Gli argini che restano, presenze silenziose che reggono i vuoti dei nostri figli.

Di Francesco Iacovelli

 

C’è un momento in cui il mondo sembra rallentare, come se trattenesse il fiato, e in quell’istante un gesto appare inspiegabile. Un corridoio silenzioso, un urlo che rompe l’aria, una lama che brilla alla luce impietosa. Tutto sembra ridursi a questo, e allora cerchiamo parole che chiudano il mistero: raptus, gesto isolato, improvviso. Ma quelle parole non raccontano nulla, non sfiorano il fondo di quel vuoto dove le emozioni si sono accumulate, silenziose, invisibili agli occhi di chi non vuole guardare davvero.

Un tredicenne che accoltella la propria professoressa non vive un solo istante. È un percorso sotterraneo, lento, fatto di correnti nascoste che scorrono sotto la città senza che nessuno le veda. Prima del gesto ci sono parole non dette, emozioni ignorate, assenze che pesano come pietre.

A tredici anni si è ancora in costruzione. Le emozioni arrivano come tempeste, travolgenti e indomabili, e diventano tempeste più grandi quando non trovano argini. Rabbia, frustrazione, vergogna, senso di esclusione: tutto pesa, e non sempre c’è qualcuno pronto a reggerlo. Quando gli argini cedono, ciò che resta non è libertà: è smarrimento.

Durkheim parlava di anomia. Le regole ci sono, ma smettono di avere senso, non guidano, non orientano. Per un ragazzo, questo non è uno spazio aperto: è un vuoto che si spalanca sotto i piedi, e la solitudine emotiva pesa come un corpo che non trova appoggio.

La scuola, un tempo, era un secondo argine. Oggi è fragile, esposta, sovraccarica. Gli insegnanti devono essere tutto: educatori, mediatori, psicologi, guide, ma spesso ricevono poco sostegno. L’autorevolezza non è più un dato acquisito, ma qualcosa da riconquistare ogni giorno. Quando un ragazzo arriva a colpire una docente, non è solo un atto contro una persona: è la traduzione concreta di relazioni che non hanno retto, ruoli percepiti come fragili, distanti, insufficienti.

Intorno c’è il mondo, pieno di stimoli, di voci, di messaggi che si contraddicono. Durkheim parlava di coscienza collettiva, quel tessuto invisibile che orienta i comportamenti. Oggi quel tessuto appare sfilacciato, meno visibile, più frammentato. Crescere in questo contesto significa costruirsi da soli, spesso in solitudine, imparare a reggere senza punti di riferimento certi.

Merton parlava dello scarto tra ciò che la società propone e ciò che permette di costruire. Per un ragazzo, questo scarto non è solo materiale: riguarda strumenti interiori, la capacità di riconoscere e trasformare le emozioni, di non esserne travolti. Quando questi strumenti mancano, l’azione prende il posto dell’elaborazione. Il coltello diventa forma di un vuoto che non ha trovato altre vie, e la violenza diventa linguaggio, gesto che grida ciò che non ha trovato parole.

Eppure non tutto è vuoto. Ci sono spazi che possono essere riempiti, correnti che possono essere deviate, argini che possono reggere. E ci sono adulti che, pur stanchi, pur segnati dalle difficoltà, scelgono di restare. Genitori che rinunciano a piccoli egoismi, che offrono tempo, sguardo, presenza autentica, e trasformano la loro quotidianità in argine silenzioso, esempio potente senza gesti eclatanti, ma con coerenza, fermezza e disponibilità. Questi genitori non salvano il mondo, ma salvano la possibilità per i figli di sentirsi visti, accolti, riconosciuti.

E qui, personalmente, non posso fare a meno di chiedermi quanto di noi, come adulti, ci sia davvero nei momenti in cui i ragazzi hanno bisogno di guida e di ascolto. Quanto ci permettiamo di essere presenti, senza delegare, senza lasciare che il tempo e il ritmo della vita ci portino lontano dai loro occhi.

Mi chiedo se non stiamo spesso scambiando l’occupazione per la cura, l’impegno per la presenza, e quanto questa assenza silenziosa contribuisca a creare i vuoti che, troppo spesso, esplodono nelle azioni dei più giovani.

Forse il punto allora non è solo interrogarsi su cosa sia accaduto dentro quel ragazzo, ma su cosa si è svuotato intorno a lui, quali presenze sono mancate, quali parole non sono state dette, quali emozioni non sono state accolte. E se in quei vuoti, silenziosi ma concreti, non riconosciamo ciò che possiamo cambiare, allora il gesto non resterà un’eccezione imprevedibile: resterà un avvertimento.

Allora ci chiediamo, alla fine, come possiamo imparare davvero a stare accanto ai nostri figli, a contenere, guidare, nutrire senza travolgere, senza cedere al ritmo del mondo, senza fuggire, e soprattutto quanto di noi stessi siamo disposti a lasciare andare per restare davvero lì dove serviamo di più, come quegli argini silenziosi che resistono, forti e discreti, nel mezzo della tempesta.