Una fredda e silenziosa domenica di dicembre a Palermo, dove le strade, appena svegliate dal torpore notturno, ancora portano l’eco di un sonno interrotto, il destino si appresta a compiere il suo gesto crudele. Mentre la città si prepara a un nuovo giorno, un grido silenzioso, il rumore sordo di due colpi di lupara, squarcia la quiete: è il segnale infausto che, ancora una volta, il coraggio viene punito dall’oscurità della mafia.
C’è un uomo morto fuori dalla chiesa dei Cappuccini a Palermo e con esso il nuovo caso di Domeniche Criminali.
L’Assassinio e il prezzo della verità
Domenica 2 dicembre 1984, mentre la luce tenue del mattino accarezza le vie di Palermo, Leonardo Vitale esce di casa con la madre e la sorella. In quel momento di fragile serenità, un sicario si materializza dall’ombra e lo colpisce con due colpi di lupara, in un’esecuzione studiata nei minimi dettagli. Il suo assassinio, rapido e spietato, è un segnale inequivocabile: chi infrange l’omertà paga con la vita.
Le rivelazioni di Vitale avevano aperto nuove prospettive investigative, ma il prezzo da pagare era altissimo. La sua morte, avvenuta in pieno giorno, divenne il simbolo tragico del sacrificio necessario per spezzare il silenzio. L’azione brutale della mafia non solo riaffermò il suo potere attraverso la violenza, ma sollevò anche un acceso dibattito nel panorama giudiziario italiano. Le sue dichiarazioni avevano anticipato importanti operazioni investigative, contribuendo a scoperchiare un sistema criminale capillare e radicato nel tessuto sociale nazionale. Tuttavia, l’ondata di violenza che segnava quegli anni dimostrava quanto fosse pericoloso sfidare un’organizzazione disposta a tutto pur di mantenere il controllo.
L’Esitazione di un mafioso e la rottura del silenzio
Leonardo Vitale, nato il 27 giugno 1941, non era un eroe, ma un uomo immerso nella logica criminale di Cosa Nostra. Cresciuto in un ambiente mafioso, ne aveva assorbito i codici e le dinamiche, partecipando a omicidi ed estorsioni. Tuttavia, una profonda crisi interiore, accentuata da un disagio psicologico e da un percorso religioso tormentato, lo portò a un passo impensabile per un mafioso: il pentimento.
Nel 1973, con un atto senza precedenti, si presentò spontaneamente alla questura di Palermo, confessando i propri crimini e svelando dettagli cruciali su Cosa Nostra. Raccontò l’esistenza della “Commissione”, l’organo di vertice che decideva la sorte dei suoi membri con fredda determinazione. Le sue dichiarazioni, però, non trovarono subito riscontro: la sua figura, giudicata instabile, permise ai vertici mafiosi di screditarlo. Fu dichiarato infermo di mente dai periti dell’epoca e rinchiuso nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, una decisione che contribuì a delegittimare le sue confessioni e a ridurre l’impatto delle sue rivelazioni sulla lotta alla mafia.
L’Omertà come strumento di controllo
Per la mafia, Vitale non era solo un traditore, ma un’anomalia da cancellare. Le sue parole, anche se inizialmente ignorate, avevano messo in discussione un principio fondamentale dell’organizzazione: l’inviolabilità del silenzio. Le sue rivelazioni portarono a decine di arresti, ma la giustizia dell’epoca, ancora impreparata ad affrontare collaborazioni di questo tipo, non riuscì a tradurle in condanne definitive.
Nel frattempo, l’omertà e l’intimidazione continuarono a proteggere il sistema mafioso, permettendo a molti sospettati, tra cui membri della cosca di Altarello di Baida, di sfuggire alla giustizia. Vitale, isolato e vulnerabile, divenne un bersaglio inevitabile. La sua uccisione, avvenuta dieci anni dopo la sua confessione, confermò quanto la mafia non dimentichi né perdoni chi osa infrangere le sue regole.
Un paese prigioniero della mafia
Gli anni ’70 e ’80 furono un’epoca di sangue e terrore, in cui la mafia dettava legge con ferocia e impunità. Cosa Nostra non era solo un’organizzazione criminale, ma un potere parallelo capace di infiltrarsi in ogni ambito della società, condizionando istituzioni, economia e politica. In questo contesto di violenza diffusa, le rivelazioni di Vitale rappresentarono un’anticipazione delle future indagini che avrebbero portato all’arresto di figure chiave come Michele Greco, detto “il Papa”, e altri esponenti mafiosi di spicco.
L’Italia si trovava di fronte a un nemico invisibile ma onnipresente, capace di colpire con metodi brutali chiunque osasse sfidarlo. La sua storia, seppur inizialmente sottovalutata, segnò un punto di svolta: il primo mafioso pentito, nonostante le difficoltà e il tragico epilogo, aprì la strada a una nuova stagione di indagini e collaborazioni con la giustizia. Quella domenica del 2 dicembre 1984 il prezzo pagato fu altissimo, ma il suo esempio dimostrò che, anche nei momenti più bui, il silenzio poteva essere spezzato.
Non perdete il prossimo appuntamento con Domeniche Criminali, dove continueremo a raccontare storie di coraggio, di tradimento e di giustizia, per addentrarci negli oscuri meandri della realtà che ci circonda.
La domenica porta con sé i suoi segreti, alcuni più oscuri di altri…

Di Francesco Paolo IACOVELLI
