punto di partenza è una domanda all’apparenza semplice: quanto può dirsi davvero libero chi commette un reato?
Può sembrare una questione ovvia, ma chiunque abbia a che fare con il crimine – sul campo, in aula, nelle analisi – sa che le scelte non si presentano mai nel vuoto. Etichettare una persona come libera equivale ad attribuirle responsabilità. Vuol dire che poteva scegliere, che ha scelto, e che quindi può essere chiamata a rispondere di ciò che ha fatto. È su questa base che costruiamo l’intero impianto penale: l’idea che ogni individuo sia capace di autodeterminarsi. Ma se invece quella libertà fosse solo parziale? Se dietro il gesto deviante si nascondessero contesti che limitano, distorcono, condizionano la possibilità di scegliere davvero? È in queste zone d’ombra che il dialogo tra filosofia e criminologia può diventare non solo utile, ma necessario.
Kant, nella sua visione, ci offre un punto fermo: la libertà non coincide con il fare ciò che si vuole. Al contrario, si realizza nell’adesione a una legge morale che ognuno, se guidato dalla ragione, è in grado di riconoscere. Non si tratta di istinto, né di inclinazione personale, ma di un principio universale. Quando si agisce per dovere, allora si è veramente liberi. Da questa angolazione, il gesto criminale appare come una violazione deliberata di quella legge. Chi delinque – secondo questa prospettiva – sceglie di farlo. Non è costretto, non è travolto da una pulsione cieca: ha ignorato ciò che sapeva essere giusto. La pena in questo contesto non è una forma di vendetta, ma il riconoscimento della dignità razionale dell’autore del reato. Punirlo significa trattarlo da essere capace di scelta morale, non da oggetto da correggere. È un atto che presuppone rispetto.
Sartre, invece, ci costringe a cambiare completamente punto di vista. Per lui, ogni individuo è “condannato a essere libero”. Anche non scegliere è, in fondo, una scelta. Questo rovescia il discorso sulla responsabilità: non ci si può più nascondere dietro alle circostanze. Anche nei momenti più bui, anche sotto pressione, l’essere umano resta responsabile di ciò che decide. È una visione spietata, che rende il soggetto radicalmente autonomo. Ma proprio per questo ci costringe a verificare quanto pesi quella libertà in situazioni di disagio, di precarietà, di isolamento. Il crimine, in questo quadro, può essere letto anche come un grido, un atto disperato con cui l’individuo tenta di affermarsi, di dire: “io esisto”. La libertà è totale, ma non per questo meno tragica. E chi studia la devianza non può esimersi dal analizzare il peso effettivo che questa libertà esercita su chi è ai margini.
Con Hegel la questione cambia ancora. La libertà non è mai solo individuale. Si costruisce storicamente, si realizza nel tempo, nel confronto con l’altro. Non siamo liberi da soli: lo diventiamo nel momento in cui veniamo riconosciuti. La libertà è relazione, è appartenenza, è posizione dentro un ordine sociale che ci accoglie, ci ascolta, ci permette di esprimerci. Quando quel riconoscimento viene meno – quando si è ignorati, esclusi, stigmatizzati – la libertà si svuota. In questo senso, l’atto criminale può diventare il segnale di una frattura sociale. Un indicatore di mancata integrazione, di fallimento collettivo. Il gesto deviante smette di essere soltanto una scelta individuale e diventa anche un messaggio: un tentativo, per quanto distorto, di rivendicare visibilità. Di forzare un sistema che ha lasciato fuori interi pezzi della sua comunità.
Spinoza porta il discorso ancora più in profondità. Rifiuta l’idea di libero arbitrio così come la intende la tradizione morale. Per lui, ogni comportamento umano è il risultato di cause che lo determinano: emozioni, necessità, esperienze, dinamiche sociali. La libertà, allora, coincide con la comprensione di ciò che ci muove. Più siamo in grado di riconoscere queste cause, più possiamo orientarci con consapevolezza. L’autonomia non è un punto di partenza, ma un punto d’arrivo. Applicata alla criminologia, questa visione impone una revisione radicale della logica della colpa. Il compito non è giudicare in astratto, ma indagare le condizioni concrete che rendono possibile un comportamento deviante. Quali concatenazioni portano un individuo a delinquere? Quali modelli ha interiorizzato? Quali possibilità ha avuto, o non ha avuto, per costruire un’alternativa?
Tutto questo non ha nulla a che vedere con l’assoluzione. Non si tratta di giustificare, ma di analizzare con rigore. Oggi, parlare di libertà in ambito criminologico significa anche riconoscere che non tutte le scelte si presentano allo stesso modo. Alcune sono frutto di possibilità reali, altre di mancanze strutturali. Alcune nascono da autonomia, altre da vincoli sistemici. La responsabilità resta, ma va collocata in un contesto.
Il caso di Saman Abbas lo dimostra con una forza devastante.
Saman era una ragazza giovane, cresciuta in Italia, nata in una famiglia pakistana legata a una visione patriarcale e tradizionalista della comunità. Aveva deciso di opporsi a un matrimonio forzato. Aveva rifiutato di piegarsi a un progetto di vita che altri avevano scritto per lei. Quella scelta le è costata la vita. Uccisa nel 2021, per aver osato esercitare la propria libertà. Il processo di appello del 2025 ha confermato l’ergastolo per i genitori e per due cugini. Lo zio, indicato come esecutore materiale, è stato condannato a 22 anni.
Saman ha tentato di autodeterminarsi. Di vivere secondo la propria volontà. È stata punita con la morte. La sua libertà, agli occhi della famiglia, era un’onta da cancellare.
Secondo la logica kantiana, la responsabilità dei colpevoli è piena. Nessun contesto culturale può legittimare l’eliminazione della dignità altrui. Chi ha agito lo ha fatto consapevolmente, violando una legge morale che avrebbe dovuto riconoscere come universale. La scelta di annientare la volontà di una figlia non ha attenuanti: è la negazione assoluta dell’etica.
Ma Hegel ci invita a osservare la struttura. Saman non è stata riconosciuta come soggetto. Non le è stato concesso spazio per esistere come individuo. Il crimine mette in evidenza un conflitto drammatico tra due visioni del mondo: da una parte, quella democratica e pluralista che riconosce la libertà individuale; dall’altra, quella tribale, familiare, autoritaria, che impone l’appartenenza come forma di obbedienza. Il gesto estremo della famiglia mostra l’incapacità di mediare tra questi due ordini. È la manifestazione violenta di una cultura che non sa accettare la libertà altrui.
Spinoza, da parte sua, ci spinge a interrogare ancora più a fondo. Quali sono le dinamiche che hanno reso quel gesto non solo concepibile, ma inevitabile per chi l’ha compiuto? Quali credenze hanno giustificato, dentro la coscienza di quegli individui, la cancellazione di una vita? Quale idea di famiglia, di onore, di potere, ha permesso questa trasformazione della libertà in colpa? È in queste domande che si apre lo spazio per la prevenzione vera, quella che agisce prima del reato.
Perché il compito della criminologia non si esaurisce nella risposta al crimine. Inizia molto prima, nell’analisi delle condizioni. E in questo percorso, la filosofia non è un lusso. È uno strumento essenziale per leggere con più profondità ciò che, altrimenti, resta incomprensibile. La libertà non è mai assoluta, ma neppure illusoria. È fragile, costruita, continuamente minacciata.
Il delitto di Saman ci parla di questa fragilità. E ci impone una domanda scomoda: quali libertà stiamo davvero difendendo? E per chi? Se la libertà è anche la possibilità di scegliere sé stessi, allora non basta punire chi la distrugge: serve costruire contesti in cui nessuno debba più temere di esercitarla.
Solo allora potremo dire che la giustizia non è una parola, ma una pratica. E che libertà e responsabilità non sono concetti contrapposti, ma due facce dello stesso impegno.