
Cinzia Pinna aveva 33 anni, una giovane donna con una vita normale fatta di affetti, lavoro, legami, speranze. La sua esistenza si è interrotta l’11 settembre, quando le sue tracce si sono perse a Palau. Da allora solo attese, appelli disperati sui social, indagini serrate. Poi la confessione di Emanuele Ragnedda, imprenditore vitivinicolo: ha ammesso di averla uccisa e di aver nascosto il suo corpo. Ecco allora che un nome diventa un simbolo, una storia privata si trasforma nell’ennesimo tassello di un mosaico oscuro che da anni continua a comporsi sotto i nostri occhi: quello del femminicidio.
Ogni volta che una donna viene uccisa, il dolore non è solo familiare. È un dolore sociale, collettivo, che interroga la coscienza di tutti. Non basta liquidare l’accaduto come gesto di follia improvvisa o dramma individuale: la verità è che il femminicidio si nutre di radici profonde, che affondano nella cultura, nei modelli educativi, nei silenzi che da sempre circondano la violenza di genere. Non è un evento eccezionale, ma il sintomo di un problema strutturale che si ripete con inquietante regolarità.
La vicenda di Cinzia ci mostra come la violenza possa nascondersi dietro la maschera della rispettabilità. L’uomo che ha confessato il delitto non era un “emarginato”, ma un imprenditore noto, inserito, apprezzato. Questo ci ricorda che la violenza non ha un volto unico e non appartiene a una categoria sociale specifica: può annidarsi ovunque, anche dietro apparente vite normali e insospettabili. È qui che la riflessione si fa più amara: continuiamo a immaginare il “mostro” come figura marginale, estranea, ma i dati e i fatti dimostrano che spesso la violenza nasce in casa, nelle relazioni intime, accanto a chi avrebbe dovuto rispettare e proteggere.
I social hanno amplificato questa storia, come accade sempre più spesso. Da un lato strumento utile per sensibilizzare, diffondere appelli, chiedere aiuto. Dall’altro, una piazza che sa essere crudele: commenti, ipotesi, insinuazioni, spettacolarizzazione del dolore. È inevitabile domandarsi quanto questo uso distorto influisca sul rispetto della dignità delle vittime e dei loro familiari. L’informazione corre veloce, ma a volte travolge tutto, trasformando una tragedia in un racconto consumato tra un post e un like. Eppure, se usati con responsabilità, i social potrebbero diventare un alleato prezioso per creare cultura del rispetto e prevenzione.
Il femminicidio è il punto finale di un percorso che parte spesso da piccoli segnali: controllo, isolamento, denigrazione, minacce, manipolazione. Segnali che non sempre vengono riconosciuti dalle vittime, né presi sul serio da chi sta intorno. È qui che emerge l’urgenza di un lavoro profondo di prevenzione. Non possiamo più limitarci a intervenire “dopo”. Serve insegnare fin dall’infanzia cosa significhi rispetto, parità, libertà. Serve educare i ragazzi e le ragazze alle relazioni sane, a riconoscere il confine tra affetto e possesso, tra amore e dominio. Serve dare strumenti alle famiglie, agli insegnanti, agli operatori, perché sappiano cogliere quei campanelli d’allarme che spesso anticipano il dramma.
C’è anche una responsabilità delle istituzioni, che devono garantire risposte tempestive e concrete. Ogni volta che una donna denuncia violenza, la società intera viene messa alla prova. La protezione non può restare solo sulla carta: servono centri antiviolenza capillari, risorse economiche adeguate, formazione continua per le forze dell’ordine, percorsi di recupero per chi agisce violenza. Serve la certezza che la denuncia sia ascoltata, creduta, seguita da azioni immediate. Altrimenti la fiducia si spegne e la solitudine diventa trappola.
Il femminicidio di Cinzia ci mostra quanto sia fragile la linea che separa la vita dalla morte quando a decidere è la mano violenta di un uomo. Ma ci mostra anche la fragilità della nostra coscienza collettiva: piangiamo, ci indigniamo, gridiamo “mai più”, ma dopo pochi giorni il clamore scivola via, sostituito da nuove notizie. E così, mentre l’elenco delle vittime cresce, il cambiamento culturale resta lento, troppo lento.
Ricordare Cinzia significa allora assumersi una responsabilità: non dimenticare, non relegare la sua storia a un caso isolato, ma usarla come spinta per un impegno reale. Ogni femminicidio è uno specchio che ci restituisce l’immagine di una società che non ha saputo proteggere. E guardarsi allo specchio, per quanto doloroso, è l’unico modo per iniziare a cambiare.