«Mi ha distrutto la vita. Quando lo vedo, giro la faccia.» Roberto Saviano
È una tranquilla domenica sera, una di quelle che sembrano sospese fuori dal tempo, dilatate dalla noia, avvolte da un silenzio innaturale.
Sono in una stanza d’albergo senza nome, in una provincia che potrebbe essere ovunque e in nessun luogo.
La luce intermittente di un lampione rotto è gialla e incerta; filtra dalle tende come se avesse perso il coraggio di entrare davvero.
Fuori, il nulla: qualche albero scuro, il parcheggio vuoto, un cielo che non promette né pioggia né stelle.
Sul comodino, accanto a una bottiglia d’acqua mezza vuota, lampeggia pigro lo schermo del telefono.
Scorro distrattamente la home di Instagram, in cerca di niente, come si fa quando si cerca di non pensare.
Ed eccoti lì, Roberto.
Un estratto video della tua ultima intervista a Che tempo che fa. L’immagine è semplice, quasi scarna: un volto segnato, due mani a volte intrecciate, altre che gesticolano furiose.
La voce è ferma, ma l’eloquio è lento.
Magari solo un po’ rispetto al solito o forse è solo una mia sensazione.
Sono i tuoi occhi, però, a catturare la mia attenzione.
Quegli occhi che da anni conosco — almeno nel modo in cui si può conoscere qualcuno che non ha mai smesso di esistere nello spazio pubblico — e che, per la prima volta, sento parlarmi in un modo nuovo.
Con una voce che non riconosco.
Non è più soltanto la voce del coraggio, e dell’indignazione. Ce n’è un’altra, che non trema e nemmeno cede, ma si frantuma in sillabe dolorose.
In una stanchezza che evoca, drammaticamente, una qualche forma di resa.
E da quel momento, anche se di poco, sento questa sera, incrinarsi qualcosa dentro di me.
C’è una stanchezza che si deposita nelle ossa, che filtra come pioggia lenta nelle crepe dell’anima, che non ha bisogno di urla per farsi sentire.
È la stanchezza di chi ha pagato troppo caro il proprio coraggio.
È la stanchezza di Roberto Saviano, l’uomo che ha sfidato l’invisibile prima ancora che lo facesse lo scrittore.
È la stanchezza di un ragazzo il cui cammino verso l’età adulta ha squarciato, suo malgrado, il velo su una realtà che molti hanno sempre preferito ignorare.
E che oggi, a diciotto anni dalla pubblicazione di Gomorra, racconta di una probabile – e, qualora di questo si trattasse, non giudicabile – resa.
Nel 2006, quando quel libro esplose tra le mani del pubblico italiano come una bomba a orologeria, tu avevi ventisette anni.
La tua penna incideva sulla pagina con la precisione di una lama, e dentro c’era tutto: la violenza feroce della camorra, le architetture invisibili del potere criminale, il sangue mescolato al cemento.
Quel testo non era solo denuncia: era un atto di sfida, un grido di libertà, ma soprattutto, era giusto.
Nel senso più stretto del termine.
Vorrei tanto che, in mezzo a tutta quella stanchezza, tu ricordassi questo.
Era GIUSTO. E lo è ancora.
Oggi Saviano guarda quel libro come si guarda una ferita non rimarginata.
«Quando lo vedo, giro la faccia», dice.
E in quelle parole si coglie un dolore che non è solo intellettuale, ma fisico, esistenziale.
Per diciotto anni non ha riletto Gomorra. Solo di recente, in occasione della registrazione dell’audiolibro, ha riaperto quelle pagine.
Immagino che sia stato un po’ come guardarsi allo specchio e vedere, al posto del proprio volto, il volto della perdita.
Perché, se è vero che Gomorra gli ha dato la notorietà, è altrettanto vero che gli ha tolto tutto il resto.
«Odio come vivo. Disprezzo me stesso per le scelte che ho fatto», hai dichiarato in un’intervista colma di un’amarezza che sembra quasi non lasciare spazio alla speranza.
Non è un’iperbole.
È il racconto di una vita che si è rovesciata.
Se potesse tornare indietro, dice, non lo scriverebbe più quel libro. Non in quel modo. Non con quell’ingenuità. Forse, aggiunge, avrebbe potuto raccontare lo stesso orrore con più prudenza, più distanza.
Forse. O forse no. Non lo sapremo mai.
Ma il tempo non si riscrive. E ogni scelta ha un’eco.
Saviano oggi “non vive” se non come un uomo braccato: da diciotto anni si muove sotto scorta, la sua casa cambia spesso, le finestre restano chiuse.
Non può camminare per strada da solo, né scegliere dove dormire, né prendere un aereo senza autorizzazioni.
Ogni suo gesto è protocollo. Ogni sua giornata, una questione di sicurezza.
Una libertà perduta nel nome di una verità detta.
Il corpo ha cominciato a cedere. L’anima forse, ancora prima.
Gli attacchi di panico sono diventati una costante, e con essi è arrivata la necessità dei farmaci, dei calmanti, degli psicotropi che tengono a bada l’angoscia.
Ma ciò che mi pesa di più, ciò che mi lacera attraverso questo schermo piatto che illumina il mio viso e il buio della mia stanza, è forse la percezione della tua solitudine.
Come in quell’aula di tribunale, tempo fa, quando ti ritrovasti faccia a faccia con Francesco Bidognetti, “Cicciotto ’e mezzanotte”, boss dei Casalesi.
Eri l’unico testimone.
Non c’erano colleghi scrittori. Non c’erano politici. Nessun editore, nessun giornalista, nessun amico.
Solo tu e la tua scorta.
E l’eco di quel silenzio, ancora oggi, è assordante.
Sei stato lasciato solo.
Non una volta. Più volte.
Come se quel gesto iniziale, quel dire ciò che era indicibile, fosse diventato una colpa da emarginare.
E poi c’è il dolore che si rifrange su chi ti è vicino.
«Le mie scelte hanno distrutto me, ma hanno distrutto soprattutto chi mi è intorno.»
La famiglia, gli affetti, gli amici: tutti colpiti di riflesso, da emotivi proiettili vaganti o di rimbalzo. Come in una guerra non dichiarata, dove le vittime non sono solo quelle che combattono, ma soprattutto quelle che amano.
Chiudo gli occhi mentre immagino la tua casa.
Pareti protette, ma che non scaldano. Finestre blindate che non aprono orizzonti. Porte chiuse, come in un bunker dell’anima, dove ogni visita è vagliata, ogni oggetto è sospetto, ogni silenzio troppo pieno.
Eppure, Roberto, incredibilmente, non hai smesso di scrivere. Non hai smesso di raccontare. Sei rimasto in piedi, anche se ferito. Vigile, anche se stanco.
Come se in quella stanchezza esistesse, paradossalmente, la tua ultima forma di fedeltà.
Perché la verità, sai Roberto, non è mai stata un’opinione, ma un’urgenza, ma questo tu lo sai fin troppo bene.
E anche oggi, quando ammetti che Gomorra ti ha rovinato la vita, lo fai senza mai rinnegare ciò che hai scritto.
Per questo, fosse anche solo per questo, credo che dovremmo per sempre dirti: GRAZIE!
“Il dolore come tuo stato perenne” dicesti una volta.
E in quella frase c’è tutto: l’uomo, l’autore, il testimone.
Un uomo che ha illuminato la notte, ma che non è mai più tornato alla luce.
Un uomo con la “schiena dritta”, anche quando c’è quella stanchezza che si deposita nelle ossa.