Fleximan VS trenta all’ora. Qualche riflessione sulla sicurezza e i suoi eccessi

Redazione AICIS –

 

La polemica sul limite di velocità e la comparsa di “fleximan”, eroe negativo ma osannato sui social e non solo, induce a qualche riflessione criminologica basica.

In ordine sparso:

 

La velocità: “La velocità è piacevolissima per la vivacità, l’energia, la forza di tal sensazione. Desta una quasi idea dell’infinito, sublima l’anima, la fortifica, e tutto ciò tanto più quanto la velocità è maggiore”. Non l’ha detto Michael Schumacher ma, poeticamente, Giacomo Leopardi nella sua opera Pensieri di Varia Filosofia. Naturalmente il poeta di velocità aveva sperimentato quella dei cavalli; pensate a quale sensazione gli avrebbe potuto dare solo una FIAT 500 che di cavalli ne può avere fino a 205.

 

Velocità uguale pericolo: Se emoziona ti spinge all’eccesso e più pigi sull’acceleratore più rischi. Quindi, maggiore possibilità di incidente e, di sicuro, danni disastrosi. Un conto è frenare ai 150/h, altro è frenare ai 30 per non parlare dell’entità del danno che ne deriva. Grazie, se poi stiamo tutti fermi il pericolo è addirittura zero (che bella soluzione!). Il fatto è che la motorizzazione ha permesso un’espansione dell’economia e, perché no, una maggiore libertà di movimento per tutti. Ha accorciato le distanze, ha ampliato le possibilità. Pensate solo ai genitori che devono scarrozzare i figli dalla scuola alla palestra e magari poi alla lezione di musica. Il movimento a motore libera nuove possibilità e se fossero bastate le basse velocità ci saremmo tenuti il calesse e il cavallo, che di sicuro sono più ecologici.

 

Questione di equilibrio: Progresso e pericolo: ecco i due fattori della mobilità moderna. Uno positivo, l’altro negativo.  La legge ne ha tenuto conto già da lungo tempo: il codice civile all’art. 2054 detta una disciplina rigorosa in caso di danni da sinistro stradale. Ed il codice civile è datato 1942 (è così da 90 anni). Poi c’è l’assicurazione obbligatoria e le rigorose sanzioni per chi circola senza polizza. Infine, sempre in caso di incidente arriva la mannaia giudiziaria dell’omicidio e delle lesioni stradali gravi. Dovrebbero essere deterrenti, ma il codice stradale anticipa la prevenzione. Intanto ciascun conducente deve comportarsi in modo cauto, per evitare incidenti. Poi c’ la velocità: un tempo solo con la multa per chi non l’avesse adeguata alle condizioni del traffico, ma nella difficoltà di definire tale inadeguatezza, a rilevare di più sono stati i limiti. In sostanza: per chi non si sa limitare multe salate e un flusso di cassa per il Comuni (e per lo Stato).

 

Chi decide il limite? Il limite di velocità nei centri urbani è stabilito dai Sindaci. Il controllo è demandato invece quasi totalmente ad occhi elettronici. Ma imporre un limite non è un fatto banale: c’è di mezzo l’equilibrio tra sicurezza e progresso. Quindi, ordinare un limite (basso) in ogni dove e a prescindere è un esercizio piuttosto discutibile della discrezionalità amministrativa. Ed una discrezionalità mal gestita comporta il senso dell’ingiustizia nel conducente che riceve la sanzione. Il meccanismo è semplice: se il divieto è inadeguato, la sanzione non può che esserlo a sua volta.

 

I professionisti della sicurezza stradale: C’è anche chi si schiera acriticamente per il limite basso e snocciola i tragici numeri degli incidenti. Muoiono troppo persone sulle strade è vero, però peccato che si tratta degli stessi che ci avevano raccontato che con l’introduzione della norma sull’omicidio stradale gli incidenti sarebbero diminuiti drasticamente. Come mai non è andata così?

 

L’autovelox è prevenzione? Qualche Comandante ha detto: facciamo prevenzione, ritiriamo le patenti. Perché, la patente non te la può ritirare la pattuglia sul posto, invece a seguito di una raccomandata verde che arriva trenta giorni dopo l’eccesso? Ricevere una multa quando nemmeno ti ricordi quando e come hai ecceduto (consideriamo che non sono tutti Schumacher: c’è chi nemmeno si è accorto di fare i 77km/h invece che i 70) è davvero una pratica dissuasiva? Forse ci siamo scordati che una pattuglia sulla strada non fa solo repressione perché se hai bisogno ti aiuta, mentre l’autovelox fisso ti multa e basta? Un tempo su questa differenza si fondava tutta la più diffusa ammirazione per la polizia stradale, e non è che allora le multe non si facessero. La cosa paradossale è che ora – stando alle notizie di stampa – ci sono più pattuglie di notte, ma solo per cercare di acciuffare il famigerato “fleximan” un deviante che, impunito crede di compiere chi sa quali gesta, pur dimostrandosi un patetico vandalo. Una piccola riflessione in proposito: un fleximan è stato individuato e denunciato con grande soddisfazione delle istituzioni. In che modo? Perché ripreso da una telecamera. Ancora tecnologia, dunque. Ma è possibile che sulle strade d’Italia qualsiasi buontempone (per non apostrofarlo più volgarmente) è libero di segare un palo di metallo senza che nessuna pattuglia se ne accorga? Fosse stato solo un episodio! Invece è qualcosa che si ripete. Ma un controllo del territorio c’è o non c’è?

 

Il concetto simpatetico del diritto: Nella filosofia del diritto è stata elaborata la teoria simpatetica secondo la quale una norma vale se è interiorizzata dalla generalità dei consociati; perde invece di valore se percepita ingiusta dai più. Se un limite è percepito come ingiusto, non converrebbe verificarne meglio i criteri? Operare con divieti e sanzioni non è sempre risolutivo. Lo sanno bene gli urbanisti che nel progettare le strade, in molte zone urbane, restringono le correggiate per indurre ad un naturale rallentamento dei veicoli. Ci sono poi vicoli e stradine nei centri storici (pensiamo a Trastevere, piuttosto che ad alcuni borghi della Toscana e dell’Umbria) nei quali è fisicamente impossibile tenere una velocità superiore ai 10 KM/h: che senso ha imporre un limite con un cartello.

 

Il Comune fa cassa: L’argomento è infondato: l’introito deriva dalla violazione, chi rispetta il limite non paga nulla. Nulla di indebito, quindi. Con la stessa logica dovremmo contestare che il condannato paghi le spese processuali; che a seguito di una multa penale gli obbligati versino il corrispettivo alle casse dello Stato e così via. Tra l’altro gli introiti stradali vengono reinvestiti per il miglioramento della viabilità, il che conferisce alla sanzione un particolare valore sociale. Ma le contravvenzioni stradali, in termini di bilancio, per loro natura, sono sopravvenienze attive. Soldi che possono arrivare come no. E il Comune, responsabile della sicurezza e del benessere pubblico, dovrebbe auspicare di no. Per questo non dovrebbe essere consentito di coprire spese future nel bilancio preventivo con gli ipotetici introiti dalle sanzioni. Se nessuno commettesse più infrazioni le strade non sarebbero più manutenute? Non si spenderebbe più nulla per la segnaletica? Niente multe, niente spesa? Ecco che i cittadini sono portati a pensare male. Via la previsione degli introiti contravvenzionali dai bilanci di previsione degli Enti, allora. E chi potrebbe più sostenere che i Comuni sperano di fare cassa.