
Scene che appartengono al nostro presente di guerre e conflitti, e che sembrano provenire da un altro secolo. Quelle immagini, crude e dolorose, mi hanno riportato alla Ballata degli impiccati di François Villon, una poesia che parla di morte, ma anche, in modo sorprendente, di redenzione.
Villon scrisse quei versi nel XV secolo, in attesa della forca.
Non un testimone distante, ma un condannato che attendeva la fine, un uomo che aveva conosciuto il crimine e il castigo. Eppure, nella sua voce non c’è solo disperazione: c’è un ultimo gesto di umanità, un appello che attraversa il tempo:
“Fratelli umani, che vivete ancora,
Non siate contro noi duri di cuore,
Ché, se pietà di nostra sorte avrete,
Più largo sarà Dio del suo perdono.
Qui appesi ci vedete, cinque, sei.
La carne, che troppo abbiam nutrita,
Da tempo è divorata e imputridita.
Le nostra ossa saran presto cenere.
Della sventura nostra non ridete,
Ma Dio pregate che assolva tutti noi!”
In quelle parole non chiede salvezza, ma comprensione. Non giustifica il male, lo riconosce. E nel riconoscerlo, compie l’atto più difficile: si riappropria della propria umanità.
Guardando quelle immagini di oggi, di corpi esposti alla violenza dell’uomo e all’indifferenza del mondo, ho pensato che Villon ci parli ancora. Ci dice che anche nel punto più oscuro, quando la giustizia ha già pronunciato la sua condanna, resta una possibilità di riscatto.
Non è una redenzione che cancella, ma che riconosce. È la stessa idea che, secoli dopo, ritroviamo nella pena rieducativa sancita dall’articolo 27 della Costituzione italiana: la pena non come vendetta, ma come via possibile alla reintegrazione.
In criminologia, parliamo di restorative justice, di percorsi di consapevolezza, di dialogo tra vittima e reo. Villon lo aveva intuito con la sensibilità del poeta: il male non si espia solo con la punizione, ma con la comprensione profonda del danno provocato.
La sua ballata, letta oggi, davanti alle immagini di guerra e di violenza che scorrono nei nostri schermi, ci ricorda che il confine tra colpevole e innocente, tra vittima e carnefice, è più fragile di quanto vogliamo credere.
Forse è proprio questo che fa paura: scoprire che dentro ogni condannato può ancora bruciare una scintilla di umanità, e che la vera giustizia non è quella che impicca, ma quella che, anche dopo la condanna, continua a interrogarsi sulla possibilità del perdono.
Perché, come cantava Fabrizio De André, “il carnefice è vittima del suo carnefice, e la vittima ha in sé la crudeltà del suo male”.
Nel volto dell’impiccato di Villon — come in quello di chi oggi muore o uccide — non si riflette solo la colpa, ma il destino condiviso di un’umanità che, persino nella condanna, continua a cercare una via di redenzione.
Di Francesco Iacovelli