Come puoi prevenire l’azione aberrante di chi in un attimo butta via la sua vita e la toglie alla persona che ama? È il dilemma irrisolvibile sotteso al fenomeno del femminicidio o meglio dell’omicidio in ambito affettivo. L’altra persona – quella amata morbosamente – è ridotta ad un oggetto di proprietà, che è meglio rompere piuttosto che cederlo ad altri. Lui, l’assassino, sembra uno normale, un po’ possessivo, tanto geloso mentre lei, la vittima, finisce rinchiusa in una gabbia affettiva senza nemmeno sapere come ci si è ritrovata. Succede in troppi casi e, a parte le modalità, i soggetti coinvolti e le motivazioni, la dinamica è sempre la stessa: un ultimo incontro chiarificatore; la lite; le coltellate inferte con una rabbia spaventosa e il tentativo, quasi mai riuscito, di suicidio da parte del carnefice.
E’ il caso anche al giovane Turretta e della povera Giulia: “Giulia voleva andare avanti senza di me, così l’ho uccisa” ha detto ai giudici, come se fosse una motivazione comprensibile. “Giulia voleva andare avanti, stava creando nuove relazioni, si stava sentendo con un altro ragazzo. Ho urlato che non era giusto, che avevo bisogno di lei. Che mi sarei suicidato. Lei ha risposto decisa che non sarebbe tornata con me“. Poi il buio nella mente del ragazzo: uno, due, dodici, tredici colpi: “L’ultima coltellata che le ho dato era sull’occhio. Era come se non ci fosse più“. In queste frasi ci sta tutta la follia di un rapporto malato: “non è giusto”, “mi uccido” e poi le ha conficcato la lama sull’occhio per spegnerne per sempre lo sguardo e per farla calare nel buio della sua mente. “Come se così, lei non ci fosse“, ha detto, ma in realtà voleva significare “come se lei non ci fosse più per nessun altro”.
Come spesso accade, è l’epilogo tragico di una serata apparentemente normale: trascorsa al centro commerciale “La Nave De Vero” di Marghera, per fare shopping e cenare, fino alle 23.00. Al rientro, l’aggressione in due momenti, prima in un parcheggio a Vigonovo, dove Giulia rifiuta i regali che lui vuole farle – due pupazzi a forma di scimmia, una lampada, un libretto per bambini. “Mi ha detto che ero troppo dipendente, troppo appiccicoso con lei“. Così lui ricorre al ricatto affettivo e minaccia il suicidio. A quel punto lei esce dall’auto: “Sei matto, vaff…, lasciami in pace“. A questo punto lo scoppio di rabbia di Turetta, che con un coltello la colpisce a un braccio con una tale violenza che rompe la lama – verrà trovata durante le ricerche – poi la fa cadere a terra. L’ho caricata sul sedile posteriore – prosegue il racconto – lei ha iniziato a dirmi “cosa stai facendo? Sei pazzo, lasciami andare“. Poi lui si ferma di nuovo e tenta di chiuderle la bocca con lo scotch, prende un altro coltello e colpisce, stavolta a morte: l’autopsia dirà che i fendenti su Giulia sono stati 75.