Il sole filtra tagliente tra le maglie dell’ombrellone.
Sulla spiaggetta partenopea, il Commissario Montella riapre un taccuino che odora di carta bagnata e qualcosa d’altro: una bugia gentile, diventata veleno.
Nel nuovo episodio di Delitti sotto l’ombrellone, una corrispondenza anonima si trasforma in trappola.
E sotto le righe, compare un mandante vero.
Montella osserva, scrive, incrocia.
Perché anche i reati più gravi, a volte, cominciano da un gesto tenero.
DELITTI SOTTO L’OMBRELLONE
Episodio 4 – La lettera numero diciannove
Scritta da uno. Usata da un altro. Quasi letale per chi ci ha creduto.
Domenica. Lido “Le Sirene”, Posillipo.
Le onde oggi sembrano battere il tempo a un ritmo diverso.
Come se il mare sapesse qualcosa che noi ignoriamo.
Sono qui, sulla mia sedia da regista, con la penna in mano e un caffè freddo che si sta scaldando troppo in fretta.
Pensavo di prendermi una pausa. Ma poi mi è tornato in mente quel caso.
Il caso delle lettera numero diciannove
Anna Lancellotti, 79 anni, vedova, ex maestra elementare, vive sola in via Morghen, al Vomero.
Una mattina trova una lettera anonima nella cassetta.
Parole gentili.
Un ringraziamento per un sorriso dato anni prima, su un autobus.
La chiamano “la signora del cappotto verde.”
Tre giorni dopo, un’altra.
Poi un’altra ancora.
Sempre anonime, sempre più intime.
Lei risponde. Scrive ogni giorno.
Lascia i fogli nella cassetta.
Spera. Aspetta. Crede.
Le prime lettere le ho tracciate.
Erano di Carlo Mautone, 32 anni, suo nipote.
Pubblicitario, vive a Milano. Nessun precedente.
«Volevo solo farle compagnia», mi dice.
«Non volevo che si spegnesse. Le ho dato un motivo per svegliarsi.»
Diciotto lettere. Nessun reato. Solo un affetto raccontato.
Poi, la diciannovesima.
Stile diverso. Carta più economica.
Una frase nuova:
“Ti ho cercata, ma non ho mai avuto il coraggio di mostrarmi. Ora sono malato. Ho bisogno di un piccolo aiuto.”
Allegato, un IBAN.
Intestato a tale Ruggiero Lezzi, 46 anni, domiciliato a Potenza.
Riscontro immediato: intestazione fittizia.
La carta associata era stata attivata con una copia rubata di un documento.
La signora aveva appena ritirato la pensione.
Il truffatore chiedeva 1.500 euro, “per un’operazione urgente”.
Lei va in banca. Si emoziona. Vuole aiutare.
L’impiegata nota qualcosa. Blocca il bonifico. Avvisa il nipote.
Poi chiamano me.
Scopro che negli ultimi giorni almeno tre lettere della signora sono sparite.
Non le ha perse.
Qualcuno le ha intercettate dalla cassetta postale.
Tramite le telecamere di un condominio vicino, identifichiamo un uomo che si aggira spesso in zona.
Giacca beige. Occhiali da sole. Zaino a tracolla.
È Giuseppe Miletti, 51 anni, pregiudicato per truffa e accesso abusivo a sistemi informatici.
Abita nel quartiere Stella, ma frequenta il Vomero per “vendite porta a porta”.
Viene fermato.
Nel suo zaino:
- una stampa dell’IBAN falso,
- una copia del biglietto per il bonifico,
- due lettere della signora, piegate con cura e segnate a matita.
Confessa.
Aveva visto la signora ogni giorno.
Aveva letto la prima lettera mentre passava.
Poi ha capito che poteva inserirsi.
Ha copiato lo stile, inventato una storia, e chiesto soldi.
Postilla nel taccuino, pagina 59:
“Ogni bugia gentile ha una porta aperta dietro.
E chi scrive per amore può creare un varco.
Ma chi legge senza permesso…
a volte entra per rubare, non per salvare.”
Epilogo sotto l’ombrellone
Il vento cambia.
Una bambina scrive nella sabbia, poi si ferma.
Guarda verso il mare. Come se qualcuno la stesse chiamando da lontano.
Io chiudo il taccuino.
Bevo.
E penso:
Quanto amore basta per fidarsi?
E quanta solitudine serve a farci credere a una storia
anche quando contiene un reato?
Forse il vero pericolo non è chi mente.
Ma chi sa dove guardare mentre mentiamo a noi stessi.

