Il Caso Mary Bell: Quando l’Infanzia si Macchia di Sangue.

Di Mariantonietta DEIANA

Criminologa Certificata AICIS

La criminologia ha spesso dovuto affrontare casi che sfidano le convenzioni e mettono in discussione la nostra comprensione della violenza umana. Uno dei più sconvolgenti è quello di Mary Bell, una bambina di appena 11 anni che, nel 1968, uccise due bambini a Newcastle, nel Regno Unito.  Questo caso ha scosso l’opinione pubblica per la giovane età dell’autrice del crimine e per la sua apparente mancanza di rimorso.  La storia di Mary Bell inizia molto prima degli omicidi, in un ambiente familiare segnato da violenze e trascuratezza. Nata il 26 maggio 1957, Mary crebbe in un contesto di estrema povertà e degrado. Sua madre, Betty Bell, era una prostituta che si dice abbia cercato più volte di uccidere la figlia, somministrandole farmaci in dosi letali o tentando di soffocarla. Inoltre, secondo numerose testimonianze, Betty avrebbe costretto Mary a prostituirsi fin dalla prima infanzia, permettendo ai suoi clienti di abusare di lei.  Queste esperienze traumatiche potrebbero aver avuto un impatto devastante sullo sviluppo emotivo e psicologico di Mary. Numerosi studi in ambito criminologico dimostrano che i bambini vittime di abusi gravi possono sviluppare un’incapacità di provare empatia e una tendenza alla violenza come meccanismo di difesa o di controllo sugli altri. A scuola, Mary mostrava segni evidenti di disturbo: era aggressiva con i compagni, crudele con gli animali e spesso inventava storie disturbanti su omicidi e morte. I suoi insegnanti e vicini notarono questi comportamenti, ma all’epoca non esistevano sistemi adeguati per intervenire nei casi di potenziale disturbo della personalità in età infantile.      Il 25 maggio 1968, un giorno prima del suo undicesimo compleanno, Mary Bell commise il suo primo omicidio. La vittima fu Martin Brown, un bambino di 4 anni. Il piccolo fu attirato in una casa abbandonata, dove Mary lo strangolò con le proprie mani.
Il corpo di Martin fu trovato il giorno successivo, e inizialmente la sua morte fu attribuita a un incidente, poiché non vi erano segni evidenti di violenza. Tuttavia, la polizia rimase perplessa: l’assenza di una causa chiara di morte lasciava aperti interrogativi.  Mary, invece di nascondere il suo crimine, iniziò a vantarsene. Tornò sul luogo del delitto e scrisse messaggi inquietanti sui muri della scuola di Martin. Uno di essi recitava: “Abbiamo ucciso Martin Brown. Vi piace?”
Questi comportamenti riflettono un bisogno di attenzione tipico di molti giovani delinquenti, un tratto spesso osservato in bambini affetti da disturbo della condotta. La mancanza di rimorso e il desiderio di lasciare un segno sono indicatori preoccupanti di una personalità antisociale emergente.
Dopo il primo omicidio, Mary non mostrò segni di paura o pentimento, anzi, il suo comportamento si fece ancora più audace. Il 31 luglio 1968, due mesi dopo il primo delitto, Mary colpì di nuovo. Questa volta, la vittima fu Brian Howe, un bambino di appena 3 anni.  Mary portò Brian in un’area isolata e lo strangolò. Ma non si fermò qui. Dopo aver ucciso il bambino, prese delle forbici e incise una lettera “M” sul suo ventre. Inoltre, tagliò i capelli e le gambe della piccola vittima, segno di una progressiva escalation della violenza.  L’uso delle forbici suggerisce una crescente disinibizione e un piacere sadico nel controllo della vittima. Questi comportamenti sono stati osservati in numerosi serial killer adulti, ma sono rarissimi nei bambini, il che rende il caso di Mary Bell ancora più unico e inquietante.  Dopo la scoperta del corpo di Brian Howe, la polizia intensificò le indagini. Gli agenti notarono che, mentre l’intero quartiere era sconvolto, Mary sembrava indifferente, persino divertita dalla situazione.  Quando venne interrogata, Mary cercò di depistare gli investigatori. In un primo momento, incolpò un gruppo di ragazzi più grandi. Tuttavia, la polizia notò che la bambina conosceva dettagli del crimine che non erano stati resi pubblici, come la presenza delle forbici sulla scena del delitto.  L’arresto di Mary  avvenne poco dopo e mostrò un atteggiamento disturbante: rispose con freddezza, si mostrò quasi divertita e diede versioni contraddittorie dei fatti.
Il processo contro Mary Bell si tenne nel dicembre del 1968. Il verdetto fu sconvolgente: Mary fu dichiarata colpevole di omicidio colposo con “responsabilità diminuita” e condannata a una detenzione a tempo indeterminato. Mary Bell trascorse 12 anni in riformatori e istituzioni correzionali. Durante la detenzione, venne sottoposta a programmi di riabilitazione psicologica. Nel 1980, a 23 anni, fu rilasciata in libertà vigilata con una nuova identità.  Nel 1984 ebbe una figlia, che per anni ignorò il passato della madre. Tuttavia, nel 1998, quando i media rivelarono la sua vera identità, Mary e sua figlia furono costrette a cambiare nuovamente nome e a vivere sotto protezione.  Il caso di Mary Bell è un esempio emblematico di come l’ambiente familiare e le esperienze infantili possano modellare comportamenti devianti. Numerosi studi hanno dimostrato che l’abuso infantile è uno dei più forti predittori di comportamenti antisociali e criminali. Tuttavia, la storia di Mary Bell pone un interrogativo fondamentale: fino a che punto un bambino è responsabile dei propri crimini? La sua condanna ha rappresentato un precedente importante, ma ha anche sollevato questioni etiche sulla giustizia minorile.  La storia di Mary Bell continua a essere studiata dai criminologi come un caso raro e complesso di delinquenza infantile. Se da un lato la sua vicenda rappresenta un fallimento della società nel proteggere i minori, dall’altro ci spinge a riflettere sulla possibilità di redenzione e sulla necessità di comprendere, piuttosto che semplicemente punire, i bambini che commettono atti di estrema violenza. Mary Bell è stata una vittima diventata carnefice. Ma può una carnefice così giovane essere davvero condannata senza comprendere il contesto che l’ha resa tale? No, non si può condannare un carnefice così giovane senza considerare il contesto che l’ha resa tale. Mary Bell era il prodotto di un ambiente violento e abusante, e la sua responsabilità non può essere separata da questi fattori. La giustizia deve bilanciare protezione della società e riabilitazione del minore, perché punire senza comprendere significa ignorare le cause profonde del crimine.