di Roberto Puleo
Il caso di Liliana Resinovich ha tenuto l’opinione pubblica con il fiato sospeso sin dalle prime notizie. Seguendolo dai programmi televisivi, la vicenda sembrava un suicidio, ma si è progressivamente trasformata in un possibile omicidio, con complicanze tecniche che non sono state immediatamente chiarite.
L’analisi criminologica del caso di Liliana Resinovich evidenzia vari elementi critici che possono contribuire alla comprensione del complesso intreccio di eventi e sospetti. Il ritrovamento del corpo, le circostanze della scomparsa e il comportamento degli attori principali nella vicenda forniscono spunti di riflessione che mettono in discussione la tesi del suicidio.
Il ritrovamento del corpo avvenne il 5 gennaio 2022, in un boschetto vicino all’ex ospedale psichiatrico di Trieste, a meno di un chilometro dalla casa di Liliana. Il fatto che Liliana fosse avvolta in sacchi della spazzatura, con la testa coperta da buste di plastica intatte e un largo cordoncino attorno al collo, introduce elementi che rendono poco plausibile l’ipotesi del suicidio. La cura con cui il corpo è stato “confezionato” e l’integrità dei sacchi sembrano suggerire la mano di un’altra persona piuttosto che un atto autodistruttivo. Nulla di nuovo nella scena del crimine emergeva degna di rilievo oltre all’integrità dei sacchi e da un cordino allentato attorno al collo che non ha lasciato alcun segnale. Dal punto di vista criminologico, un suicidio è raramente associato a una messa in scena così elaborata, che invece può far pensare a un tentativo di occultamento del cadavere, segnale di una dinamica di omicidio.
Liliana Resinovich scompare il 14 dicembre 2021. L’ultimo a vederla viva fu proprio Sebastiano Visintin, suo marito, che dichiarò che quella mattina Liliana uscì di casa per gettare la spazzatura. Non portò con sé il cellulare, le chiavi e la borsa, oggetti che furono ritrovati successivamente in casa. Da quel momento, Liliana sembrava svanita nel nulla. Solo venti giorni dopo, il 5 gennaio 2022, il suo corpo venne rinvenuto nel boschetto.
L’atteggiamento evasivo di Sebastiano Visintin durante le interviste e il ritardo nel denunciare la scomparsa della moglie hanno sollevato dubbi. Questo comportamento non è in linea con la tipica reazione di un coniuge preoccupato, soprattutto considerando la rapidità con cui ha manifestato il desiderio di far cremare il corpo. Tali incoerenze potrebbero essere interpretate come un tentativo di depistare le indagini. La tempestiva cremazione, infatti, potrebbe impedire ulteriori esami autoptici che avrebbero potuto svelare dettagli cruciali sulla causa e il momento della morte.
La rivelazione che Liliana fosse incinta di Claudio Sterpin negli anni ’90 e che Sebastiano Visintin ne fosse a conoscenza rappresenta un elemento psicologico importante, che potrebbe avere avuto ripercussioni sulla loro relazione nel tempo. Il fatto che Sebastiano sapesse dei frequenti contatti tra la moglie e Claudio ma non ne parlasse apertamente, potrebbe aver contribuito alla tensione tra i due. Questo tipo di dinamica, in cui la gelosia e il risentimento possono crescere in modo silente, può spesso sfociare in comportamenti violenti. La gelosia è un fattore scatenante comune negli omicidi relazionali, specialmente quando si accompagna a una percepita umiliazione o tradimento.
Le nuove scoperte forensi hanno evidenziato la retrodatazione della morte al 14 dicembre 2021, giorno della scomparsa, grazie agli studi dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, elimina l’ipotesi che Liliana sia stata tenuta in vita altrove. Il fatto che il suo corpo non presenti segni di aggressioni da parte di animali o insetti, tipici di un cadavere esposto all’aperto per lungo tempo, solleva la possibilità che sia stato collocato nel boschetto solo poco prima del ritrovamento.
Questo spostamento suggerisce l’intervento di terzi, probabilmente con l’intenzione di depistare le indagini, mettendo in scena un ritrovamento “casuale”. L’occultamento o il trasporto del cadavere in un luogo diverso rispetto a quello del delitto è un segnale che l’assassino cerca di evitare il coinvolgimento diretto o di manipolare l’interpretazione degli eventi.
Le lesioni riscontrate sul corpo di Liliana, come la piccola frattura alla spina dorsale e le lesioni o abrasioni sul volto, sebbene non siano state considerate cause dirette della morte, non possono essere ignorate. Potrebbero rappresentare indizi di un’aggressione fisica avvenuta prima della morte per asfissia. In alcuni casi di omicidio, lesioni simili vengono interpretate come tentativi di immobilizzare la vittima prima dell’azione letale finale. Dal punto di vista criminologico, questo potrebbe indicare un’escalation di violenza, in cui la vittima è stata prima colpita e poi soffocata, magari durante un alterco.
Mentre Sebastiano Visintin si è dimostrato spesso evasivo e contraddittorio nelle sue dichiarazioni, Claudio Sterpin ha offerto una collaborazione più trasparente e puntuale, anche grazie all’utilizzo del GPS della sua auto per verificare i suoi spostamenti. Questo contrasto tra i due comportamenti può essere significativo: una collaborazione aperta e coerente è spesso associata a una minore probabilità di coinvolgimento diretto nel delitto, mentre l’evitamento e la vaghezza, specialmente in momenti chiave, possono indicare un tentativo di nascondere informazioni cruciali.
Nonostante molti aspetti del caso rimangano oscuri, l’evoluzione delle indagini e i nuovi elementi emersi dalle analisi forensi e criminologiche suggeriscono un quadro più complesso rispetto a un semplice suicidio. L’attenzione deve restare focalizzata sulle incongruenze comportamentali, e nella comunicazione non verbale, sulla possibile messa in scena e sull’analisi delle relazioni personali della vittima, che potrebbero nascondere moventi nascosti e dinamiche emotive non ancora completamente esplorate.
L’AUTORE
Roberto Puleo, Criminologo Qualificato AICIS