La scissione riflessa del Sé e l’equilibrio fragile tra identità normativa e identità trasgressiva

di Francesco Iacovelli

Mentre leggevo Lacan[1], un pensiero mi ha colpito come un lampo. Ho immaginato una persona di fronte allo specchio, un istante sospeso in cui l’anima si misura con se stessa. Non è un gesto di vanità, né un atto estetico: è il momento in cui il Sé si confronta con ciò che è e ciò che teme di essere.

Lo specchio non restituisce mai un’immagine singola, coerente, consolatoria. Restituisce un intreccio di figure interne, parti contraddittorie che si osservano e si dialogano: la parte luminosa, che contiene regole interiorizzate, limiti, responsabilità, attenzione agli altri e al mondo; e la parte oscura, che custodisce impulsi, rabbia, desideri di rottura, bisogno di affermazione, tensione.

Queste dimensioni non si combattono, si misurano e si influenzano reciprocamente, creando un equilibrio fragile, instabile, ma necessario.

Non si tratta di un tema moderno. Platone, nel mito della caverna, ci ricordava che ciò che vediamo è sempre un riflesso, un’ombra della verità più profonda. Noi percepiamo il mondo e noi stessi attraverso immagini sempre mediate, mai immediate. Lo specchio diventa allora metafora del Sé: complesso, frammentato, sempre in tensione.

L’equilibrio non è dono naturale, ma conquista quotidiana, frutto di attenzione, cura e riconoscimento costante.

Quando questo equilibrio vacilla, quando la parte luminosa si indebolisce, quando la voce interna che riconosce e sostiene il Sé viene ignorata o sopraffatta, la parte oscura emerge. Non come nemica, ma come risposta immediata al vuoto lasciato dall’interruzione del dialogo interno. La devianza, la fragilità, l’atto antisociale non nascono dalla malvagità, ma dalla rottura di quell’armonia interna, dalla perdita di capacità di contenere e mediare tra impulsi e regole.

Essere-nel-mondo, come ricordava Heidegger, significa vivere immersi in un contesto di relazioni, spazi e azioni. E quando l’equilibrio interno manca, il mondo esterno diventa uno specchio deformato delle tensioni interne. Corpo e percezione, suggeriva Merleau-Ponty, costituiscono insieme l’esperienza del mondo: ogni fragilità, ogni scarto, ogni disallineamento ha manifestazioni visibili nel modo in cui ci muoviamo, nelle relazioni, nelle azioni. La criminologia osserva questi segni sottili, invisibili agli occhi superficiali, ma indicativi di percorsi che possono condurre a trasgressioni o comportamenti devianti.

Ma la riflessione non è mai riduttiva: guardare lo specchio significa affrontare la convivenza di immagini contraddittorie, osservare ciò che regge e ciò che vacilla, accettare la tensione, non negarla. Il Sé, come ricordava Lacan, è una costruzione incompleta, sempre mediata, mai definitiva. Ogni equilibrio è provvisorio, eppure resistente se alimentato da attenzione, dialogo interno e consapevolezza.

La fragilità è condizione della forza autentica: solo chi conosce il rischio della caduta può comprendere la profondità del sostegno. In questo senso, la criminologia incontra la filosofia: l’equilibrio interno non è solo etica personale, ma prevenzione sociale. È ciò che permette di non cedere alle pulsioni distruttive, di non trasformare frustrazione in aggressione, rabbia in trasgressione. È il tessuto invisibile che regge la convivenza civile, l’atto quotidiano di scegliere tra ciò che ferisce e ciò che cura.

Ogni volta che ci fermiamo davanti allo specchio, percepiamo la fragilità e la potenza insieme. È un atto di coraggio, perché implica accettare la tensione tra luce e ombra, riconoscere la parte luminosa senza negare la parte oscura, osservare il vuoto senza disperarsi. Nietzsche parlava della vita come volontà di potenza, equilibrio tra forze contraddittorie che dobbiamo imparare a dominare senza annullare. Jung ci ricordava che l’ombra è parte necessaria del Sé, da riconoscere, integrare e trasformare.

Quando l’equilibrio si spezza, la devianza non è improvvisazione né destino ineluttabile. È un segnale, un messaggio silenzioso che indica dove manca attenzione, dove la tensione interna ha ceduto. Il rischio maggiore non è l’atto oscuro, ma l’incapacità di ascoltare i segnali, di intervenire prima che la parte oscura trovi spazio incontrollato. La prevenzione diventa allora cura del Sé e cura della relazione con il mondo, capacità di osservare, interpretare, comprendere prima che sia troppo tardi.

Guardare lo specchio è un gesto poetico, filosofico e criminologico insieme. Significa osservare, riconoscere, accettare e intervenire con delicatezza. Non esistono colpe immediate, ma responsabilità. Ogni immagine riflessa racconta una storia di equilibrio e fragilità, di decisioni quotidiane e di contesto sociale. Ogni osservazione è un invito a comprendere, a creare attenzione, a favorire la resilienza, a non delegare il Sé né l’agire agli impulsi incontrollati.

Lo specchio diventa orizzonte, non giudizio. Rivela la possibilità di rimanere interi, di scegliere, di agire con consapevolezza. È un territorio dove il Sé si misura, ma anche dove la responsabilità e la prevenzione trovano senso. Chi si ferma, osserva e ascolta trova la misura del proprio equilibrio, e con esso la possibilità di incidere sul mondo senza cedere alla parte oscura. La caduta non è inevitabile, se la tensione interna viene riconosciuta, se il Sé viene ascoltato, se la responsabilità diventa pratica quotidiana.

In questo specchio si legge l’essere umano nella sua interezza, fragile e potente insieme, vulnerabile e resistente, pronto a cadere ma anche capace di rialzarsi, a scegliere senza farsi sopraffare dalle proprie ombre. È un atto di attenzione, cura e cultura. È un atto di vita e di società. È il senso profondo di ciò che significa essere umani, consapevoli, e capaci di continuare.

 

[1] (Jacques Lacan, psicoanalista francese del XX secolo, noto per il concetto di Stadio dello specchio, secondo cui la coscienza del Sé nasce dal confronto tra immagine riflessa e percezione interna, creando dinamiche di tensione tra parti luminose e oscure della personalità)