di Gianluca Gala*
Esiste una forma di potere che non ha bisogno di essere riconosciuta dalla legge per ottenere riconoscimento sociale. Non possiede alcuna legittimazione istituzionale, eppure riesce a orientare comportamenti, condizionare relazioni e, in alcuni contesti, persino a stabilire ciò che è considerato rispettabile. È il potere criminale, la cui pericolosità non risiede esclusivamente nella capacità di intimidire, ma anche nella possibilità di trasformare l’illegalità in una fonte di prestigio.
Il fenomeno pone alla criminologia un interrogativo che va oltre le motivazioni individuali del comportamento deviante: come può un soggetto che viola sistematicamente le regole di una comunità diventare, all’interno della stessa, una figura socialmente riconosciuta?
La risposta richiede di distinguere due dimensioni spesso sovrapposte: il timore e il consenso. Il primo può essere imposto attraverso la minaccia; il secondo presuppone, almeno in parte, un’attribuzione di valore. Le organizzazioni criminali possono esercitare entrambi, costruendo sistemi nei quali l’obbedienza non deriva soltanto dalla paura delle conseguenze, ma anche dalla convinzione che determinati individui possiedano un’autorità superiore a quella riconosciuta dalle istituzioni.
In questa prospettiva, il criminale non rappresenta semplicemente colui che infrange una norma. Può diventare il soggetto che pretende di sostituirsi alla norma stessa, decidendo chi debba essere protetto, chi possa ottenere un’opportunità, chi abbia diritto di parlare e chi, invece, debba tacere.
È qui che il potere illegale compie una delle sue trasformazioni più insidiose: non si limita a violare l’ordine sociale, ma tenta di produrne uno alternativo.
La criminologia e la sociologia della devianza offrono strumenti importanti per comprendere questo processo. Attraverso l’apprendimento sociale, l’interazione con modelli significativi e l’interiorizzazione di norme proprie di determinati gruppi, comportamenti generalmente considerati devianti possono acquisire una diversa legittimazione all’interno di specifici ambienti. Ciò che per la collettività costituisce una violazione può essere interpretato, in una subcultura criminale, come dimostrazione di lealtà, coraggio o affidabilità.
Il problema, dunque, non riguarda soltanto l’esistenza di valori contrapposti, ma la capacità di alcuni sistemi criminali di appropriarsi di valori universalmente riconosciuti, modificandone profondamente il significato. La lealtà diventa obbedienza incondizionata, il rispetto si trasforma in subordinazione, il coraggio viene identificato con la disponibilità alla violenza. Persino la solidarietà può essere ridotta a un vincolo esclusivo, riservato a chi appartiene al gruppo e negato a chi ne rimane fuori.
Si produce così una particolare alterazione del linguaggio morale: parole che normalmente esprimono qualità positive vengono utilizzate per giustificare rapporti fondati sulla sopraffazione.
Ma il prestigio criminale non si costruisce soltanto attraverso la forza. In alcuni territori, la capacità di offrire risposte immediate a bisogni concreti può contribuire a consolidare l’influenza di soggetti illegali. Un favore, un’intermediazione, una promessa di protezione o un’opportunità economica possono generare riconoscenza e, successivamente, dipendenza. Il confine tra aiuto e assoggettamento diventa progressivamente meno visibile.
Non si tratta necessariamente di un consenso libero. Spesso è un consenso condizionato dalla vulnerabilità, dall’assenza di alternative o dalla percezione che opporsi comporti conseguenze troppo elevate. Tuttavia, proprio questa ambiguità rende il fenomeno particolarmente difficile da contrastare: il dominio può essere vissuto contemporaneamente come imposizione e come risorsa.
Un ulteriore elemento riguarda la dimensione simbolica del potere. La reputazione di un soggetto criminale può precedere le sue stesse azioni. Non occorre esercitare continuamente la violenza quando è sufficiente che gli altri ne conoscano, o ne immaginino, la possibilità. Il prestigio diventa allora una forma di controllo anticipato: le persone modificano spontaneamente i propri comportamenti in funzione di ciò che ritengono il criminale possa fare.
Il potere raggiunge una delle sue espressioni più profonde quando non ha più bisogno di manifestarsi apertamente per essere riconosciuto.
In questo scenario, anche la rappresentazione pubblica della criminalità assume un ruolo significativo. La figura del boss, del capo carismatico o dell’individuo capace di imporsi al di fuori delle regole può essere progressivamente separata dalle conseguenze concrete delle sue condotte. La narrazione privilegia la personalità, l’astuzia, la capacità strategica, mentre le vittime rischiano di rimanere sullo sfondo.
Non è la rappresentazione del crimine, di per sé, a costituire il problema. Raccontare la criminalità significa anche comprenderla, denunciarla e renderne visibili le contraddizioni. Il rischio emerge quando il racconto finisce per attribuire maggiore rilevanza al prestigio del responsabile che alla gravità delle sue azioni.
Si verifica allora un singolare rovesciamento: chi produce insicurezza viene percepito come una figura capace di garantire protezione; chi limita la libertà altrui appare come simbolo di indipendenza; chi esercita violenza viene interpretato come espressione di forza.
È una contraddizione che merita particolare attenzione perché rivela quanto il riconoscimento sociale possa allontanarsi dal giudizio morale e giuridico.
La prevenzione criminologica, pertanto, non può esaurirsi nella repressione dei comportamenti illegali. Deve interrogarsi anche sui processi attraverso i quali il potere criminale acquisisce credibilità, sulle condizioni che ne favoriscono l’accettazione e sui meccanismi che trasformano la subordinazione in appartenenza.
Non è sufficiente sottrarre al criminale la possibilità di esercitare il proprio dominio materiale, se continua a sopravvivere l’immagine sociale che lo rende autorevole. Occorre comprendere come quella reputazione venga costruita, trasmessa e, talvolta, persino difesa da chi ne subisce le conseguenze.
La questione più profonda, allora, non è soltanto perché alcuni individui scelgano di delinquere, ma perché determinate comunità possano arrivare ad attribuire prestigio a chi esercita un potere fondato sull’illegalità.
Il successo più pericoloso della criminalità non coincide necessariamente con il controllo di un territorio, ma con la conquista dei criteri attraverso i quali quel territorio riconosce l’autorità.
Perché quando il dominio viene interpretato come autorevolezza, la dipendenza come protezione e la paura come rispetto, il potere criminale ha già ottenuto qualcosa che nessuna intimidazione, da sola, potrebbe garantirgli: la capacità di apparire legittimo senza esserlo.
Ed è proprio questa legittimazione, silenziosa e spesso inconsapevole, una delle forme più difficili da riconoscere e da contrastare.
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Gianluca Gala, Criminologo qualificato AICIS