Il mistero di Liliana Resinovich: nuove lacune, sospetti e un silenzio assordante

Palermo, 19/12/2024

di Roberto Puleo

Il caso di Liliana Resinovich rappresenta una delle vicende più enigmatiche e dolorose degli ultimi anni, un dramma che continua a suscitare emozioni intense e interrogativi senza risposta. A tre anni dalla sua scomparsa, la verità sembra ancora lontana, mentre le indagini, caratterizzate da lacune e incoerenze, non hanno fatto altro che alimentare la frustrazione di chi cerca giustizia. Fin dall’inizio, le circostanze della sua morte sono apparse avvolte da ambiguità, e le lesioni riscontrate sul suo corpo, inequivocabili per chiunque abbia visionato le immagini, sono state inspiegabilmente sottovalutate nella prima autopsia e nei commenti di alcuni opinionisti televisivi. Tra questi, spicca il ruolo controverso del marito di Liliana, Sebastiano Visintin, un individuo che ho avuto modo di analizzare ripetutamente sotto il profilo della comunicazione non verbale.

In questi giorni Sebastiano Visintin è stato ospite della trasmissione “Mattino 5”, dove è andata in scena quella che mi sento di definire una rappresentazione del dolore. Una messinscena priva di lacrime. Mi chiedo, sarcasticamente, se le sue ghiandole lacrimali siano da tempo esaurite, dato che da tre anni non è scesa una sola lacrima dai suoi occhi. Davanti alle telecamere, microfoni accesi, ha portato un mazzo di fiori, simbolo della sua presunta sofferenza, mentre si rivolgeva alla memoria di Liliana.

In questo contesto, Visintin ha pronunciato una frase significativa:

“E io solo una domanda mi son fatto: perché è morta Liliana? Solo questo mi interessa, il resto, non mi interessa niente.”

Incalzato dalla conduttrice su cosa lui possa pensare realmente di quanto accaduto — dato che le sue dichiarazioni sono oscillate tra ipotesi di suicidio e omicidio — la sua risposta è stata lapidaria:

“L’unica domanda che io mi pongo è: perché Liliana è morta? Perché e non chi?”

Questa distinzione è cruciale. Come può un marito, dichiaratamente dilaniato dal dolore, non chiedersi chi sia il responsabile della morte della propria moglie? Questo atteggiamento sembra suggerire una conoscenza latente, o una mancata volontà di indagare su un aspetto che per chiunque altro sarebbe centrale.

Il linguaggio non verbale di Visintin durante la trasmissione è stato altrettanto eloquente. Il suo corpo ha tradito una rigidità innaturale, con posture che denotavano un controllo eccessivo, forse per evitare segnali che avrebbero potuto essere interpretati come compromettenti. La mancanza di microespressioni autentiche di dolore — lacrime, tensioni facciali — e un’intonazione monotona hanno contribuito a rendere poco credibile la sua narrazione emotiva.

Nel campo della criminologia, sappiamo che il comportamento non verbale è spesso più rivelatore delle parole stesse. Visintin non è il primo caso di persona vicina a una vittima che sembra focalizzarsi su domande insolite rispetto al contesto. La scelta del “perché” al posto del “chi” è un elemento che può riflettere una consapevolezza inconscia o, al contrario, un tentativo di distogliere l’attenzione da un punto dolente.

Questo caso, al di là delle lacune investigative, evidenzia quanto sia importante osservare non solo le dichiarazioni esplicite, ma anche tutto ciò che è implicito nel comportamento dei soggetti coinvolti. Sebastiano Visintin, con il suo comportamento e le sue parole, continua a sollevare domande che, forse, solo una svolta investigativa seria potrà chiarire.

Roberto Puleo, Criminologo Qualificato AICIS