Il carcere dei dannati – Pizzighettone e la giustizia senza volto.

di Francesco Paolo IACOVELLI

C’è un paese nella bassa Lombardia dove il silenzio sembra avere memoria. Si chiama Pizzighettone. Un nome che a molti dirà poco, ma che per chi studia la storia del crimine e della giustizia in Italia, è un punto fermo. Lì, affacciato sul fiume Adda, sorge uno dei più antichi e spietati carceri italiani: il carcere di Pizzighettone.

Non aspettatevi mura diroccate e romanticherie da romanzo gotico. Questo carcere era un ingranaggio perfettamente funzionante della macchina repressiva. Edificato all’interno delle casematte delle mura spagnole del Seicento, era una struttura militare trasformata in prigione: fredda, umida, buia. Un luogo pensato per spegnere ogni residuo di umanità. Era un carcere che non lasciava spazio alla redenzione, ma solo alla punizione.

Qui venivano rinchiusi briganti, disertori, assassini, ma anche oppositori politici, ladri di pane, e chiunque fosse di intralcio al potere del momento. La distinzione tra criminale e nemico dello Stato, spesso, era solo una formalità. C’è chi ci finiva per aver rubato per fame, chi perché aveva parlato troppo, chi perché era nato nel posto sbagliato. Nessuna giustificazione bastava: il carcere era la risposta.

 

Ho letto che camminando oggi tra quei corridoi stretti, si sente ancora l’eco delle catene e il respiro corto di chi ci ha vissuto e, spesso, ci ha lasciato la vita. Le celle erano anguste, senza finestre, con letti di pietra e pareti che trasudavano umidità e paura. I racconti parlano di urla notturne, di malattie che correvano veloci tra i corpi ammassati, di guardie silenziose che controllavano senza dire una parola. Era un inferno a cielo chiuso. In alcuni punti le pareti sono ancora segnate da incisioni: nomi, date, brevi frasi. Ultimi frammenti di esistenza lasciati come testamento.

Uno degli aspetti più inquietanti di Pizzighettone è la sua funzione di carcere “modello” durante il Regno Lombardo-Veneto e poi nell’Italia postunitaria. Mentre si parlava di progresso e civiltà, qui si applicava ancora la detenzione punitiva più dura. Un ossimoro italiano: modernità e crudeltà che vanno a braccetto. Le riforme penitenziarie faticavano a oltrepassare queste mura spesse, impermeabili al cambiamento.

Chi studiava criminologia nel Novecento, passava da Pizzighettone. Per capire la repressione, per osservare i metodi, per analizzare i detenuti. Uno su tutti: Cesare Lombroso. Il fondatore dell’antropologia criminale, spesso citato per le sue teorie oggi superate, osservò direttamente alcuni detenuti rinchiusi proprio in queste celle. Cercava nei loro tratti fisici le “stigmate” della criminalità, convinto che il delinquente fosse un prodotto della degenerazione biologica. Oggi possiamo discutere criticamente le sue idee, ma è innegabile che proprio qui, tra queste mura, si faceva scienza sul dolore.

Era un laboratorio di sofferenza dove si teorizzava il controllo sociale. Il carcere come specchio della società: più che rieducare, doveva disciplinare. I criminologi dell’epoca cercavano nei lineamenti, nei gesti, nelle abitudini dei detenuti, le “tracce” del delinquente nato, secondo le teorie lombrosiane. Ma la realtà era più dura e più complessa: spesso si trattava solo di poveri, di emarginati, di dimenticati.

Oggi il carcere è dismesso, trasformato in parte in museo e in parte ancora chiuso al pubblico. Ma attenzione: non è una semplice testimonianza del passato. È un monito. Ogni pietra, ogni graffio sui muri, ogni porta ferrata racconta di un tempo in cui la giustizia aveva il volto della paura. Alcune celle sono rimaste intatte: ci si può entrare, stare in silenzio, e ascoltare ciò che le pareti vogliono ancora dire. Non è un’esperienza per cuori leggeri.

E allora quando pensiamo al carcere, pensiamolo anche così. Non solo come istituzione, ma come luogo reale, fisico, dove le idee astratte di legge e ordine diventano carne e ossa, dolore e silenzio. Pizzighettone è questo: una ferita ancora aperta sotto la crosta della storia.

Perché la storia non è finita. Ha solo cambiato forma. E continua a parlarci, se abbiamo il coraggio di ascoltarla.