di Francesco Iacovelli
Ho letto poco fa di un fatto avvenuto a Colleferro.
Un nonno colpito ripetutamente dal nipote con un bastone, aggredito in casa propria, lasciato a terra in condizioni gravi.
Poche righe di cronaca, una definizione rapida -“lite familiare degenerata”- e la notizia scorre oltre.
Io, però, non riesco a farla scorrere.
Perché quando la violenza attraversa i legami più prossimi, non chiede solo una spiegazione giuridica. Chiede una pausa.
Chiede di essere guardata senza fretta.
E così resto lì, davanti a quelle immagini che si somigliano tutte.
Scorrono nei telegiornali: coltelli, pugni, corpi a terra, volti sfocati.
Crimini comuni e crimini strutturati, episodi isolati che, messi uno accanto all’altro, smettono di sembrare isolati.
La violenza entra nelle case in forma di notizia, ma non se ne va con il cambio di canale, rimane addosso.
Non tanto per ciò che accade, quanto per il modo in cui accade: la rapidità, la sproporzione, la sensazione che il limite sia stato superato prima ancora di essere pensato.
È in questi momenti che, quasi senza volerlo, mi tornano in mente parole lette tempo fa.
Non come citazioni da manuale, ma come tracce che riaffiorano quando servono.
Norbert Elias diceva che la civiltà non elimina la violenza, la contiene, la addestra, la rimanda.
E quando quel contenimento si indebolisce, ciò che emerge non è il caos, ma qualcosa che ci appartiene molto più di quanto vorremmo.
Da qui nasce, per me, la necessità di fermarmi sulla logica del crimine.
Non per assolvere, né per spiegare tutto, ma per capire come un’emozione diventa gesto.
Nel dibattito pubblico oscilliamo tra due comode scorciatoie: il crimine come calcolo razionale o come impulso improvviso.
Ma chi osserva certi fatti con attenzione clinica sa che la realtà è più scomoda.
Ci sono atti che sembrano coerenti e, allo stesso tempo, emotivamente saturi. Non esplosioni casuali, ma esiti compressi.
Elias aiuta a leggere questo punto di frattura.
Il processo di civilizzazione non cancella l’aggressività; insegna a ritardarla, a trasformarla, a renderla socialmente compatibile.
Quando questo processo fallisce, la violenza non irrompe all’improvviso, riappare.
È allora che il crimine smette di essere l’eccezione.
Diventa il segnale che qualcosa, prima ancora della norma, ha smesso di reggere.
Le emozioni, in tutto questo, non sono un dettaglio. Sono la struttura invisibile dell’atto.
Quando rabbia, umiliazione, frustrazione o senso di esclusione superano la soglia di regolazione, la logica dell’agire cambia.
Non si agisce più per valutazione, ma per necessità emotiva.
In quel momento il crimine diventa una risposta.
Non giustificabile. Ma, se lo si guarda senza paura, comprensibile nel suo funzionamento interno.
Le emozioni negative comprimono il tempo. Tutto deve accadere subito. Il futuro perde peso, le conseguenze non vengono negate: semplicemente non riescono più a fermare l’atto.
È per questo che tante condotte violente appaiono assurde solo a chi le osserva dall’esterno.
Le emozioni positive, al contrario, dilatano il tempo, introducono alternative, offrono pause.
Non eliminano il conflitto, ma lo rendono abitabile.
Le immagini che vediamo raccontano quasi sempre il dopo., raramente il prima.
Non mostrano l’accumulo silenzioso, la perdita graduale di autocontrollo, l’erosione delle difese psichiche.
Nel diritto, tutto questo viene necessariamente tradotto in categorie – dolo, colpa, premeditazione – ed è giusto che sia così.
Ma se perdiamo di vista il processo emotivo che precede l’atto, perdiamo una parte essenziale del problema.
Perché chi perde la capacità di regolarsi emotivamente non infrange solo una norma.
Rompe il patto invisibile che tiene insieme la convivenza: la capacità di trattenersi.
Forse è questo che rende certi fatti così disturbanti.
Non mostrano solo un reato, ma il punto esatto in cui il processo di civilizzazione si incrina.
Elias ci ricorda che la civiltà non è mai un traguardo definitivo. È un equilibrio fragile, che richiede cura, educazione emotiva, responsabilità collettiva. Ogni atto violento segnala una crepa.
Io credo che finché continueremo a guardare al crimine solo come fatto giuridico o come devianza individuale, resteremo in superficie. Puniremo l’atto, ma lasceremo intatto ciò che lo ha reso possibile.
Perché la violenza che vediamo nei telegiornali non nasce davanti alle telecamere.
Nasce molto prima, nel punto in cui l’emozione smette di essere governata e la civiltà, anche solo per un istante, smette di contenere.