di Mariantonietta Deiana*
La Sardegna, nota per le sue spiagge incantevoli e il patrimonio culturale, ha una storia complessa che include anche episodi di sequestri di persona, un fenomeno che ha segnato profondamente l’isola soprattutto nel corso del XX secolo. I sequestri in Sardegna hanno avuto un impatto significativo sulla vita sociale, economica e culturale dell’isola, contribuendo a plasmare la percezione della criminalità e della giustizia.
I sequestri di persona in Sardegna trovano le loro radici in un contesto storico di povertà, isolamento geografico e scarsità di risorse. Durante il secondo dopoguerra, la Sardegna attraversava un periodo di difficoltà economiche che accentuava le disuguaglianze sociali. Questo scenario favorì il proliferare di attività criminali, tra cui il banditismo, che si manifestava anche attraverso i sequestri a scopo di riscatto.
Il fenomeno raggiunse il suo apice tra gli anni ’60 e ’80 del Novecento. In questo periodo, la Sardegna divenne tristemente nota per l’alto numero di rapimenti, spesso caratterizzati da una brutale violenza e lunghi periodi di prigionia per le vittime. I sequestratori operavano principalmente nelle zone interne e montuose dell’isola, sfruttando il territorio difficile e poco accessibile per nascondere gli ostaggi.
I sequestri non colpivano solo le vittime dirette e le loro famiglie, ma avevano ripercussioni più ampie sulla società sarda. Il clima di paura e insicurezza limitava la libertà di movimento e la fiducia reciproca tra i cittadini. L’economia ne risentiva, con un calo degli investimenti e del turismo, mentre le attività produttive subivano rallentamenti dovuti alla paura di ritorsioni.
Di fronte alla crescente minaccia dei sequestri, lo Stato italiano dovette intervenire con decisione. Negli anni ’80, furono varate leggi speciali che inasprivano le pene per i sequestratori e offrivano strumenti più efficaci alle forze dell’ordine. Le operazioni di polizia si intensificarono, con un maggiore impiego di risorse umane e tecnologiche. Inoltre, venne introdotta la legge sul blocco dei beni, che impediva il pagamento dei riscatti, riducendo così l’incentivo economico per i rapitori.
Grazie a queste misure, insieme a una crescente collaborazione tra le forze dell’ordine e la popolazione locale, il fenomeno dei sequestri in Sardegna iniziò a declinare verso la fine degli anni ’80. L’ultimo grande sequestro che scosse l’opinione pubblica fu quello di Farouk Kassam nel 1992, un bambino di sette anni rapito e tenuto prigioniero per sei mesi. La sua liberazione segnò simbolicamente la fine di un’epoca buia per l’isola.
Nonostante la scomparsa quasi totale dei sequestri, l’eredità di questo periodo rimane viva nella memoria collettiva sarda. Le storie dei rapimenti e delle sofferenze vissute dalle vittime sono ancora presenti nelle narrazioni locali, e gli sforzi per mantenere viva la consapevolezza di quegli anni fanno parte di un percorso di memoria e riflessione critica sulla storia dell’isola.
I sequestri in Sardegna rappresentano un capitolo doloroso e complesso della storia dell’isola. Comprendere le radici e le dinamiche di questo fenomeno è essenziale per apprezzare i progressi compiuti e le sfide ancora presenti nel garantire sicurezza e giustizia. La Sardegna di oggi, pur essendo profondamente cambiata, continua a fare i conti con le cicatrici del passato, trasformandole in un monito per costruire un futuro più sicuro e giusto per tutti.
L’AUTRICE
*Mariantonietta Deiana, Criminologa qualificata ex legge n. 4/2013