Il movente di un delitto? È sempre quello: l’amore (o il possesso ossessivo), la passione, il denaro. E non solo nei gialli, ma anche nella realtà ancora oggi si uccide per l’eredità: per un testamento fatto e disfatto, per la rabbia provocata da quello che il notaio legge nero su bianco. L’ultimo episodio è successo in questi giorni a Bari dove un ragazzo di 34 anni è stato arrestato e subito ha confessato di avere ammazzato suo cognato, sparandogli dopo un diverbio, l’ennesimo, per l’eredità di famiglia. Qualche settimana prima era morto il padre della vittima ed aveva lasciato alcuni appartamenti, un garage-rimessa ed un lido balneare nel quartiere barese di Palese. Ne erano seguiti giorni di continui contese e baruffe tra i cognati, terminati alle 9.30 del mattino, per strada, con sette colpi di pistola sparati in rapida successione. Non è l’unico caso: a Vicenza, a luglio, un 25enne, è stato condannato a 30 anni per aver ucciso a colpi di pistola entrambi i genitori per ereditarne il patrimonio (1,8 milioni di euro tra liquidità bancaria, conti e polizze nonché due appartamenti). Nei giorni precedenti l’omicidio aveva persino provato la pistola in un bosco. Ad aprile un 84enne nel Brindisino ha sparato una fucilata alla testa di suo fratello e di sua cognata (69 anni il primo, 64 la seconda), per 100mila euro di eredità frutto di un testamento di un altro fratello deceduto. In epoca meno recente un 90enne di Cagliari è stato condannato a di 29 anni di reclusione dopo aver ammazzato i suoi nipoti durante una lite per l’eredità, ed un uomo di Licata, in provincia di Agrigento, per analoghi motivi ha ucciso suo fratello, sua cognata, i loro figli di undici e quindici anni per poi togliersi la vita