La scena del crimine: dall’analisi tecnica all’utilizzo probatorio nel processo penale

a cura di Francesco Paolo IACOVELLI

Criminologo AICIS – L. 4/2013

La scena del crimine costituisce il fulcro di ogni indagine penale, rappresentando l’intersezione tra evento criminoso, scienza forense e diritto. Ogni elemento presente, sia esso visibile o latente, macroscopico o microscopico, può assumere rilevanza probatoria, a condizione che venga individuato, raccolto e analizzato con rigore metodologico. Come affermava Locard, “ogni contatto lascia una traccia” (Locard, L’Enquête criminelle et les méthodes scientifiques, 1920), sottolineando l’importanza di preservare l’integrità delle tracce per garantirne l’utilizzabilità in sede processuale.

Il Codice di Procedura Penale italiano stabilisce che “la polizia giudiziaria adotta le misure necessarie a conservare lo stato dei luoghi e delle cose fino all’intervento dell’autorità giudiziaria” (Art. 354, CPP). Tuttavia, la prassi investigativa evidenzia come la gestione della scena del crimine possa presentare complessità significative. Errori nella conservazione delle prove possono compromettere l’accertamento della verità, come dimostrato da casi giudiziari emblematici.

Il caso dell’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007, rappresenta un esempio emblematico delle complessità legate alla gestione della scena del crimine e alla successiva valutazione delle prove in sede processuale. Chiara, una giovane laureata in economia, fu ritrovata senza vita sulle scale che conducevano alla cantina della sua abitazione, immersa in una pozza di sangue. La dinamica del delitto e le prove raccolte nel corso delle indagini hanno sollevato numerosi interrogativi, rivelando criticità sia nella documentazione della scena sia nella gestione delle evidenze.

Gli investigatori stabilirono che Chiara conoscesse il suo assassino, poiché aveva aperto la porta in pigiama e senza segni di effrazione. Il fidanzato, Alberto Stasi, fu il primo a trovare il corpo e a dare l’allarme, ma divenne rapidamente il principale sospettato a causa di una serie di incongruenze nel suo racconto e di indizi emersi durante le indagini.

Un elemento centrale fu l’assenza di tracce di sangue sulle scarpe e sui vestiti di Stasi, nonostante il pavimento della scena del crimine fosse intriso di sangue. I RIS, in una perizia del 2014, sostennero che tali tracce avrebbero dovuto essere presenti, almeno in forma minima. Questo aspetto alimentò l’ipotesi accusatoria secondo cui Stasi non avrebbe scoperto il corpo, ma sarebbe stato già a conoscenza del delitto in quanto autore dello stesso. La difesa, invece, argomentò che il sangue sul pavimento, al momento della scoperta, fosse già secco, rendendo meno probabile il trasferimento di particelle ematiche.

Un’altra questione controversa riguardò le analisi digitali sul computer di Stasi. Nonostante il dispositivo fosse stato consegnato agli inquirenti il giorno successivo al delitto, alcune operazioni inappropriate alterarono gli accessi alla memoria del dispositivo. Solo una perizia informatica successiva chiarì che Stasi aveva utilizzato il computer dalle 9:35 alle 12:20, lasciando tuttavia scoperta una finestra temporale di 23 minuti, coincidente con l’ora stimata dell’omicidio.

Le problematiche legate alla scena del crimine non si limitarono alla gestione delle tracce ematiche e digitali. Le testimonianze oculari di due persone che notarono una bicicletta nera da donna fuori dalla villetta dei Poggi complicarono ulteriormente il quadro. Stasi possedeva una bicicletta di quel tipo, ma inizialmente negò la sua esistenza. Le analisi sui pedali della bicicletta bordeaux di Stasi rilevarono DNA di Chiara Poggi, aprendo il dibattito su un possibile scambio di componenti tra i mezzi, sebbene tale ipotesi sia stata smentita in sede processuale.

Questo caso mette in evidenza la necessità di una gestione rigorosa delle prove e del rispetto dei protocolli scientifici. La Corte di Cassazione, confermando la condanna di Alberto Stasi a 16 anni di reclusione, sottolineò come un insieme di elementi indiziari, tra cui la compatibilità del DNA, l’assenza di segni di effrazione e le incongruenze nelle dichiarazioni dell’imputato, confluiscano in un quadro accusatorio coerente (Cass., Sez. V, Sent. 12 dicembre 2015).

Tuttavia, il caso ha sollevato interrogativi più ampi sull’uso probatorio delle evidenze scientifiche. La sentenza della Corte di Cassazione n. 2980/2023 ha recentemente ribadito che una prova scientifica deve essere presentata e analizzata in modo tale da garantirne la piena comprensione e il rispetto del contraddittorio. Nel caso Poggi, alcune incongruenze nelle analisi e nella gestione delle evidenze, come il mancato sequestro immediato della bicicletta nera e le alterazioni nelle perizie informatiche, hanno rischiato di compromettere il valore probatorio delle prove raccolte.

La criminalistica moderna si avvale di tecnologie avanzate per la documentazione e l’analisi della scena del crimine. La fotografia forense rimane uno strumento imprescindibile, permettendo di immortalare lo stato dei luoghi e delle prove prima di qualsiasi alterazione. Scatti realizzati da diverse angolazioni e con l’utilizzo di fonti luminose differenti, come luce ultravioletta o infrarossa, consentono di rilevare dettagli invisibili all’occhio nudo, quali tracce ematiche dilavate o residui di polvere da sparo. Tecnologie come il luminol, un reagente chimico che interagisce con l’emoglobina per rivelare tracce di sangue occultate, sono ampiamente utilizzate; tuttavia, è necessaria cautela, poiché “il luminol, pur essendo un reagente efficace, può dare falsi positivi se reagisce con altre sostanze chimiche” (Rossi, Analisi chimica nella scena del crimine, 2018).

Un’ulteriore innovazione è rappresentata dalla mappatura tridimensionale della scena, ottenuta tramite scanner laser 3D. Questo sistema consente di creare un modello digitale dell’ambiente investigato, utile sia per analisi successive sia per la presentazione in aula, specialmente in casi complessi come sparatorie o omicidi con dinamiche poco chiare. L’efficacia di queste tecnologie dipende, tuttavia, dalla formazione degli operatori e dall’aderenza scrupolosa ai protocolli operativi.

Una volta raccolte, le prove devono essere trasferite al laboratorio seguendo rigorosamente la catena di custodia, al fine di garantire che le evidenze rimangano integre e tracciabili in ogni fase. Il Codice di Procedura Penale prevede che “gli accertamenti tecnici non ripetibili devono essere documentati integralmente mediante registrazioni o altri strumenti idonei” (Art. 360, CPP), per prevenire contestazioni sulla validità del materiale probatorio. Tecniche come la PCR (Polymerase Chain Reaction) permettono oggi di amplificare piccole quantità di DNA per identificare i profili genetici, mentre il microscopio elettronico a scansione (SEM) consente di rilevare particelle di polvere da sparo, fondamentali per ricostruire dinamiche di conflitti armati.

L’efficacia probatoria delle evidenze raccolte dipende in larga misura da come esse vengono presentate e contestualizzate in tribunale. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha chiarito che “il diritto a un processo equo comporta la necessità di consentire alle parti di confrontarsi su elementi scientifici determinanti, garantendo il contraddittorio” (CEDU, Sentenza Mantovanelli c. Francia, 1997). Questo sottolinea il ruolo cruciale del perito, il quale deve tradurre dati tecnici in informazioni comprensibili per giudici e giurati, mantenendo al contempo il rigore scientifico. Tuttavia, come osserva Fiorentini, “la scienza forense non è mai neutrale; ogni risultato è influenzato dal contesto investigativo e dall’approccio metodologico adottato” (Fiorentini, Tecnologie emergenti in criminalistica, 2020).

Recentemente, la Corte di Cassazione ha ribadito che la perizia stragiudiziale non ha valore di prova legale, ma può costituire un indizio valutabile dal giudice. In particolare, è stato affermato che “la perizia stragiudiziale non ha valore di prova nemmeno rispetto ai fatti che il consulente asserisce di aver accertato, ma solo di indizio, al pari di ogni documento proveniente da un terzo” (Cass. Sez. III, Sentenza n. 2980, 1 febbraio 2023) . Questo implica che la valutazione di tali perizie è rimessa alla discrezionalità del giudice, che deve considerarle nell’insieme degli altri elementi probatori. Questo principio, se applicato alle indagini sulla scena del crimine, sottolinea l’importanza di produrre prove forensi che rispettino i requisiti di oggettività, verificabilità e tracciabilità, al fine di ridurre al minimo le contestazioni processuali.

 

Un approccio integrato per la gestione della scena del crimine

La corretta gestione della scena del crimine richiede una sinergia tra diverse competenze, da quelle tecniche a quelle giuridiche. Gli errori verificatisi nel caso di Chiara Poggi e le più recenti sentenze della Corte di Cassazione mettono in evidenza la necessità di un approccio integrato. La formazione degli operatori sul campo deve essere una priorità, con un’attenzione particolare ai protocolli di raccolta, conservazione e analisi delle prove.

L’utilizzo delle tecnologie avanzate e l’applicazione dei principi di chain of custody sono imprescindibili per garantire che le prove raccolte conservino la loro integrità fino alla presentazione in tribunale. Al contempo, il sistema giudiziario deve continuare a evolvere, accogliendo il contributo delle scienze forensi e garantendo che il contraddittorio scientifico avvenga in modo equo e trasparente.

La scena del crimine è molto più di un luogo fisico: è il crocevia dove si incontrano scienza e giustizia. La sua analisi accurata, condotta nel rispetto delle norme processuali e con l’ausilio delle più avanzate tecnologie disponibili, rappresenta il fondamento di ogni indagine penale e la chiave per un accertamento della verità che rispetti i diritti di tutte le parti coinvolte.

Le recenti decisioni della Corte di Cassazione offrono ulteriori spunti di riflessione sull’utilizzo probatorio delle evidenze scientifiche e sulle modalità con cui queste devono essere presentate in aula. Solo un approccio interdisciplinare, che coniughi scienza, diritto e tecniche investigative, può contribuire a migliorare la qualità delle indagini e a consolidare la fiducia nel sistema giudiziario italiano.