

ILVA e il caso Tamburi: la Cassazione conferma il danno ambientale e impone il risarcimento
Sentenza n. 6351 del 10 marzo 2025 – Corte Suprema di Cassazione – Sezione Terza Civile
Il contesto
La Corte Suprema di Cassazione, Sezione Terza Civile, ha emesso il 16 gennaio 2025 una sentenza riguardante il ricorso di C.L., ex direttore e gestore dello stabilimento ILVA di Taranto (2009–2012), contro la decisione della Corte d’Appello di Lecce (n. 248/2023). La questione solleva anche spunti di riflessione sulla criminologia ambientale, considerando il ruolo della responsabilità individuale nella gestione del rischio industriale e le sue implicazioni per la tutela dei diritti collettivi. La controversia riguarda il risarcimento richiesto dai proprietari immobiliari del quartiere Tamburi, danneggiati dalle emissioni eccessive di polveri minerali e carbone provenienti dallo stabilimento siderurgico.
La Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento per il danno subito dai proprietari, ma ha accolto parzialmente il ricorso in relazione alla determinazione degli interessi legali sul risarcimento, rinviando la questione a una diversa composizione della Corte d’Appello di Lecce. Questo aspetto evidenzia la distinzione tra responsabilità civile e possibili profili di responsabilità penale, in quanto la prima attiene alla riparazione del danno subito dai proprietari, mentre la seconda potrebbe emergere in presenza di condotte penalmente rilevanti legate alla gestione delle emissioni e al loro impatto sulla salute pubblica e sull’ambiente.
Fatti e accertamenti Il quartiere Tamburi è stato fortemente colpito dalle emissioni dello stabilimento ILVA, che superavano i limiti consentiti oltre 35 volte all’anno. Questo dato non è solo rilevante in sede civile, ma può essere analizzato anche sotto il profilo criminologico, poiché evidenzia una gestione del rischio industriale che ha avuto un impatto significativo sulla qualità della vita della comunità locale. Queste emissioni hanno reso difficile l’uso di balconi e terrazzi, limitato l’apertura di porte e finestre e ridotto la luminosità naturale all’interno delle abitazioni. La Corte d’Appello ha riconosciuto che tali condizioni hanno compromesso il diritto di proprietà, inteso anche come pieno godimento del bene.
Questa decisione si inserisce in un orientamento giurisprudenziale sempre più attento agli aspetti ambientali nella tutela della proprietà privata.
Motivi di impugnazione C.L. ha presentato cinque motivi di ricorso:
- Nullità del procedimento e interruzione del giudizio, sostenendo che vi fossero vizi procedurali invalidanti.
- Competenza del giudice monocratico, contestando la legittimità della decisione di primo grado.
- Errata quantificazione del danno, affermando che i proprietari non avessero esplicitato chiaramente la compromissione del godimento degli immobili.
- Esclusione della responsabilità personale, sostenendo che le emissioni fossero riconducibili a scelte gestionali più ampie.
- Errata determinazione degli interessi legali sul risarcimento, ritenendo che la Corte d’Appello avesse erroneamente formato il giudicato su questo punto.
Decisione della Corte di Cassazione La Cassazione ha respinto i primi quattro motivi, confermando la correttezza della decisione della Corte d’Appello. Ha stabilito che:
- Il procedimento si è svolto regolarmente.
- La competenza del giudice monocratico era corretta.
- Il danno è stato individuato e quantificato correttamente.
- C.L. aveva responsabilità diretta nella gestione delle emissioni inquinanti.
Tuttavia, ha accolto il quinto motivo, ritenendo che la Corte d’Appello avesse erroneamente considerato formato il giudicato sugli interessi legali. Di conseguenza, ha cassato la sentenza su questo aspetto e rinviato la causa alla Corte d’Appello di Lecce per una nuova valutazione.
Questa sentenza ribadisce l’importanza della tutela del diritto di proprietà in relazione all’inquinamento ambientale, stabilendo che attività industriali fuori norma possono generare un danno risarcibile. La Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento, ma ha chiesto una nuova valutazione sulla liquidazione degli interessi legali.
Il caso si inserisce in una giurisprudenza che bilancia esigenze produttive e tutela dei diritti fondamentali, evidenziando come le scelte aziendali possano avere conseguenze rilevanti non solo sotto il profilo civilistico, ma anche in relazione al concetto di ‘corporate crime’. La decisione della Cassazione rafforza la necessità di una gestione responsabile dei rischi ambientali, con possibili implicazioni per la futura responsabilità degli amministratori di impianti industriali in situazioni analoghe.
Fonte: https://juranews.it/docs/juranet/3152637
