Il mare è piatto a Posillipo, ma qualcosa ribolle sotto la superficie.
Sotto l’ombrellone, il Commissario Montella appoggia il caffè, tira fuori il taccuino e ricomincia a scrivere.
Nel nuovo episodio di Delitti sotto l’ombrellone, la morte arriva in silenzio.
Con il sorriso di una donna troppo gentile.
Con una tisana preparata con troppa cura.
E con una collana che non era solo un gioiello…
…ma un’arma.
Un’eredità contesa.
Una geisha che non è solo una badante.
E un veleno così raro da sembrare leggenda.
Per risolvere questo caso, Montella dovrà capire dove finisce l’amore…
…e dove comincia il crimine.
Delitti sotto l’ombrellone
Episodio 7 – Il veleno della Geisha
Il mare oggi è fermo. Neanche un’onda.
Solo il rumore del cucchiaino nel bicchierino del caffè.
Sotto l’ombrellone, il mio taccuino si apre da solo, come se sapesse che ho qualcosa da scrivere.
E ce l’ho.
Caso n. 242 – Il veleno della Geisha
Il signor Alfredo Vezzi è morto nel letto.
Lenzuola stirate. Finestra aperta.
Una tazza sul comodino. Camomilla o veleno?
Ottantasette anni.
Un impero commerciale costruito su caffè e immobili.
E una nuova compagna di vita: Lin Hua.
Ventotto anni, origini cinesi. Mani delicate. Presenza invisibile.
Dicevano fosse una badante.
Ma io l’ho vista una volta versare il tè… e c’era qualcosa nei gesti.
Come in un rituale.
In sei mesi, Lin Hua era passata da assistente a unica erede.
Vezzi l’aveva messa nel testamento.
E tolto i figli.
Tutti e quattro.
Un terremoto con la firma in fondo.
Lucida. Legale.
I figli fecero quello che fanno i figli esclusi:
denunce, avvocati, perizie psichiatriche.
Ma Vezzi, tre mesi prima di morire, era ancora perfettamente lucido.
Poi arrivò l’autopsia.
Richiesta per rabbia più che per sospetto.
Ma qualcosa non tornava.
Il medico legale notò livelli anomali di acetilcolinesterasi.
Analisi tossicologiche approfondite.
Risultato: bungarotossina.
Un veleno neurotossico. Origine: serpente krait.
Non si trova in farmacia.
Ma qualcuno lo aveva trovato. E somministrato. Poco per volta.
Per settimane.
Poi trovammo la collana.
Un filo di giada. Al centro, una sfera nera. Lucida. Cava.
All’interno: microtracce del veleno.
La collana era nella stanza di Lin Hua.
Lei la indossava ogni giorno.
Non parlò molto. Ma disse tutto.
«Sapeva che stava per spegnersi. Non voleva farlo da solo.
Voleva farlo lentamente.
Senza dolore. Con me vicino.»
Era vero?
Impossibile provarlo.
Eppure… qualcosa nel modo in cui guardava la tazza vuota mi convinse.
I figli urlavano all’omicidio.
Io ascoltavo il silenzio.
Epilogo sotto l’ombrellone
C’è una calma strana oggi.
Il mare non si muove.
E il caffè ha un sapore diverso.
Chiudo il taccuino.
E mi chiedo:
quanto amore serve… per uccidere con dolcezza?
E quanta vendetta si nasconde… in un gesto d’affetto?
Il vento viene da est.
E porta un odore che non è solo salsedine.
È più sottile.
Più pericoloso.
Quasi impercettibile.
Come un veleno in infusione lenta.

