In questo nuovo anno, quando nessuno ci osserverà, chi sceglieremo di essere?

Di Francesco Iacovelli

Spesso, quando l’anno sta per chiudersi, mi accorgo che il vero silenzio non coincide con la mezzanotte. Arriva prima, quando il rumore dei bilanci si attenua e resta una domanda che non ama essere pronunciata ad alta voce. Non riguarda ciò che faremo, né ciò che lasceremo indietro, ma chi sceglieremo di essere quando nessuno ci guarda.

È in questi momenti che le storie antiche tornano a farsi sentire. Non come ricordi lontani, ma come presenze discrete, capaci di attraversare il tempo e di sorprenderci proprio nel punto in cui abbassiamo le difese. Tra tutte, ce n’è una che continua a inquietarmi più delle altre. Platone la colloca ne La Repubblica quasi senza enfasi, come se stesse affidando al lettore una responsabilità più che un racconto.

È il mito dell’anello di Gige.

Un pastore qualsiasi, un uomo senza nome, senza potere, senza un destino apparente. Poi un anello. E con esso una possibilità assoluta: diventare invisibile. Platone non introduce questa storia per stupire o intrattenere, ma per porre una domanda radicale, di quelle che non cercano una risposta elegante ma onesta. Se nessuno potesse vederci, se nessuno potesse giudicarci, se l’azione non lasciasse traccia immediata, cosa accadrebbe dentro di noi?

Non tanto cosa faremmo, ma chi saremmo.

È una domanda che spiazza perché scavalca le buone intenzioni e arriva dove non siamo abituati a guardarci, lì dove abitano desideri non confessati, rancori silenziosi, tentazioni che chiamiamo “pensieri” solo per renderle meno pericolose. Platone, attraverso Gige, ci costringe a confrontarci con una verità scomoda: quanto della nostra moralità nasce davvero da noi, e quanto esiste solo perché qualcuno ci osserva?

Letto con uno sguardo criminologico, l’anello di Gige smette immediatamente di essere filosofia astratta e diventa una condizione concreta, quotidiana. Diventa ogni spazio di anonimato che attraversiamo senza accorgercene: la rete, le stanze chiuse, le relazioni opache, le zone grigie in cui “tanto nessuno lo saprà”. Opportunità, anonimato, apparente impunità: il terreno ideale perché emerga non il mostro, ma l’essere umano privato dei freni esterni.

La psicologia del crimine lo mostra da tempo: quando lo sguardo sociale si ritira, la domanda cambia natura. Non è più “posso farlo?”, ma “chi sono, adesso che potrei farlo?”. È in questo passaggio che la storia di Gige smette di parlare di un pastore antico e comincia a parlare di noi, di come attraversiamo il mondo quando crediamo di essere invisibili e di come trattiamo gli altri quando nessuno può chiederci conto.

L’anello di Gige non crea il male. Lo rende possibile senza testimoni. E allora emerge una consapevolezza inquietante: la civiltà non è ciò che mostriamo, ma ciò che scegliamo quando potremmo non esserlo. Gige avrebbe potuto usare l’anello per dominare, e lo fa, ma avrebbe potuto anche non farlo. Avrebbe potuto scegliere di restare fedele a sé stesso anche nell’ombra.

È questa possibilità che Platone lascia sospesa, ed è la stessa che abbiamo noi oggi, alla soglia di un nuovo anno. Perché l’invisibilità non elimina la scelta morale, la rende definitiva.

E forse è per questo che quella domanda iniziale torna, alla fine, con la stessa forza con cui si era affacciata all’inizio. Quando il silenzio si fa più netto, quando le aspettative si abbassano, quando nessuno ci chiede di dimostrare nulla, resta solo un confronto essenziale, senza alibi. Non con gli altri, ma con noi stessi. Prima ancora di augurarci un anno migliore, forse dovremmo concederci questa domanda — scomoda, radicale, necessaria:

In questo nuovo anno, quando nessuno ci osserverà, chi sceglieremo di essere?