MURALES DI ANNARELLA NEL QUARTIERE DI PRIMAVALLE A ROMA
di Roberto Puleo
Roma, 1950. Una città segnata dalla guerra e dalla povertà si sveglia con una notizia agghiacciante: Annamaria Bracci, (Annarella) una bambina di soli dodici anni, è stata trovata morta. Il suo corpo, abbandonato in un luogo isolato, mostra segni di violenza e strangolamento. Il caso sconvolge l’opinione pubblica, ma nonostante le indagini serrate, l’assassino rimane nell’ombra.
Annarella viveva in un quartiere umile della capitale, circondata da una realtà difficile, dove la sopravvivenza quotidiana era una sfida. Come ogni bambina della sua età, trascorreva le giornate tra la scuola e i giochi per strada, inconsapevole del pericolo che si nascondeva nelle vie che conosceva così bene. Il giorno della sua scomparsa, nessuno nota nulla di strano: svanisce senza lasciare tracce, fino al macabro ritrovamento del suo corpo.
L’analisi criminologica del delitto suggerisce un crimine a sfondo sessuale o un omicidio d’impulso con successivo occultamento. L’assassino ha agito con una modalità ben precisa: strangolamento, un metodo che spesso indica un desiderio di dominio sulla vittima. Il trasporto del corpo in un luogo diverso dalla scena del delitto suggerisce un tentativo di depistaggio, segno che il colpevole potrebbe aver avuto una certa familiarità con le tecniche investigative. Ma chi poteva essere? Un molestatore seriale? Un uomo del quartiere con un oscuro segreto?
A distanza di anni, emerge un dettaglio trascurato: nel fascicolo originale, un testimone anonimo affermava di aver visto Annarella parlare con un uomo vicino a un negozio di alimentari poco prima della scomparsa. L’identikit realizzato all’epoca è stato considerato troppo vago e non ha portato a nulla, ma oggi, grazie ai progressi nelle tecniche di ricostruzione facciale, potrebbe essere rivisitato. E se quell’uomo fosse ancora vivo? Se fosse coinvolto in altri crimini simili, magari mai collegati al caso?Il criminal profiling moderno permette di delineare alcune ipotesisul responsabile. Probabilmente si trattava di un uomo adulto, residente in zona, con un passato di violenza o di tendenze devianti. Se conosceva Annarella, poteva averla attirata con l’inganno, approfittandodella sua fiducia. Il rischio elevato di un crimine simile in un ambiente ristretto fa pensare a una persona che si sentiva sicura del proprio anonimato.
Un altro elemento inquietante riemerge dagli archivi: pochi mesi dopo l’omicidio di Annarella, un’altra bambina era scomparsa nello stesso quartiere, anche se il caso non fu mai formalmente collegato. Il suo corpo non venne mai ritrovato, ma alcune testimonianze dell’epoca parlano di un uomo con un cappotto scuro visto allontanarsi con una bambina. E se l’assassino avesse agito più volte? Un serial killer mai identificato?
Oggi, con le moderne tecniche di investigazione, il caso potrebbe essere riaperto. Una revisione dei fascicoli con strumenti avanzati potrebbe portare alla luce dettagli sfuggiti agli inquirenti dell’epoca. Se esistono ancora reperti biologici, il DNA potrebbe finalmente dare un volto all’assassino. Inoltre, analizzare la geografia del crimine e confrontare questo omicidio con altri casi simili potrebbe far emergere un collegamento inaspettato.
E se qualcuno sapesse la verità ma non l’avesse mai rivelata? Intervistare i discendenti di coloro che furono coinvolti nelle indagini potrebbe svelare segreti rimasti nascosti per paura o vergogna. Un vecchio diario, una lettera mai recapitata, una confessione sul letto di morte potrebbero finalmente rompere il silenzio. Forse, tra i vicoli di Roma, la voce di Annarella attende ancora giustizia.
Roberto Puleo, Criminologo Qualificato AICIS