Domeniche Criminali: La Tentata Rapina di Cavallino-Treporti

 

Immaginatevi una domenica tranquilla, il sole che tramonta dolcemente sulla laguna, il suono delle campane in lontananza. Poi, all’improvviso, un urlo. Un colpo di pistola. Il silenzio si spezza e la paura si insinua come un’ombra nelle case di Cavallino-Treporti. Quella che doveva essere una giornata di quiete diventa un incubo che segnerà per sempre chi lo ha vissuto. Oggi vi raccontiamo una storia di coraggio e brutalità, di sangue e giustizia, in una domenica che nessuno potrà dimenticare… Bentornati a Domeniche Criminali!

 

 

La redazione AICIS 

Francesco Paolo Iacovelli

 

 

 

 

Il fatto

Era una domenica come tante a Cavallino-Treporti. Il 18 febbraio 2024, una giornata in cui il tempo sembrava scorrere lento, tra il profumo della laguna e il silenzio delle ville immerse nella tranquillità. Ma quella domenica sarebbe stata diversa. Sarebbe entrata nella cronaca nera con il fragore di una pistola e il sangue versato in una battaglia improvvisa tra vittime e carnefici.

Maurizio Biondo, 64 anni, e suo figlio Alberto, 34, trascorrevano il pomeriggio nella loro abitazione di Ca’ Ballarin, una frazione del comune veneziano. Il quartiere era un piccolo paradiso di villette e strade poco trafficate, una zona dove tutti si conoscono e dove le porte, fino a quel giorno, si chiudevano più per abitudine che per reale necessità.

Verso le 19.00, la routine fu infranta dall’irruzione di tre uomini mascherati. Indossavano guanti in lattice, cappucci e occhiali scuri. Avevano studiato la zona, atteso il momento giusto e infine colpito. Uno di loro, il più anziano, portava una pistola. Un’arma piccola, forse una Beretta, facile da nascondere ma letale se usata con brutalità.

Maurizio e Alberto furono colti di sorpresa, ma non si arresero. Nacque una colluttazione feroce. Uno dei criminali colpì Maurizio con il calcio della pistola, aprendogli una ferita sulla testa. Alberto, invece, tentò di disarmare uno degli assalitori, ma un colpo partì accidentalmente e il proiettile gli perforò la coscia. Il sangue si sparse sul pavimento lucido della villa, mentre i ladri, frustrati dalla resistenza inaspettata, fuggivano senza bottino.

Un passato criminale che ritorna

Le indagini iniziarono immediatamente. I Carabinieri di San Donà di Piave, coordinati dal Nucleo Investigativo di Venezia, trovarono subito un primo indizio: la testimonianza di un vicino che aveva visto un’auto da cui erano scesi tre uomini sospetti e in tutta fretta, a pochi metri dalla villa della rapina, circa una cinquantina di metri. Da lì partì la ricostruzione degli eventi.

Le immagini di un rilevatore di targa della Polizia locale e delle vicine telecamere di sorveglianza, unite all’analisi dei tabulati telefonici, portarono gli investigatori ad una Opel Astra di colore bianco con apposta una targa prova e quindi sulle tracce di un sospettato. I RIS di Parma effettuarono analisi approfondite sulla scena del crimine, raccogliendo tracce biologiche sui guanti rinvenuti nelle vicinanze e sulle superfici con cui i rapinatori erano entrati in contatto.

Pochi giorni dopo, il primo arresto: Sandro Levak, 55 anni, di etnia sinti e residente a Maserada sul Piave. Secondo gli investigatori, era stato lui a guidare l’auto quella domenica maledetta. Levak era un volto noto alle forze dell’ordine, con precedenti per tentata estorsione, furto e truffa. Uscito di prigione pochi giorni prima, aveva cercato di rifarsi una vita, ma evidentemente il richiamo del crimine era stato più forte.

Ma il vero colpo di scena arrivò un anno dopo. Le analisi dei RIS di Parma rivelarono tracce di DNA su un paio di guanti abbandonati vicino alla villa. Quelle tracce portavano a un uomo con una lunga carriera nel mondo del crimine: Radames Major, 71 anni, noto anche come “Mario l’egiziano”, legato alla Mala del Brenta. Major ha scontato 24 anni di carcere ed è il padre di Manuel Major, giostraio ucciso nel 2017 durante un tentativo di furto a un bancomat.

L’arresto e il processo

La cattura di Major avvenne all’alba di una fredda mattina di febbraio, dopo mesi di pedinamenti, osservazioni, la visione di centinaia di ore di filmati di sorveglianza video delle vie limitrofe all’abitazione e dopo l’analisi delle tracce biologiche rilevate, I Carabinieri lo trovarono in un appartamento fatiscente alla periferia di Treviso. Addosso aveva ancora segni delle gravi contusioni, forse ancora il risultato dello scontro con le vittime della rapina.

L’accusa per lui e Levak fu di tentata rapina aggravata e lesioni personali gravi in concorso. Durante il processo, la difesa tentò di contestare l’affidabilità delle prove forensi, ma la combinazione tra DNA, immagini di videosorveglianza e intercettazioni ambientali rese difficile per gli imputati sostenere la loro innocenza.

Il giudice dispose la custodia cautelare in carcere per entrambi, sottolineando il rischio di recidiva e la pericolosità sociale dei due. Il processo, seguito con attenzione dai media locali, mise in luce ancora una volta la pericolosità della criminalità organizzata che, sebbene frammentata, continuava a operare con metodi brutali e spregiudicati.

La domenica della paura

Quella domenica rimarrà impressa nella memoria della comunità. Un giorno di riposo e serenità, trasformato in una battaglia per la sopravvivenza. Cavallino-Treporti aveva perso la sua innocenza, e i suoi abitanti sapevano che la violenza può colpire ovunque, anche nei luoghi più tranquilli.

La storia di Maurizio e Alberto Biondo è un monito per tutti: la criminalità non ha giorni di pausa, e nemmeno noi dovremmo abbassare la guardia. Ma è anche la dimostrazione che la resistenza, il coraggio e la giustizia possono avere la meglio, anche nelle situazioni più drammatiche.

Non perdete il prossimo appuntamento con “Domeniche Criminali”, dove continueremo a raccontare storie di delitti, indagini e giustizia, per comprendere meglio il lato oscuro delle nostre città.

La domenica non è mai stata così inquietante.