di Alessandro Grimaldi
Criminologo qualificato ex L. 4/2013 A.I.C.I.S.
Le scienze umane concordano nel considerare l’adolescenza una fase critica dell’età evolutiva, poiché caratterizzata dalla ricerca dell’identità, dalla differenziazione dai genitori e dalla crescente influenza del gruppo dei pari.
Per l’adolescente adottato questo processo si intreccia con la necessità di integrare la propria storia di origine e il vissuto di abbandono/perdita nella propria narrazione identitaria, il che può aumentare la vulnerabilità.
In criminologia clinica l’analisi dei fattori di rischio individuali e ambientali dei contesti vitali è un percorso obbligato nella ricerca sulle devianze. Non si può negare che, nel caso di adozioni tardive, non si possono verificare situazioni in cui il minore porta con sé un bagaglio di esperienze avverse che potrebbero fare emergere elementi criminogeni.
Esperienze di abbandono, incuria, violenza o maltrattamento subite nei primi anni di vita, nel contesto della famiglia biologica, possono lasciare segni profondi sullo sviluppo neuropsicologico e sulla capacità di regolazione emotiva. Spesso questi minori sviluppano modelli di attaccamento insicuro o disorganizzato anche a causa della discontinuità delle figure di riferimento.
Un attaccamento compromesso, infatti, è un noto predittore di difficoltà relazionali e problemi comportamentali, inclusa l’aggressività e la devianza. È altrettanto vero, però, che i fattori di rischio possono essere associati anche ai nuovi contesti, non tanto per il presunto degrado sociale degli ambienti d’accoglienza, ma perché, in diversi casi,
complice anche la complessità burocratica, i ragazzi arrivano nelle nuove famiglie alle soglie dell’adolescenza, quando la crisi d’identità propria della fase di transizione è la strada più scontata verso la maturità.
Durante l’adolescenza, l’incontro con ciò che emerge del proprio sé, a volte, si trasforma in scontro. Il conflitto, spesso, coinvolge anche la coppia adottiva che, come il minore, deve affrontare le questioni relative alle origini e non sempre è disposta, in questo processo, a coinvolgere il figlio adottato.
L’adozione introduce una frattura tra la storia del minore (spesso ignota o dolorosa), la storia della coppia adottiva e la nuova narrazione che, per forza di cose, in maniera spontanea, si sta scrivendo dalla costituzione del nuovo sistema familiare. La difficoltà ad integrare queste tre dimensioni può attivare relazioni disfunzionali in contesti fino a quel momento apparentemente sani. Accade, così, che il non risolto del passato emerge e trova la sua causa nella novità, il minore che, in poco tempo, si trasforma nell’imputato designato, al quale viene contestata l’aggressività della richiesta d’aiuto. La famiglia adottiva, pur restando una risorsa fondamentale, può involontariamente trasformarsi in un fattore di rischio se le dinamiche non sono resilienti. I genitori adottivi, a volte, possono nutrire
aspettative irrealistiche sul figlio o sulla genitorialità.
La fatica nel riconoscere e accogliere il “figlio reale”, con la sua storia e non il “figlio immaginato”, rischia di innescare nel ragazzo un senso di non appartenenza, che può convertirsi in comportamenti aggressivi, oppositivi e provocatori, fino a delineare veri disturbi. È possibile, infatti, una correlazione, benché non diffusa, tra famiglie adottive e violenza nei loro confronti da parte dei figli adottati. L’Università di Brighton, ad esempio, è uno dei centri di ricerca dove si è sviluppato lo studio sulla Child-to-Parent Violence, la teoria della violenza del figlio sul genitore. Questa può essere letta come la reazione del minore difronte alla difficoltà ad elaborare un legame di attaccamento sicuro, soprattutto quando la coppia adottiva, più o meno consapevolmente, non solo fa fatica ad accettare la provenienza del ragazzo, ma non ha ancora elaborato il proprio passato, trovando difficoltà a ricollocarsi nella specifica storia personale.
In sintesi, il concetto che si vuole semplicemente lanciare con questa breve riflessione, stimolando eventuali approfondimenti in altre sedi, riguarda la condizione dell’adolescente adottato che, in famiglia, a scuola o nel gruppo dei pari manifesta atteggiamenti devianti. Il fatto in sé di essere adottato non è un fattore criminogeno, ma la storia pregressa e le sfide evolutive, impiantate in un contesto familiare di accoglienza altrettanto vulnerabile, possono amplificare la fragilità del minore, favorendo l’aggressività, la devianza, la tendenza al crimine.
A tal proposito, la criminologia clinica ha il compito di valutare i fattori di rischio specifici (storici, psicologici, relazionali) di ogni singolo caso; identificare i fattori di protezione presenti (supporto familiare, rete sociale, resilienza individuale); proporre interventi mirati non solo al controllo del comportamento deviante, ma soprattutto alla ricostruzione identitaria e al rafforzamento del legame adottivo, lavorando in rete con i servizi sociali e gli psicoterapeuti sistemico-relazionali.